XLVI. A piedi nudi nella cucina di Margot.

Tempo di interrompere. L’arroganza del calore estivo mal si addice alle mie pagine. Meglio tacere e tacendo attendere la normalità quieta e stinta degli ultimi mesi dell’anno.

Resto a guardare ma aspetto che passi; auguro ore liete a quanti lamentano che l’estate duri troppo poco e progettano di essiccare al sole come pomodori siciliani, partecipare a dopocena liberatori, nutrirsi di centrifughe e documentare sui social le loro vacanze. Auguri cari da me e da Victor. Se costretto a dire qualcosa di benevolo sul periodo di cui farei volentieri a meno, dirò che mi piace stare scalzo sul balconcino a bere il caffè la mattina.

Ogni anno a luglio un parigino che voglia dirsi tale Deve lasciare la città; è un imperativo, qualcosa come un adempimento burocratico. Sono parigino da generazioni e so che non posso fare altrimenti, lo creda necessario o meno. Di solito verso la metà del mese anche noi mettiamo qualcosa di molto comodo in valigia e andiamo dalla cugina di Victor, Margot.

Trascorriamo in media una settimana nella fattoria dove vive con il marito, Bernard, un entusiasta a prescindere, e i loro tre figli: due femmine che lavorano con i genitori e un maschio, nato tra una sorella e l’altra, scopertosi talentuoso musicista all’età di dieci anni. Georges adesso gira il mondo in compagnia del suo oboe; noi conosciamo bene entrambi – Georges e l’oboe – e assicuro che la loro è un’unione davvero felice: erano destinati a incontrarsi.
Se la foresta di Brotonne fosse circoscritta da un orlo, la Senna la contornerebbe per buona parte e la fattoria di Margot si troverebbe sul lato opposto, appuntata con lo spillo proprio sullo sbieco, nella campagna di La Haye-Aubrée, un villaggio a pochi chilometri da Rouen.
Margot ci invita da lei ogni volta che la sentiamo al telefono; tutti sono estremamente ospitali e inoltre vige in casa la più totale anarchia per cui, una volta insediati e constatata la nostra presenza, non vi è nulla che si possa prevedere o programmare. La famiglia è nei campi sin dalle prime ore di luce e noi disponiamo della casa – una chaumière tradizionale acquistata dal nonno di Bernard – in completa libertà.

L’anarchia annida ovunque ma sono le stoviglie sull’asciuga-piatti a portare il marchio della filosofia di famiglia: piatti e scodelle scompagnate e deliziosamente vissute. La cucina è ampia, buia e fresca, e se Victor inizia la colazione dentro ma la finisce fuori, seduto su un gradino a dividere pane e marmellata con Algernon, io adoro iniziare la giornata seduto al vecchio tavolo di legno, ricoperto da una cerata a quadretti azzurri e marroni, scolorita e lacera agli angoli, fissata con le puntine da disegno dalle capocchie bianche e celesti.
L’unico sulla cui compagnia si può sempre contare è Filù, il vecchio bobtail che ormai non si dà nemmeno la pena di fingere di seguire le vacche al pascolo: ci vadano i giovani, tra cui c’è anche il figlio di Filù, forse due.
Lui esce dalla stalla verso le nove di mattina e si scuote, per quanto possibile mantenendosi in equilibrio; poi si corica poco distante. Passa la giornata alternando ore di ozio al sole con ore di ozio all’ombra del melo. Algernon gradisce la sua compagnia: sono due anziani che si comprendono; quando Filù accenna al consueto giro nell’orto, dietro la colombaia, Algernon lo segue: dove ha urinato il primo, urina il secondo.

Nella fattoria di Margot l’estate ha il sapore delle verdure colte mature, che odorano ancora di terra. Trovo un cesto di piselli e attacco a sgranare, ancora scalzo, in mutande e maglietta; il pollice fa scorrere i frutti lungo il baccello schiuso e li lascia cadere e rotolare nel catino di maiolica, verdi e turgidi.
Victor si informa sui mercatini delle pulci nei dintorni; ci va con Bernard sul Citroën H – 1200 Kg di carico – acquistato dal fratello del nonno di Bernard nel 1951, tre anni dopo essere stato messo in commercio. Quel furgone è l’orgoglio di famiglia, di tutta la famiglia, compreso Victor che lo venera da lontano.
Può essere che un giorno lo si trascorra a Saint-Pierre-en-Port per un bagno di mare, mentre Algernon snida granchi a riva e alle sue spalle si stacca il fondale delle falesie, la loro sagoma grave e tronca, Titani benigni a cui torniamo ogni anno, dopo aver attraversato i campi dove il lino è già stato disteso a terra, a macerare.

Ho messo in valigia J.R.Ackerley – il suo libro sull’incontro con Tulip, una storia d’amore tra uomo e cane – e  Samedi, Dimanche et Lundi di Eduardo De Filippo, che mi ha regalato Roberto due giorni prima della partenza.

Je vous souhaite un bel été. Merci.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi en automne.

 

XLV. Conto le settimane.

Due volte la settimana, il pomeriggio, passano davanti al chiosco. Sono ragazzi di undici, tredici anni – una decina di maschi e femmine in tutto – che seguono ordinatamente una giovane donna di pelle scurissima, alta, molto bella e molto rigida, nell’andatura ma credo anche nella disciplina. Ha lunghi capelli raccolti in una miriade di treccine, porta maglie aderenti sui seni appena accennati e ampie gonne lunghe sino alla caviglia, a tinte vivaci.
Si fermano ai giardini, seduti a terra o sulle panchine apprendono l’inglese attraverso il disegno e il gioco; la loro insegnante ha un contegno impeccabile e si rivolge loro solo in inglese.

Richard dice che dovrei approfittare della propensione consumistica dei ragazzi. Lui fa il mio stesso mestiere in un quartiere dove vanta una clientela anziana e abitudinaria e ha formulato una teoria di mercato. Il vecchio è spesso anche un nonno: in qualità di vecchio è assuefatto al quotidiano di carta e continua a comprarlo; in qualità di nonno dispone di un nipote e Richard è prodigo di complimenti per i bambini capricciosi che garantiscono la resa dei nonni. La teoria è scientifica e analizza il meccanismo nel dettaglio, individuando tempi e dinamiche: il nipote di rado viene accontentato subito, il nonno cede al ritorno. Richard dice che in genere è al ritorno dal parco giochi che il nonno, vinto dall’insistenza sfibrante del giovane consumatore, si rassegna all’acquisto.
Anche oggi la classe ha fatto la sua comparsa. Ho sentito un ticchettio ritmato: era il passo regolato di Miss Jane Eyre che calzava un paio di infradito con il tacco a rocchetto; ad ogni passo il suo piede lungo e magro veniva svelato dalla balza della gonna che si ritraeva un poco, incorniciato da una sottile striscia di cuoio bianca. Algernon stava sdraiato fuori, con la testa contro l’espositore e lo hanno guardato; un ragazzo ha sorriso a lui e poi a me, considerando con generosità la scena.
Dietro a loro veniva una signora magra, che procedeva appoggiata alla sua canna da passeggio. Si è arrestata davanti al cane e ha constatato – come fanno tutti – che si trattava di un vecchio cane.

 

È vecchio come me. Io ho novantuno anni.
Complimenti signora. Splendidamente portati.
Veramente ho anche qualche mese in più. Li conto i mesi.
Fossi in lei li vanterei i mesi in più.
Quando ne compirò novantadue principierò a contare le settimane. Pensare che ho visto morire una nipote di quarant’anni. L’avevo vista nascere… io ero medico.
Intanto ha accarezzato Algernon, che si era svegliato e stava allungando le gambe posteriori considerando il da farsi. Si è accorta della ferita e mi ha chiesto cosa avesse avuto; allora ho accennato all’intervento e all’energia con cui ha reagito.
Cosa prende?
Antibiotico ancora per un giorno.
Ha un po’ di febbre?
Non mi pare. Adesso valutiamo se iniziare con una terapia per il cuore. Sta sperimentando un farmaco.
E i diuretici. Ne prende?
Ha continuato con qualche altra domanda ancora, dello stesso tenore. Quando si è congedata ho pensato: bene, a pochi giorni dall’operazione, Algernon ha fatto una visita di controllo.
Visitato da una dottoressa non veterinaria e di novantuno anni. Posso stare tranquillo.

cropped-cropped-logo-url.jpg

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

XLIV. Molto rumore per nulla.

 

È più vecchio di un anno eppure questa volta si è risvegliato dall’operazione come se nulla fosse. Ha fatto qualche passo al mio fianco, senza mai perdermi di vista.
Devo convincermi di quanto vado dicendo agli altri: Algernon ha una gran voglia di vivere ancora. Lo dico ma poi sono il primo ad avere paura ogni volta che lo consegno al lettino della chirurgia. Il corpo di Algernon è stato inciso, aperto ed esplorato più volte di quanto sia mai capitato a tutti i cani che ho posseduto. Victor stamane cercava di inventariare ciò che è rimasto al suo interno. D’ora in poi dovrà fare a meno della milza, cosa che a una settimana dall’intervento sembra non procurargli nessun problema: stesse abitudini, stessa vita.

La sua reazione arricchisce la nostra vita. Lui è la bottiglia di vino invecchiato, un vino importante che esalta il cinghiale in salsa di cioccolato. Non mi intendo di vino, ma lo voglio descrivere rosso, di un rosso violaceo con riflessi sanguigni, corposo e speziato. In assenza del vino la pietanza è manchevole, non può esprimere in pienezza la sua saporosità. E in assenza di Algernon noi siamo soli in casa, disponiamo di una poltrona di cui non sappiamo più cosa fare e compiamo istintivamente gesti che non servono a nulla, guardiamo in direzione di un angolo dove non c’è nessuno.

Sono andato a riprenderlo in clinica senza sapere se quel pomeriggio sarebbe effettivamente rientrato con me. Victor gli aveva procurato qualcosa di goloso sin dalla sera precedente e quando mi hanno detto che rifiutava di alimentarsi, ho portato con me la sua ciotola e la ghiottoneria in lattina. Ha divorato il pasto e non ci sono stati dubbi: Algernon va a casa, ha detto il veterinario.
Abbiamo ascoltato Burt Bacharach, perfetto per quel viaggio di vittoria e di bene. L’automobile era piena di bene.
La mattina seguente ha mostrato di voler riprendere il suo posto al chiosco ed è stato con me sino all’ora della consueta passeggiata. Abbassavo lo sguardo di tanto in tanto e mi compiacevo di vederlo in postazione, con i suoi peli bianchi, gli zigomi segnati, la ferita ricucita e le macchie della pelle che sono sopraggiunte con l’età.

Durante la passeggiata Algernon ha intimorito con la sua presenza una mamma che ha scansato il passaggio del cane compiendo un disagevole cambio di direzione e imponendolo alla figlia. Mi domando a chi possa venire in mente che un cane di quella età possa costituire un pericolo. No, non me lo domando; lo constato, piuttosto. Sarebbe sufficiente una quantità minima di buon senso per comprendere che un animale va giudicato in sé – età, intenzioni, affidabilità del padrone – e che allontanare un bambino senza permettergli di imparare come si avvicina correttamente un cane significa mettere in circolo un altro essere umano pronto a polemizzare gratuitamente su un argomento che ignora.

Del resto gran parte dei giardini di quartiere sono territorio di due categorie di frequentatori, dissimili e distanti, che nutrono l’una per l’altra una cordiale, radicata antipatia. Da una parte stanno i possessori di cani con i loro compagni e dall’altra i possessori di bambini, nonni o genitori, con i loro eredi. Non c’è modo di stabilire dialogo. Gli uni evitano gli altri. Il padrone di cane sfiora l’angolo dei giochi e finge di non accorgersi della disapprovazione del gruppo parentale; va oltre e solidarizza con gli altri padroni di cane.


Oggi ho visto un vecchio rintanato all’ombra del muro di cinta del parco, seduto sullo zoccolo del muro coperto per metà di muschio ora arrugginito dal sole. Pareva un barbone, uno dei tanti che ci guardano passare, indifferenti e infastiditi. Ma aveva qualcosa di diverso che l’occhio ha catturato perché la mente ritornasse più tardi su quella immagine e vi indugiasse. Vestiva un impermeabile corto e chiaro, un trench coat color miele sotto il quale erano visibili giacca e cravatta.
Con il caldo di questi giorni.
Con il nodo perfetto, calata perfettamente sull’abbottonatura della camicia.
Un uomo di bell’aspetto. Probabilmente con gli occhi chiari.
Teneva fra le mani il ginocchio nudo: il pantalone lungo e grigio racimolato in alto per scoprire il polpaccio, magro e glabro, bianco come la pelle dei vecchi, l’involucro che ha trattenuto l’energia della giovinezza e si assottiglia con gli anni, trasparente e delicata come la membrana che la lunaria matura lungo l’estate.
Si massaggiava quel pezzo di gamba come se non gli appartenesse. Come se accudisse un compagno che lo aveva seguito sempre e ora aveva bisogno di aiuto.


cropped-cropped-logo-url.jpg

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

XLIII. Grilli oziosi per la testa.

Non è facile scriverne. È imbarazzante. Molto semplice invece arrendersi al capriccio delle abitudini bizzarre. Le mie non sono bizzarre, sono idiote. Ma ho pensato che tutti hanno le loro manie e tutti le nascondono, così racconto le mie e conto sulla comprensione altrui.

Non ne ho molte, ne ho due. Mi pare ragionevole. Non ho mai fumato, non ci ho mai nemmeno provato e poi mi rincrescerebbe troppo sprecare tutto quel denaro. Ma il gesto di tenere la sigaretta tra le dita, chiacchierando con indolenza o riflettendo davanti a una tastiera, l’idea di soffiar via il fumo e insieme la stanchezza guadagnando qualche minuto in rilassatezza, ebbene mi affascinano non poco.

Quando stavo sui libri di scuola di tanto in tanto mi distraevo fumando il mozzicone di matita. Non nel senso che gli davo fuoco; mi limitavo ad atteggiarmi a fumatore e aspirare il nulla dal mio avanzo di lapis. Temo però di aver mantenuto il vizio e capita ancora di raccogliere rametti, ricavarne l’equivalente di una sigaretta e assumere un atteggiamento languido che mi fa sentire impudicamente ozioso. Non dura che pochi minuti.
Tipi diversi di albero hanno profumo e sapore diversi e se esistono pezzetti di legno privi di alcun rilievo, ve ne sono altri che definirei gustosi. Il sambuco, per esempio. Si aspira e la sapidità della linfa giunge in breve al naso e diventa anche fragranza. Sconsiglierei le conifere, per via della resina. Sono sofisticherie a cui si giunge dopo anni di esperienza. Mi rendo conto che è ignobilmente snob, oltre a essere sconclusionato, ma se non altro del tutto gratuito; o forse il mio patrimonio andrà all’analista quando la confessione arriverà sulla sua scrivania.

Altra passione: gli occhiali. Anche questa da sempre, sin da quando giocavo con una montatura priva di lenti e me la portavo anche a letto per leggere i fumetti e imitare la nonna che a quattrocchi si perdeva nelle novelle rosa prima di addormentarsi. Trovo assolutamente irresistibile il movimento che si fa per sfilare gli occhiali e quello per aggiustarseli sul naso. Poi mi piace che gli occhiali facciano parte del corredo di uno studioso, come matita, penna e blocco degli appunti: ci si concentra meglio con un paio di occhiali da maneggiare di tanto in tanto. Mi piace vederli vicino al computer, tenerli piegati in mano dopo averli tolti per rispondere al telefono.
Qui la scempiaggine sta nel fatto che io non ho bisogno degli occhiali, non ne ho proprio bisogno. (Gli occhiali da sole sono tutta un’altra faccenda; li calzo ma non mi trasmettono la stessa soddisfazione). I primi tempi in cui sono stato costretto a lavorare al computer ho anche esagerato un leggero fastidio alla vista pur di giustificarne l’uso. Quando disegno non ne sento la mancanza, ma scrivere con un paio di occhiali sul naso significa aver già creato un terzo dell’atmosfera giusta per comporre. Forse questo non è idiota, è patologico. Ma ormai l’ho detto.

cropped-cropped-logo-url.jpg

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

 

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: