XXXVII. Stazione di servizio a 15 km.

Può darsi che il costo della libertà equivalga al pedaggio dovuto per accedere all’autostrada e percorrerla. Questo perché ritengo che in una stazione di servizio il senso della libertà sia tangibile: intanto è un luogo di passaggio – ci si è già disfatti dell’universo in cui si vive abitualmente e si progetta di raggiungere una meta in cui si può anche essere altro – e poi il proprio anonimato e quello di quanti si trovano transitoriamente nello stesso posto garantiscono l’esercizio indisturbato della libertà.
Per libertà intendo la libertà di essere ciò che si desidera, di pensare che un cambiamento sia sempre possibile, anche radicale. Si può fare quando si intraprende un viaggio, un viaggio di piacere. Non è possibile dimenticare completamente quanto ci lega all’esistenza reale, affanni e convenzioni soprattutto, ma tuttavia è bene che si sappia che esiste un territorio assolutamente neutro in cui si respira aria diversa: l’area di servizio appunto.
Qualcosa di simile avviene anche all’entrata del Métro e in generale nelle stazioni ferroviarie e in aeroporto, ma l’incantesimo è meno efficace per durata e intensità.
Alcuni dei momenti migliori della mia vita li ho trascorsi in coda, armato di vassoio e posate, ad attendere il mio turno per ordinare una porzione di pâté en croûte richelieu e andouillette sauce moutarde con patate. E la coda non è che il preambolo a tutto quanto avviene dopo: accaparrarsi un tavolino, misurare i gesti e il tono della voce per condividere lo spazio ristretto con chi siede al tavolo vicino. Si mangia accanto a persone che parlano una lingua incomprensibile e ci si saluta al momento di andar via.

Nel corso del nostro ultimo viaggio Victor ha lanciato l’idea di una tombola durante il tragitto; abbiamo disegnato due cartelle su un taccuino e giocato con i numeri dei dipartimenti di Francia a margine della targa delle macchine che incrociavamo in strada. È stato divertente e mi ha reso inoltre una fortuna: ambo, terno, quaterna e cinquina li ho collezionati io, ma sono caduto al traguardo. Il premio maggiore – un libro o un film a scelta – è andato all’autista. Comunque, solo per aver raggiunto l’ambo, mi sono aggiudicato una generosissima porzione di far breton.


Stamane ho attraversato boulevard Blanqui in bicicletta e ho rivisto il ragazzo con il cane. Il cane sta sciolto sotto un albero che quasi nasconde il semaforo e il giovane – sulla ventina – blandisce gli automobilisti in coda sfoggiando doti di giocoleria che non possiede. Maneggia clave e sfere e oggi tentava di tenere in equilibrio un Borsalino di feltro che lanciava in aria sperando ricadesse sulla punta del piede proteso in avanti, in attesa del miracolo.

Vedendolo per la seconda volta mi sono ricordato di averlo già visto qualche giorno prima. Indossa bermuda militari e anfibi neri e porta con disinvoltura una corta barba scura sotto il cranio completamente rasato. Con il cappello calato sugli occhi è davvero notevole. Si muove bene. Si guarda volentieri. Tutto ciò che lancia in aria invece si muove per conto suo. Lo osservo mentre attraverso senza pedalare, sfruttando una leggera pendenza del suolo e cercando di imboccare rue Barrault senza finire sotto una macchina. Osservo i suoi glutei, le sue spalle e la pelata lucida mentre guarda all’insù. Osservo il cappello a terra e penso che debba fare ancora un po’ di esercizio.

 

 

 

cropped-cropped-logo-url.jpg

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

XXXVI. Giovane Napoleone.

Oggi ho pranzato con Jerome, una salade périgourdine e un bicchiere di vino da Marius, vicino al chiosco.
Jerome ha detto di aver visto un giovane diplomatico all’opera in un campo da gioco del quartiere in cui abita sua sorella.Ha colto il dialogo tra il ragazzino di tredici-quattordici anni e due bambini che di anni ne avevano meno della metà. Dividevano il campo e mentre il primo giocava a palla con i coetanei gli altri due si divertivano fra loro.

La palla è stata lanciata fuori e il grande ha ordinato ai bambini di andare a prenderla, senza ottenere nulla. Allora è ricorso all’attrattiva della competizione, proponendo loro una corsa fino al pallone e facendo pronostici,  sono certo arriverà prima Simon.
I bambini hanno ceduto alla lusinga, precipitandosi sulla palla. Il più veloce ha alzato il braccio in segno di vittoria davanti a Jerome, che stava camminando lungo il campo, la borsa con la spesa per Nathalie in una mano e la lettiera per la sua vecchia gatta grigia nell’altra.
Lo scopo tuttavia non era stato raggiunto e lo stratega ha portato a compimento il piano introducendo un’ultima regola alla gara: vince chi la riporta qui, a me.

Jerome avrebbe voluto stringergli la mano e poi ha pensato che ha passato la vita a guardarsi da uomini della stessa tempra. Comunque, quando ha  raggiunto la fermata dell’autobus, un’ora dopo, ancora rideva.

Desolante. Sconfortante. Scomodo e avvilente. Cerco di uscirne sdrammatizzando con la dignità rimastami. Una giovane amica, una studentessa in chirurgia che rimedia uno stipendio servendo ai tavoli da Marius all’ora del pranzo, ha sfogato al nostro tavolo la delusione per aver constatato una volta di più la maleducazione di molti. Era disgustata, ma credo continuerà a confidare nell’animo umano per almeno altri vent’anni.
Dal canto mio ho raccontato come si possa rimediare qualche soddisfazione dicendo prego a chi non ci ha detto grazie. Lei ha trovato geniale il mio comportamento e io mi sono beato della mia geniale intelligenza.
Poi però ha giustificato: ma tu hai più esperienza di me. Così, la creatura stretta nel grembiule rosso con l’iniziale di Marius ricamata sul petto, ha inferto un colpo alla mia vanità con l’ingenuità di chi ferisce senza avvedersene.
Desolante, sconfortante, scomoda e avvilente constatazione: è evidente la differenza di età che ci divide. Non farei nulla per nasconderlo, ma devo ammettere che suscita un certo disappunto sentirselo dire da chi probabilmente ci considera maturi, saggi e maturi.
Non è fastidioso, ma è strano. Non ricordo quando ho smesso io stesso di considerare gli altri saggi e maturi e tutto a un tratto qualcun altro mi osserva allo stesso modo.
Ho sdrammatizzato. Adesso sto meglio.

cropped-cropped-logo-url.jpg

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

XXXV. Lavori in corso. Aperta parentesi.

Ho tinteggiato io l’appartamento. O meglio, sinora una parte di esso, la più malconcia. Io proprio mi diverto a fare questo genere di cose, anche se non ho metodo. Ma ho il senso dell’ordine e per quanti errori possa fare eseguendo un lavoro, poi trovo modo di rimediare. Così arrivo alla rifinitura per un naturale senso di equilibrio e sobrietà.
Equilibrio e sobrietà appartengono anche a Victor, o meglio lui le apprezza quanto me. Tuttavia lui crede che le cose vadano fatte con gli strumenti giusti, secondo una logica sequenza e sporcando il meno possibile. Io invece arrivo allo stesso risultato scatenando prima il caos e durando fatica poi a domarlo.
Lavorare insieme è praticamente impossibile e decisamente frustrante. Però, per quanto metta in discussione il mio modo di procedere, di solito Victor loda il lavoro finito.

Tinteggiare una cucina, per quanto piccola sia, significa ricoprire i mobili di giorno e scoprirli la sera per poter cucinare, a meno che si decida di sopravvivere con cibi pronti o freddi. Questo non è divertente, fare e disfare intendo. Stendere teli sul mobilio e applicare strisce di scotch di carta è la parte del lavoro francamente più noiosa. Segue la parte creativa, quella in cui si stende la vernice … e si sporcano i primi indumenti.
Allora ci si ricorda di abiti più vecchi e si va alla ricerca: si trovano il pantalone di una tuta un po’ fuori misura e una maglietta corta che si può sacrificare alla causa. Magari un foulard di cotone che legato in testa può tornare utile e fa tendenza.
Sulle prime non ci si rende conto di quanti attrezzi possano essere necessari. Ho una predisposizione per ‘improvvisazione ma so anch’io a cosa servano carta vetro, spatola, pennelli di dimensioni e inclinazioni diverse. Il rullo rimane comunque l’alleato insostituibile.

Durante l’impresa dall’arredo fantasma emergeva la poltrona di Algernon, senza la quale lui non avrebbe saputo dove riposare, diventando inquieto e ostacolando il lavoro. Con la poltrona in vista, invece, calma piatta e cantiere in opera.
Il programma era pressappoco questo: passeggiata la mattina appena svegli e pasto frugale al ritorno. Poi Algernon prendeva posto, attaccando quasi subito a dormire, e io potevo cominciare. Quando necessario la poltrona – e il cane con lei – veniva spostata; di fatto Algernon ha stazionato in diversi punti della stanza continuando a russare e scalciare nel sonno. Alzava solo la testa e mi fissava con sguardo assonnato, a palpebra sollevata per metà, e bocca chiusa, come per domandare spiegazione, ma senza grande interesse, per cortesia, tanto per partecipare a qualcosa che pareva esaltarmi tanto. Se i suoi spazi erano garantiti e non gli si dava troppo fastidio, non aveva nulla in contrario a tutta quella confusione … non ne comprendeva la ragione ma se mi rendeva felice pareva felice anche lui.
In effetti la confusione era tanta. I quadri stavano contro la parete della camera da letto, appoggiati l’uno all’altro, con spessori divisori e pile di libri alla base per evitare che scivolassero. Su due colonne di scatole di cartone impilate, due colonne bugnate, avevamo poggiato una tavolozza da disegno e su questa coricato le cornici d’argento e quelle più vecchie di legno, con le nostre fotografie. I secchi di vernice stavano vicino alla porta d’ingresso, su un tappeto di giornali e la sera riponevo accanto anche la scala che andava decorandosi di giorno in giorno di medaglie di fogge diverse ma dello stesso colore: quello delle pareti di casa.
La parentesi di scompiglio legittimava comportamenti fuori dall’ordinario: non accedendo all’armadio gli abiti stavano fuori – le grucce appese al binario su cui scorre la scala della libreria – si usavano poche stoviglie e la lampadina penzolava dal soffitto orfana del lampadario diffondendo una luce nuova, il tutto all’insegna di una rilassante precarietà.
In quei giorni ho rivisto, o meglio risentito, i miei film preferiti. Sentiti e risentiti mentre stavo abbarbicato sulla scala. A fine giornata avevo accumulato un discreto numero di custodie DVD da riporre; vecchi musical e storie che conoscevo a memoria tenevano compagnia e rendevano le stanze in cui sembravamo vivere accampati le più confortevoli in cui mi potessi trovare.
A fine pomeriggio passava Miguel con il resoconto della giornata al chiosco, qualcosa di buono da mangiare insieme prima di cena e i dettagli del convegno che si era svolto nel suo letto la notte precedente, dal primo abboccamento all’ultimo esercizio fisico. Vederlo chino su una scatola, con la maglietta sollevata sulla schiena irrigidita per lo sforzo e la vita dei jeans distrattamente calata sugli stessi fianchi di cui aveva appena lodato la predisposizione, richiedeva forza d’animo per deviare il pensiero sulla voluttà che può venire da una pera capovolta (ndr. Victor).

cropped-cropped-logo-url.jpg

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

 

 

XXXIV. Ho visto il morto. Sta bene.

Non ci voleva molto per capire che i due costituivano una coppia. Li ho visti anche insieme ma più spesso separatamente e comunque mai soli. E mai troppo lontani dal giardino sotto casa o dal piccolo alimentari dove faccio anch’io le mie compere.
Lui stazionava sulla panchina in qualsiasi stagione. Berretto di panno nero, sulla settantina e anche di più, sguardo sulle prime inebetito, ma ad un più attento esame fisso e penetrante. Come se da quella panchina, con la sua mole floscia, sorvegliasse i passanti e loro dovessero sapere di essere sotto controllo.
Passare dinanzi a lui, pur mostrando di non far caso a lui, significava sentirsi addosso i suoi occhi sferici e protesi all’infuori come quelli di un pesce.

A lei, di nero vestita, è capitato che riuscissi a strappare qualche parola. O forse è stata addirittura lei ad avvicinarmi, per via del cane certamente. Anche loro ne avevano uno, me lo rammento bene.
Lo ricordo già vecchio e rallentato nell’andatura e ricordo anche il loro affetto per questo mastino napoletano, dondolante, nero come loro e con lo stesso sguardo del padrone, ottuso e fiacco.

Gentile lei e tutto sommato anche lui, le poche volte che ha ricambiato un cenno del capo perché altre persone sedute con lui mi avevano salutato. E a quanto pare anche salottieri con i loro conoscenti di panchina.
Italiani del sud, chissà quando importati a Parigi e perché. Non sono stato in Sicilia, ma li credevo siciliani, per via della lingua, e allora pensavo ai muri ocra scrostati dei palazzi barocchi e i campi arancione, le tende bianche piene di sole, il senso dell’onore. Cliché insomma, ma più di tutto le tonalità e i profumi della terra di cui ho letto nei romanzi e che ho amato nei film. Lui però non era il principe Fabrizio Salina; piuttosto Don Calogero.
Solo nella mia testa. Come nella mia testa è andata maturando l’idea che il padrino si fosse ammalato e fosse morto. Non lo vedevo da un po’: un elemento in meno nella scenografia nella quale sono solito muovermi.
Non potevo darmi altra spiegazione; se fosse stato vivo non sarebbe stato altrove: avrebbe presidiato la sua panchina come sempre e registrato il mio passaggio. Rimase morto per alcune settimane.

Poi, stavo cercando di evitare Monsieur Leval, quando l’ho visto passare. Lo sguardo ebete e la coppola nera, un sacchetto del pane in mano. Mi ha fissato ed è andato oltre.
Pensavo che vedere un morto che si rianima mi avrebbe fatto maggiore impressione.


Credo di dover riferire una conversazione telefonica avuta con Coco.
Non che le nostre conversazioni non contengano sempre elementi di natura piuttosto curiosa, ma ritengo che le ultime osservazioni di Coco possano risultare utili al resto dell’umanità meno attenta e quindi ne lascio memoria scritta.
Ho cercato Coco per un saluto e ho trovato al solito un’accoglienza benevola e ilare. Tuttavia una constatazione di natura sociologica aveva tinto di grigio le prime ore della giornata di Coco che era stata al mercato in cerca di filo da rammendo. Non che ignorasse di poterlo trovare altrove, ma intendeva unire alla necessità il piacere effimero di un’immersione tra le bancarelle del mercato.
La dura realtà che gli è costata la resa è stata l’assenza quasi totale di mercerie ambulanti. A quanto pare però i Tempi Nuovi hanno moltiplicato in strada i venditori di calzini, di tutte le lunghezze, di colori improbabili e di fibre serenamente ricavate per sintesi.
Ho colto tutto il suo sconcerto nella voce, ferma ma grave. Il suo animo romantico doveva giustificare il Cambiamento e credo abbia trovato consolazione nel fatto che chi non potrà più rammendare i suoi calzini potrà comunque agevolmente acquistarne un nuovo paio.
In ogni modo ho compreso che Coco non era in vena di chiacchiere a vanvera e sono scivolato rapidamente al congedo, sapendola assorbita da più alti ragionamenti.

cropped-cropped-logo-url.jpg

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

 

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: