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XIX. La vecchiaia a due zampe.

Parigi non si spoglierà di tutti i suoi orpelli di natalizio decoro prima di una settimana. Inutile rimandare: la magia si è già esaurita e semmai indugia in equilibrio sul filo a cui sta stesa la tovaglia rossa dell’ultimo pranzo di festa o fra gli aghi dell’abete di plastica riposto per metà nello scatolone da un commesso in divisa arancione.

In divisa arancione un collega del supermercato pulisce la verdura prima di esibirla. È mattino, presto. Non ci sono state consegne negli ultimi giorni. Rientriamo a Parigi e prima di aprire la porta di casa, con il borsone in una mano e il naso di Algernon contro il polpaccio, stacco la modesta coccarda appesa allo spioncino. Una bacca di agrifoglio cade sullo zerbino e un’altra rotola nell’angolo e Algernon coglie il movimento e la raggiunge per fiutarla.

Victor nel pomeriggio va in negozio e ritrova sul bancone la tazza a due manici Limoges in cui aveva riposto i cinorrodi delle rose offerti ai clienti in segno di buon augurio, procurati da Honoré e poi lucidati col panno e avvolti nel nastro argentato, uno ad uno, in un dopocena di raffreddore e latte caldo.

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C’è stato un periodo in cui i nostri percorsi si incrociavano praticamente tutti i giorni, ma mai ci siamo scambiati più di un formale saluto di cortesia. La signora portava il suo cagnolino, un maltese, a fare una breve passeggiata ai giardini – che per noi rappresentano la prima tappa di un giro più lungo – e sapeva di potersi fidare di Algernon, più grande e sciolto ma innocuo. Non l’ho mai vista sorridere e dire che sarebbe bellissima se non fosse sempre incupita; possiede un volto proporzionato, iridi chiare e capelli bianchi vaporosi, corti e ben acconciati. Veste capi di sartoria e procede con distinzione. Ma non parla. Non con me.

La signora con il barboncino grigio invece è esile e stropicciata su se stessa come sembra spiegazzata la sua faccia rugosa, ha una capigliatura riccia e giallognola di cui pare curarsi poco e ama indossare pantaloni di panno attillati, come la calzamaglia di un mimo, e sgraziate scarpe con la zeppa. In passato le avevo viste insieme con i cani nello stesso angolo di giardino; la seconda sempre con una sigaretta tra le smilze dita tremolanti. Poi deve essere passato del tempo senza che ci incontrassimo e io non me ne sono reso conto sino a che le ho viste insieme sedute al tavolino di un caffè.

Ho fatto più caso a loro nei giorni seguenti ed è stato chiaro che al loro fianco non c’erano più i due cani. Il barboncino lo ricordavo già vecchio, ma avrei creduto il maltese in ottima salute.

Non ho potuto fare a meno di pensare che avessero rinunciato per età a possedere un altro cane e adesso colmassero la loro solitudine passeggiando insieme, senza nemmeno parlare tanto, sino al caffè di quartiere dove prima non le avevo viste mai. Una porta l’altra a passeggio e viceversa nelle stesse ore in cui prima uscivano con i loro quadrupedi.

Spesso le persone anziane che hanno posseduto un cane mi fermano quando sono con Algernon e si informano su di lui. Desidererebbero ancora avere un animale ma sanno quanto sarebbe difficile garantirgli un’assistenza adeguata quando loro stessi abbisognano d’aiuto. Altro discorso merita la vista di un vecchio quando il cane ancora ce l’ha e lo costringe al cappotto quando lui stesso sente freddo, oppure di una persona attempata con un cane non più giovane, lenti entrambi e propensi a indugiare seduti, guardandosi attorno.

Io incoraggio chiunque a vincere ogni timore per dare quanto più affetto possibile a un cane, salvandolo dall’abbandono. Ho sempre avuto un cane accanto, quando non due, da che sono nato e non riesco a pensare di doverne fare a meno: non si tratta certamente di sostituire un amico con un altro, ma di offrire un’opportunità a chi non aspetta altro. Ho capito che un vecchio che rinuncia a un cane compie un gesto rispettoso; forse sarebbe più facile cedere al desiderio di avere compagnia trascurando le difficoltà pratiche della convivenza. O forse meglio sarebbe dispensare amore a un animale, lasciandosi travolgere dal suo malgrado tutto, affrontando i problemi al loro insorgere e non prima.

Spero segua questa seconda linea di condotta un uomo che ha perso la sua Lili poche settimane fa e che si intrattiene volentieri a raccontare di lei, di loro insieme. Io so che ne ha piacere e lo ascolto ma parlarne gli provoca lacrime e questo lo imbarazza molto. È un uomo tutto di un pezzo, impettito, tanto che lo credevo un ufficiale dell’esercito, per poi sentirgli dire che ha trascorso la vita alla biglietteria di un cinema. Sempre in ordine, occhi azzurri e bei denti, e chiede scusa se gli occhi si arrossano e la voce si spezza, inspirando profondamente per ricomporsi e non cedere al sentimentalismo. L’ultima volta io l’ho ringraziato per non aver trattenuto il pianto e aver diviso i suoi ricordi con me. Dice di aver già ricevuto delle proposte per occuparsi di un altro cane ma di avere la sensazione di mancare di rispetto alla cagnetta che lo ha lasciato, dopo una vita di comune lotta contro una malattia congenita che la condannava a una morte prematura. Ma credo che non saprà rifiutarsi a un nuovo amico; quando lo incrocio gli ripeto che aspetto di vederlo nuovamente con il guinzaglio in mano.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

XIV. Hai bisogno di uscire?

uscire-seraOrmai ha definitivamente rinunciato alle sue uscite la sera. Algernon non si attarda più vicino la porta suggerendo una passeggiata dopo cena. Sino a qualche tempo fa però era consuetudine, prima di ritirarsi sulla poltrona per la notte. E raramente mi è pesato accompagnarlo, anzi. Certo dover assecondare i bisogni di Algernon in piena notte non è agevole, ma si tratta di un amico che non sta bene e chiede aiuto e compagnia: non si discute e si scende ai giardini.

È diversa la strada la sera, diversa la gente che si attarda o che vive la notte, sono differenti i rumori e anche i pensieri cambiano: a fine giornata confido nel domani, divento costruttivo, faccio progetti.

Anche Algernon si accorge che è tutto diverso e sa che il giro sarà breve. Qualche volta ci prova ancora a proporre un percorso; se si rientra tardi da uno spettacolo e lui ha già dormito qualche ora, elemosina qualcosa di appetitoso, un boccone, e poi va alla porta. Una volta in strada è facile comprendere cosa intende fare: la necessità urgente gli fa raggiungere prima possibile un angolo di intimità, ma se mostra di gradire due passi è certo che è disposto a farne più di quattro. Non fa altro che fermarsi e guardare nella direzione che intende prendere; sta a me capire: lui è stato esplicito. E noi ormai ci capiamo perfettamente. Lo seguo.

Magari incontriamo un cane che non conosciamo ancora: una novità, un diversivo prima di tornare a dormire. L’importante è essere insieme, affiancati oppure in coda, l’uno ripercorre i passi dell’altro e ogni tanto cerca di incrociarne lo sguardo.

Se c’è anche Victor e parliamo, Algernon si sente più indipendente. Non dico che ci perda di vista – mai – ma si allontana un po’ di più e fiuta i dintorni.

È capitato che sentisse il bisogno di uscire la domenica mattina molto presto. Era autunno, una delle prime giornate davvero fredde e durante la notte il vento aveva accumulato le foglie lungo il marciapiede. Raggiunse l’erba mentre si spegnevano i lampioni tutto intorno. Accennai il giro dell’isolato e Algernon acconsentì. Eravamo di ritorno, quasi alla porta del nostro palazzo, quando vidi la prima persona della giornata: una signora in vestaglia rosa che puliva il balcone e aveva messo il cuscino sul davanzale della finestra spalancata. È bellissimo la mattina lasciare entrare l’aria fredda in camera mentre si rifà il letto e la voce del quartiere lentamente si infila in casa.


In mattinata Victor si è detto ispirato e ha predisposto la scenografia del piccolo presepe che ogni anno ospitiamo sulla scrivania per godere lo spettacolo delle statuine di gesso dal profilo scalfito, il colore sempre più incerto e la posa gentile. L’ispirazione può coglierlo intento a vestirsi e allora inizia a creare in pantaloni di velluto, polacchini e giacca da camera ed è inutile credere che l’intervento di un’altra persona possa essere gradito, preferisce creare in solitudine.

Me ne prendo gioco ogni anno facendo dondolare su di lui, chino a modellare il paesaggio, un angelo intento ad annunciare alle genti quanto di lì a breve andrà a succedere. Victor se lo aspetta e mi insulta in modo fiorito. Questa volta ho appeso l’angelo al sostegno di un quadro e ho espresso ad alta voce il timore che l’ambasciatore alato cadesse e si frantumasse a terra perché mal ancorato al chiodo. Victor si è augurato che succedesse davvero e ha aggiunto che allora sarebbe davvero Natale.

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Supplemento.

Cette semaine on se revoit Samedi.

 

 

II. L’importanza di essere Algernon.

In famiglia il più anziano è Algernon, ma non sempre dimostra di essere il più assennato. O forse talvolta si abbandona ai capricci propri della sua età. Avrebbe già oltrepassato gli ottanta se fosse un essere umano, ma Algernon è un vecchio cane da caccia e per festeggiarlo, il prossimo autunno, saranno sufficienti quindici candeline.

Sia io che Victor dobbiamo molto ad Algernon. algernoonLui riempie la nostra vita punteggiando la giornata di imprescindibili riti a cui abbiamo fatto l’abitudine in tre e riempie anche la poltrona che sta di fronte al televisore, per cui, possedendo due sole poltrone, Victor occupa la seconda, da cui si può intravedere il video e io mi siedo a terra e appoggio la schiena alla poltrona su cui sta Algernon: ho una visuale migliore ma se attacca a russare lo fa direttamente nelle mie orecchie.

Su quanto comunichi lo sguardo di un cane e sulla dolcezza che sia in grado di dispensare, è inutile scrivere perché chiunque abbia avuto un cane conosce quale sia l’enorme debito di gratitudine che il padrone accumula durante la convivenza con il suo compagno. Però posso dire qualcosa a proposito del carattere di Algernon, ciò che lo distingue e che gli ha meritato il titolo di Milord al parco.

Nel quartiere lo conoscono in tanti e tutti gli riconoscono la riservatezza e la calma distaccata con cui affronta l’incontro con le persone e con i suoi simili, siano essi tranquilli quanto lui o aggressivi e pronti all’attacco. Non si tratta di timidezza e tanto meno di coraggio; la verità è che Algernon è indifferente alla vita sociale. Tranne qualche raro rapporto instaurato e poi mantenuto nel tempo – seppur limitato a un cenno di saluto – Algernon non dimostra di provare interesse che alle lunghe passeggiate, durante le quali esercita il suo fiuto in cerca di qualsiasi frammento sia commestibile o lo sia stato fino a qualche giorno prima. Così predilige i percorsi lungo i quali può rimediare più avanzi possibili che poi io gli estraggo puntualmente di bocca: lui pare trastullarsi parecchio e io passo un quarto d’ora a nettarmi le mani ogni volta che si rientra a casa.

Algernon ha imparato negli anni a dimostrare il suo affetto con gesti misurati e quindi, quando accoglie Victor scodinzolando e seguendolo per casa, Victor ne ricava una soddisfazione maggiore di quanta non proverebbe probabilmente se gli saltasse addosso abbaiando e mirando a leccarlo in volto.

Io sono con lui tutto il giorno perché mi segue al chiosco e nel tardo pomeriggio, puntuale, si alza dall’angolo in cui poltrisce, distende i muscoli e poi mi rammenta la consueta camminata insieme. Allora prendo il guinzaglio ma lo ripiego e lo tengo in mano e lui si avvia, libero, al mio fianco. Se rallenta, naso a terra, per perlustrare un angolo che ritiene promettente, io sfilo di tasca il libro – ne ho sempre uno con me – e inganno il tempo leggendo.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.