XVIII. Il gabbiano sul cassettone.

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Cancale. Port de la Houle.

Non ci sono poi tante cose su cui si possa davvero contare nella vita. Il cambiamento è stimolante ma la consolazione sta nell’abitudine, nella certezza di ritrovare qualcosa come l’abbiamo lasciata. Per esempio io sto con quanti si compiacciono che una piccola stazione di mare assomigli a una piccola stazione di mare, che sia riconoscibile insomma. Poche case, l’impiego diffuso del legno verniciato di bianco alle finestre, le cassette delle lettere a forma di cabina da spiaggia – a righe bianche e azzurre – i retini da pesca appoggiati fuori la porta, statuine di vigorosi uomini di mare – la pipa, la cerata gialla e la maglia blu – sul davanzale all’interno, girati a guardar fuori.

Rothéneuf, a pochi minuti da Saint Malo Intra Muros, è uno di questi luoghi che sento appartenermi. La prima volta che vi abbiamo trascorso qualche giorno era inverno e siamo arrivati quando ormai era buio. Io e Victor non ci eravamo mai fermati su quel tratto di costa ma ci sentimmo subito a casa, vi trovammo quello che desideravamo trovare.

Prima di disfare le valige calzammo le scarpe di gomma e scendemmo in spiaggia. Victor se ne stava ritto con le mani in tasca, di fronte alla distesa di acqua nera; rapito e immobile, solo il cappuccio della giacca impermeabile che si riempiva di vento e si allungava contro la nuca. Io, a qualche passo da lui – le gocce di acqua sapida sul viso, il cappello di lana e la sciarpa attorno al collo, sul bavero rialzato – cercavo di dominare l’eccitazione e pure l’inquietudine: si udiva la voce baritonale del mare, il suo respiro regolare, ma non si scorgeva che l’orlo bianco delle onde pronte a  frangersi d’un colpo a pochi metri da noi.

Algernon, istintivamente, si era arrestato molto prima e fiutava attorno. Non so quanto siamo stati ad auscultare il mare, a temere che l’onda che sentivamo montare, gonfiare, ingrossare, ci travolgesse, poi a vederla appiattirsi a riva e segnarla con la sua impronta nella sabbia, e, ritirandosi nell’alveo del mare, cercare di trascinare con sé i ciottoli, rotolanti l’uno sull’altro.

Anche l’appartamento che avevamo preso in affitto ci piacque. Ci addormentammo sentendo il mare russare e quando mi svegliai la mattina dopo fu quello il primo suono che cercai di ritrovare. Lo riconobbi subito, punteggiato dal verso acuto dei gabbiani che volavano a fatica davanti alla nostra finestra: sarebbe stata una giornata di vento. Scesi al piano di sotto per la prima colazione e vi ritrovai la piccola cucina, le due poltroncine bianche, la porta a vetri che separava la porta di ingresso dal resto della casa: un piccolo spazio dove avremmo riposto le giacche e le scarpe da passeggio piene di sabbia.

Ero ancora seduto al tavolo, con la tazza sporca di caffè e il tovagliolo spiegazzato sulle briciole di pane e mi guardavo attorno: sul cassettone in ciliegio stava un gabbiano di legno bianco, monocromo, ritto su una sola zampa. Ripensandoci credo che non si trattasse di un gabbiano ma di un uccello marino dal becco sottile e lungo e la zampa di trampoliere, una pittima molto più probabilmente. Lo avevamo già notato e lo avevamo lasciato ritto su una sola zampa quando avevamo spento la luce per la notte. Solo adesso mi accorgevo di quanto stava accadendo davanti ai miei occhi.

Erano le nove della mattina e l’oscurità non si era ancora del tutto dileguata; la luce iniziava a penetrare in casa, evocatrice di un nuovo giorno, ma tuttavia era stato necessario accendere la lampada tra le due poltrone. In questo scenario ebbi il privilegio di partecipare all’incanto della vita; il punto esatto in cui mi trovavo mi consentiva infatti di assistere all’animazione del gabbiano che proprio allora calava l’altra zampa e la distendeva in avanti, in procinto di muoversi.

L’ombra proiettata dal becco sulla parete coincideva perfettamente con l’attaccatura della zampetta di legno e pareva davvero la seconda zampa allungata, esile quanto l’altra e proporzionata anche nella lunghezza.

Un’ombra, nulla di più. Ma fu bellissimo per un attimo credersi testimone silenzioso del sortilegio.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

XVII. Capodanno. Un inizio.

Quando sono rientrato a casa la scala odorava di cibo, non un odore in particolare ma l’amalgama di piatti diversi e anche il vapore dalle pentole pareva filtrare sul pianerottolo. Erano le sette di pomeriggio dell’ultimo giorno dell’anno e salendo a piedi mi è piaciuto avvertire un’aria di preparativi, udire voci estranee al palazzo mischiarsi con quelle conosciute, augurare buon anno a Monsieur Robuchon che usciva dall’ascensore con un borsone Louis Vuitton e al giovane Do – Edouard Renaud, Edo per i genitori e Do per gli amici – che scendeva due scalini alla volta nelle sue sneakers sfatte e quando mi ha visto ha mostrato imbarazzo per la borsa Galeries Lafayette che teneva nella destra. Istintivamente ha spostato la borsa dalla destra alla mano sinistra, tormentando un bel fiocco argentato che usciva per metà.

Sapevo che dietro una di quelle porte la mia famiglia aspettava me per iniziare la serata e accendere il forno. Due pizze pomodoro e mozzarella di bufala, prelevate dal frigo del supermercato meno di un’ora prima, sarebbero presto scivolate nei piatti che già erano in tavola, sulle tovagliette rosse; per dessert erano avanzati i pasticcini portati la sera prima da Sara e Daniel e la razione di dolce al cioccolato rifiutata da Coco, che dopo il pranzo di Natale della madre soffre di mal di stomaco e gira con un pacchetto di crackers salati in borsetta.

Ultima cena dell’anno noi tre soli – e uno, Algernon, dormirà già da un pezzo allo scoccare della mezzanotte – e menu smilzo perché rimangono parecchie cose da sistemare prima di chiudere la valigia: domani si parte, si torna in Bretagna per una settimana. È eccitante trascorrere la sera di Capodanno in questo modo; è la vigilia di una partenza.

Accanto ai borsoni ancora aperti sono disposte le scarpe – quelle di cui non si può fare a meno e quelle che quasi certamente rimarranno a Parigi – e su di una sedia sta lo zaino del cane, che devo controllare ancora: occorre pensare a tutte le esigenze del nostro vecchio Algernon. Victor è indeciso su quale libro portare con sé e sta rileggendo la quarta di copertina degli ultimi romanzi presi in prestito mentre io gli grido dal bagno di non dimenticare gli stivali di gomma per passeggiare in riva al mare.

libreria

Non siamo stati sicuri della partenza sino all’ultimo, ma è stato divertente programmare il viaggio senza sapere se lo avremmo intrapreso davvero. La sera mi ci dedicavo, individuavo percorsi, case in affitto, calcolavo i costi e ne discutevo con Victor; la mattina bevevo il caffè con la carta della Francia settentrionale aperta sul tavolo. Adesso che partiamo sul serio non pare vero.

A mezzanotte in punto è tradizione telefonare a Jerome o ricevere la sua chiamata; oggi è in casa di amici nei dintorni di Vétheuil.

Ripongo nel cassetto un maglione che decido di lasciare a casa, poi contemplo i borsoni e infine mi corico. Victor esce dalla doccia e mentre si infila il pigiama dichiara compiaciuto di aver fatto una scelta: lo seguiranno una monografia su Leonard Cohen  e un libro di cui aveva parlato con Jerome. Sentirlo gli ha fatto ricordare di non averlo ancora letto.

Si sistema il cuscino e mi guarda scendere dal letto: dove vai adesso? È sorpreso. Io no: gli stivali di gomma. Non ho creduto nemmeno per un istante che ci avrebbe davvero pensato lui.

Bonne année !

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

XVI. Due biglietti, grazie.

A pensarci è una cosa bella: i miei interessi non sono mutati negli anni. Continuo a preferire gli stessi colori, pensare allo stesso arredo per la casa e se avessi prenotato un viaggio vent’anni fa per la destinazione ideale il biglietto mi sarebbe ancora utile perché non ho cambiato idea. Non mi considero un ottuso, dunque ne deduco un’inconscia coerenza da cui traggo invero non poca soddisfazione.

Mi è da sempre caro il teatro, tutto il teatro. E intendo l’intero bagaglio, a partire dalla lettura sul giornale della programmazione di uno spettacolo fino all’ultimo applauso, no … fino allo spuntino prima di andare a letto.colazione È liberatorio poter decidere di andare a vedere una messa in scena di cui si è letto, sapere che sarà in città mentre si sta facendo la prima colazione. Assicurarsi il posto da casa è una comodità insipida se paragonata alla visita in teatro nel pomeriggio per scegliere in biglietteria le poltrone per la sera. Si possono conservare ricordi eccitanti delle ore in coda in attesa di procurarsi un abbonamento alla stagione, con il libretto del programma in tasca e le annotazioni a penna degli spettacoli da prenotare. È come fare la coda per avere accesso a un museo: se la coda è lunga ma disciplinata è un privilegio farne parte, essere fra quanti cercano il Bello e ne traggono piacere.

Alla biglietteria di un teatro c’è il momento in cui si prende visione della mappa dei posti disponibili e io ho sempre adorato quel momento: pare di essere già in sala e di organizzare la serata  predisponendo dove siederanno gli ospiti.
Come gli strumenti si accordano in una sala da concerto, gli spettatori si accordano e diventano un pubblico prima dell’alzata del sipario. Vociferano fuori del teatro aspettando i ritardatari, vociferano al guardaroba e vociferano in poltrona. Faccio salotto anch’io in poltrona mentre spio il comportamento di chi mi sta intorno, come tutti del resto.

Non conosco molte lingue: un po’ di italiano – per via di un amico toscano che fodera poltrone in rue de la Butte aux Cailles – e un pessimo inglese, che ho tentato di migliorare ma rimane elementare. Mi sono molto applicato invece per imparare ad applaudire, l’unico linguaggio con cui si può comunicare efficacemente con chi si è dato in palcoscenico. Lingua meravigliosa, declinata in toni alti e bassi, pronunciata con ritmi diversi.
Quando la battuta passa al pubblico io calibro il mio applauso assumendo il ruolo con molta serietà e se lo spettacolo mi ha soddisfatto mi consumo le mani in un crescendo di approvazione, serbando l’applauso più caloroso per il primo attore. Se mi commuovo partecipando a un applauso corale che intende tributare affetto a un attore anziano torno a casa pienamente compiaciuto.
Victor si commuove forse maggiormente ma non è da lui percuotersi a lungo i palmi delle mani e quindi si limita al minimo indispensabile, benché mi sforzi di ripetergli che è il nostro modo di dialogare con chi sta in scena, di ringraziare.

Fino a qualche tempo fa era scontato passare ad acquistare i croissants caldi in un laboratorio aperto la notte; in qualunque parte di Parigi ci trovassimo facevamo una deviazione sino alla rampa che conduceva ai forni della pasticceria ed era bellissimo scegliere il dolce direttamente dai vassoi appena impilati nei carrelli, pronti per le consegne del giorno dopo. Poi una sera, al fondo della rampa, abbiamo trovato il locale buio senza alcuna indicazione sul suo trasferimento altrove.

Commenti sullo spettacolo e briciole di pane sul tavolo dopo una cena fredda e un bicchiere di vino, versato nel bicchiere acconcio, compiono l’ultimo incantesimo. A meno che si sia assistito a una commedia musicale perché allora rimangono in memoria le note e una manciata di versi che il giorno successivo è d’uopo canticchiare.
Per la pomeridiana di domenica meglio una giornata umida e al rientro tazza di tè caldo con biscotti e tramezzini salati o in alternativa cioccolata calda e biscotti (… senza tramezzini salati…)

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Supplemento.

Cette semaine on se revoit Samedi.

XV. Profumo di burro fuso. Puzza di guai.

Domenica mattina. Presto. Vado al chiosco e passo davanti al discount che ha tutte le luci accese; sui due registratori di cassa sono stati issati due tondi Papà Natale dall’espressione bonaria. Paiono ben disposti a distribuire doni e inoltre da lassù possono controllare i movimenti dei clienti.

I commessi hanno fatto gli straordinari la notte per montare tutto il baraccone natalizio come sintetizzerebbe Victor, che del resto fa altrettanto in gastronomia per la sua clientela. Si da il caso che sia piacevole ritrovare il proprio negozio addobbato come d’uopo. Guardo attraverso i vetri e vedo le decorazioni dorate che pendono dal banco salumi e formaggi e quelle rimaste nello scatolone che finiranno sull’abete bianco che per ora rimane appoggiato all’espositore delle spezie. Non sembra grande, forse non lo metteranno all’entrata.


portacoccarda

Nora ha sfornato tutto il pomeriggio biscotti danesi e dolci delle feste e ha chiesto a due amici generosi di raggiungerla per gli assaggi. Io e Victor non potevamo rifiutare di tenderle la mano; non era passata un’ora dalla sua telefonata che eravamo sulla soglia del suo appartamento, investiti da un penetrante profumo di burro fuso.

I dolci dovevano essere perfetti perché erano destinati alla famiglia di Jean-Louis riunita per la Vigilia. Non lo abbiamo ancora conosciuto ma ho il presentimento che presto rivedremo un film di Woody Allen, uno qualsiasi di quelli preferiti da Nora quando cerca consolazione alle sue pene d’amore.

È stato un incontro in biblioteca, quella dei bambini che Nora frequenta saltuariamente per confrontare la sua vena inventiva con quella di altri scrittori di fiabe. Jean-Louis era seduto con il figlio in un angolo e guardavano insieme un libro illustrato sugli animali; il bambino faceva molte domande e il padre cercava di dare qualche risposta. Nora racconta di essere stata trasportata verso di loro da una infinita tenerezza e di aver scambiato qualche battuta con il piccolo lettore. Poi il resoconto riguarda interamente il padre, la sua altezza, la marca della maglia e quella delle scarpe, il fatto che avesse glutei sodi e mani grandi.

Non so che livello occupasse la tenerezza nella graduatoria dei sentimenti di Nora a questo punto. Fatto sta che è riuscita a ottenere un appuntamento. Ho ascoltato con attenzione il racconto, la mente offuscata dal burro fuso che ha permeato di sé ogni cosa, e intanto Victor ha continuato a mangiare. Pare indifferente, insensibile quasi, ma poi è lui a esprimere più francamente ciò che pensa, cercando di aiutare veramente un amico.

Forse avrei dovuto continuare anch’io a servirmi di dolciumi, tanto Nora non badava a noi. Era sufficiente che fossimo in casa e porgessimo orecchio alla romantica storia che andava narrando. Sembrava davvero commossa. Solo lei.

Jean-Louis ha tre figli e sta divorziando; lei gli ha proposto di accompagnarla a trovare la famiglia in Danimarca e lui ha ricambiato con l’invito della Vigilia, ma le ha detto che la presenterà per adesso come una collega – lui è un promotore finanziario ed è spesso fuori Parigi – per non creare aspettative fra i parenti o sconvolgere i ragazzi. Lei si è detta comprensiva e ha iniziato a cucinare.

Le auguro tanta felicità per Natale e per l’anno nuovo maggior giudizio nella valutazione critica di cose e persone.

Tornati a casa Victor è andato a salutare Algernon, addormentato in poltrona. Si è inginocchiato vicino e ha iniziato ad accarezzargli piano il collo. Io ho posato giacca, sciarpa e la borsa con i biscotti che Nora aveva fatto per noi e poi ho ricordato di aver preparato una piccola coccarda con un rametto di agrifoglio e due di vischio portati al chiosco da Honoré, il fioraio.

Ho riaperto la porta di entrata e ho appeso fuori il mio addobbo con un nastrino di stoffa rosso. Ho richiuso e sono andato a prendermi ancora un biscotto, con la cannella.

Saremmo lieti se voi accettaste un piccolo pensiero.

Joyeux Noël. Sébastien et Victor

regalo

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

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