XLIII. Grilli oziosi per la testa.

Non è facile scriverne. È imbarazzante. Molto semplice invece arrendersi al capriccio delle abitudini bizzarre. Le mie non sono bizzarre, sono idiote. Ma ho pensato che tutti hanno le loro manie e tutti le nascondono, così racconto le mie e conto sulla comprensione altrui.

Non ne ho molte, ne ho due. Mi pare ragionevole. Non ho mai fumato, non ci ho mai nemmeno provato e poi mi rincrescerebbe troppo sprecare tutto quel denaro. Ma il gesto di tenere la sigaretta tra le dita, chiacchierando con indolenza o riflettendo davanti a una tastiera, l’idea di soffiar via il fumo e insieme la stanchezza guadagnando qualche minuto in rilassatezza, ebbene mi affascinano non poco.

Quando stavo sui libri di scuola di tanto in tanto mi distraevo fumando il mozzicone di matita. Non nel senso che gli davo fuoco; mi limitavo ad atteggiarmi a fumatore e aspirare il nulla dal mio avanzo di lapis. Temo però di aver mantenuto il vizio e capita ancora di raccogliere rametti, ricavarne l’equivalente di una sigaretta e assumere un atteggiamento languido che mi fa sentire impudicamente ozioso. Non dura che pochi minuti.
Tipi diversi di albero hanno profumo e sapore diversi e se esistono pezzetti di legno privi di alcun rilievo, ve ne sono altri che definirei gustosi. Il sambuco, per esempio. Si aspira e la sapidità della linfa giunge in breve al naso e diventa anche fragranza. Sconsiglierei le conifere, per via della resina. Sono sofisticherie a cui si giunge dopo anni di esperienza. Mi rendo conto che è ignobilmente snob, oltre a essere sconclusionato, ma se non altro del tutto gratuito; o forse il mio patrimonio andrà all’analista quando la confessione arriverà sulla sua scrivania.

Altra passione: gli occhiali. Anche questa da sempre, sin da quando giocavo con una montatura priva di lenti e me la portavo anche a letto per leggere i fumetti e imitare la nonna che a quattrocchi si perdeva nelle novelle rosa prima di addormentarsi. Trovo assolutamente irresistibile il movimento che si fa per sfilare gli occhiali e quello per aggiustarseli sul naso. Poi mi piace che gli occhiali facciano parte del corredo di uno studioso, come matita, penna e blocco degli appunti: ci si concentra meglio con un paio di occhiali da maneggiare di tanto in tanto. Mi piace vederli vicino al computer, tenerli piegati in mano dopo averli tolti per rispondere al telefono.
Qui la scempiaggine sta nel fatto che io non ho bisogno degli occhiali, non ne ho proprio bisogno. (Gli occhiali da sole sono tutta un’altra faccenda; li calzo ma non mi trasmettono la stessa soddisfazione). I primi tempi in cui sono stato costretto a lavorare al computer ho anche esagerato un leggero fastidio alla vista pur di giustificarne l’uso. Quando disegno non ne sento la mancanza, ma scrivere con un paio di occhiali sul naso significa aver già creato un terzo dell’atmosfera giusta per comporre. Forse questo non è idiota, è patologico. Ma ormai l’ho detto.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

 

XLII. Parigi scende in piazzetta.

Alle riunioni di palazzo interviene sempre Victor. Io talvolta assisto, non visto, agli incontri del giorno dopo tra i condomini più anziani che, sul portone o nell’atrio, riprendono punto per punto gli argomenti in programma e ricominciano a discutere, con toni più accesi e meno remore. Non occorre stare con l’orecchio alla porta o spalancare la finestra per udirli; è sufficiente essere a casa perché le loro voci arrivino distinte sino a me.
Io e Algernon abbiamo accompagnato Victor fino al circolo di quartiere frequentato dai pensionati di giorno e affittato per proiezioni, appuntamenti culturali e liti condominiali la sera.

Io e il cane abbiamo disertato e ci siamo diretti ai giardini. In strada Algernon si è fermato per indagare sul collega che lo aveva preceduto alla base del lampione; io intanto constatavo l’assenza di molte persone che generalmente incrocio alla stessa ora, già assicurate alle mete estive.
Un portone si è aperto e ne è uscito un giovane uomo che ho amato all’istante: camicia bianca, cravattino, fusciacca, pantalone nero e scarpa lucida. Ha portato sul marciapiede la custodia di un contrabbasso ed è rientrato per prendere la giacca e un amplificatore. Si è chiuso il portone alle spalle e ha iniziato a concentrare tutta quella roba in una vettura a tre porte, cominciando dalla gruccia su cui stava appesa la giacca. Da ultimo è riuscito non so come a far scivolare in macchina il contrabbasso: il riccio sul cruscotto e il polmone inferiore appoggiato allo schienale dietro.
Uno strumento musicale chiuso dentro una custodia non ha eguali per fascino e un uomo in smoking altrettanto. Il primo evoca studio, dedizione, arte e il secondo garantisce stile e se non altro è bello da guardare.

Comunque la macchina è partita senza che il tizio si accorgesse di noi e il mio innamoramento si è spento dopo pochi passi, girato l’angolo. Il tempo che si accostasse un uomo sulla sessantina per chiedere dove si facesse della musica quella sera. Le indicazioni che aveva corrispondevano alla piazzetta poco più in là: lui si è avviato e noi lo abbiamo seguito.

 

Quattro musicisti stavano per iniziare a suonare per un discreto numero di persone radunato attorno. Si accordavano e facevano qualche battuta; il fisarmonicista, seduto su uno sgabello, teneva con una mano lo strumento appoggiato al ginocchio mentre terminava di fumare la sigaretta.
Imbruniva lentamente e a poco a poco scompariva alla vista il filo che di ramo in ramo contornava la piccola piazza quasi per metà e una serie di lucciole elettriche compariva al suo posto, via via più splendenti con il calare della notte.
Le coppie – di ogni età – hanno attaccato a volteggiare alle prime note di valse musette. Non davano l’impressione di trovarsi lì per caso, anzi. Parevano conoscersi ma soprattutto conoscevano bene i passi, come se fossero frequentatori dello stesso corso di danza.
La musica e l’atmosfera d’altri tempi erano piacevoli e io mi sono ritrovato fermo a guardarli con le labbra piegate in un sorriso compiaciuto e il cane che esitava un poco, aspettando che riprendessi a camminare, e poi si sdraiava ai miei piedi. La stessa aria compiaciuta aveva Madame Mercier, che attraversava la piazza, tenendo per mano la nipote più piccola, visibilmente annoiata.
Accanto a me una vecchia coppia: lui con le braccia conserte e lei, ancora bella, abbracciata a lui con le mani appoggiate alla sua spalla, che abbozzava qualche passo. Non lo ha trascinato sulla pista – era evidente che lui era incapace di seguire la musica – ma il suo entusiasmo è stato contagioso: dopo poco lui ha preso a battere la mano sul braccio di lei provando a seguire il ritmo.

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Supplemento.

Cette semaine on se revoit Jeudi.

 

XLI. Chez nous. Avec plaisir.

Io credo proprio che potrebbe funzionare. Non è la prima volta che ci penso e lo potremmo chiamare Chez nous o qualcosa come Avec plaisir, facile da ricordare e accogliente, senza eccesso di fronzoli.
Se potessimo disporre di un piccolo appartamento accanto al nostro sarebbe eccitante farne una chambre d’hôtes per quanti decidessero di eleggerlo a loro buen retiro durante il soggiorno a Parigi. Dovrebbe innanzi tutto essere molto parigina, sofisticata ma niente affatto lussuosa, a mezzo tra lo studio di un impressionista e l’abitazione di uno studente: essenziale, confortevole, poetica.
L’ospite che consegna le chiavi di una stanza è una delle prime persone – escluso il tassista – che il viaggiatore incontra: spetta a lui essere anfitrione della città. E comunque rimane forse l’unica  persona che mostrerà come si vive realmente, quotidianamente a Parigi.
A cominciare dal pasto del mattino a cui Victor è molto attento quando pernottiamo in un B&B. L’ultima volta che ciò è accaduto è andato in visibilio quando ha scoperto che il padrone di casa, che ci aveva atteso per preparare il caffè, è uscito subito dopo per andare ad acquistare il pane appena sfornato nella panetteria di fronte. Lo ha messo in tavola che era ancora tiepido. Non importa se i vasetti di marmellata erano già consumati per metà e il succo di frutta era in un contenitore tetrapak a marchio di una nota catena di supermercati.
Ci aveva già fatto una buona impressione all’arrivo quando ci era venuto incontro con cordialità, finendo di masticare qualcosa, un assaggio di cucina preso tra le mani che infatti stava nettando in un asciugamano. Brizzolato, rilassato in un corpo floscio di cui disponeva molto disinvoltamente, ha lasciato che prendessimo possesso della nostra camera riuscendo a far sì che noi tenessimo in equilibrio l’impressione di vivere in un’abitazione privata con la consapevolezza di essere clienti.
Solo la mattina seguente abbiamo scambiato qualche impressione sulle nostre città: lui innamorato di Parigi, noi ancora a digiuno del suo villaggio, in Alvernia. Di sé ha raccontato che da quando era andato in pensione si dedicava all’incisione a bulino.

Ripensando al breve tempo trascorso in quel villaggio, due notti appena in tardo autunno, mi viene in mente di aver spiato all’interno delle basse costruzioni che, infilate una dietro l’altra come le perle di un girocollo, seguono il dipanarsi della strada di pietra sino alla piazza maggiore. Non un’anima in strada dalle sette del pomeriggio. Le finestre basse e prive di tende si aprivano direttamente in strada e la vita che vedevo svolgersi nelle stanze tutto a un tratto sembrava svolgersi su un palcoscenico.

A teatro la casa è sezionata e offerta al pubblico che assiste alle azioni di due persone in camere diverse. Persone che appartengono a una famiglia e probabilmente convivono da sempre, eppure in quel momento l’una ignora cosa stia facendo l’altra mentre lo spettatore controlla i movimenti di entrambi.
Io rammento una donna seduta davanti al televisore, l’unica fonte di luce di quello che mi parve un salottino senza pretese, e un uomo, dall’altra parte della parete, intento a togliere un pentolino dal gas, in una cucina rimasta come doveva esserlo negli anni Sessanta.


Oggi in macchina appena fuori Garches una corsia era occupata per una decina di metri da un cantiere, due lavoratori in indumenti fluorescenti e un terzo di cui emergeva la sola testa, immerso in un tombino.  Per una decina di metri si percorreva dunque la corsia di marcia opposta. Victor al volante ha commentato:
proprio come stare in Inghilterra, tu che ci volevi andare.
Io ho lasciato che il capo abbassato dallo sconforto trovasse appoggio nel palmo della mano: voglio morire.
Gli ho sentito dire: non è difficile. Basta continuare a viaggiare nella corsia sbagliata.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

 

 

XL. L’eleganza rifinita dal riccio.

Coco sarà la testimone di Sara. La prima cosa che ha detto quando l’ha saputo è che vuole assolutamente un cappellino. Deve averlo: è d’uopo. Esattamente con ugual rigore Victor non transige sui polsini su cui devono segnalarsi i gemelli; di stile, li predilige di stoffa, li pensa con cura e poi li cambia quando stiamo per uscire, secondo l’umore.
Io non oso immaginare Coco in abito da cerimonia, non come lo concepisce lei, ma so per certo che raramente una testimone potrà condividere con tanto affetto la gioia degli sposi.

Coco ha un cuore d’oro e … un giorno libero la vigilia del matrimonio: è lei ad occuparsi di Gilbert. Marie e Louis stanno con la nonna e la piccola Amandine è nostra ospite.

Amandine è arrivata per il pranzo ed è stata felice di aiutarmi a preparare l’hamburger comprimendo la carne nello stampo: prima uno strato, poi una fetta di formaggio e il secondo strato a coprire. Mi ha detto che non aveva mai cucinato, mai indossato un grembiule – della mia taglia, le arrivava ai piedi – e mai pensato che un hamburger potesse essere riprodotto in casa perché sinora lo aveva sempre visto uscire dalla confezione del Mcmenu, la domenica sera, quando mamma non ha voglia di cucinare.
Amandine ha cinque anni e la sua bambola Camille tre. Naturalmente Camille è con lei, ma ha convenuto con me che indossa un abito inadatto alla stagione; allora ecco la proposta: cambio di guardaroba e visita al museo delle bambole per raccogliere qualche idea sul modello conveniente a Camille. Nulla di improvvisato, s’intende: il piano su come avremmo trascorso il tempo a nostra disposizione era stato studiato nel dettaglio.
Il museo delle bambole piace tanto anche a me e costituisce una garanzia: una piccola visitatrice non rimarrà mai delusa e tornerà incantata dal suo viaggio nel tempo, rassicurata dall’esistenza di una clinica che potrà sempre prendersi cura della salute della sua amica di pezza e consolata dalla presenza di adulti che hanno compreso che i pupazzi sono una faccenda seria.
Non lontano dal museo abita Jerome e, data l’ora, abbiamo deciso di contare su di lui per la merenda di metà pomeriggio. Di Jerome ho già detto qualcosa: la finezza di gusto e di mano hanno fatto sì che il suo lavoro venisse conteso da alcuni fra gli ateliers parigini più importanti; il suo contributo arrivava per ultimo, a completare l’opera d’arte sartoriale. Jerome ha quasi sempre lavorato in casa e alle pareti del suo laboratorio stanno appesi molti bozzetti; lui non ne parla mai, ma alcuni recano l’autografo di chi li ha creati e qualche riga di dedica.
Adesso divide l’appartamento con Nureyev, un coniglio che lo segue di stanza in stanza.

Jerome è apparso sulla soglia e ha accennato un inchino alla piccola Amandine – schiena appena inclinata, gambe lunghe unite e pantofole perfettamente allineate – e poco dopo il naso di Nureyev è comparso dietro il suo polpaccio.
Il coniglio è un regalo della sua vicina di pianerottolo; Madame Colette aveva un debole per Jerome e non ha fatto molto per nasconderlo, anzi. È stato difficile per lui disilluderla – non avrebbe mai voluto ferire i suoi sentimenti – ma è stato necessario farle capire che non era tecnicamente possibile pensare a un lieto fine. Semmai avrebbero potuto rivaleggiare per ottenere l’attenzione dell’affascinante Monsieur Antoine, galante proprietario del caffè di fronte.

 

Inutile dire che Amandine è stata conquistata dalla cavalleria del padrone di casa, a cui ha raccontato dove eravamo stati e perché. Allora Jerome le ha proposto di confezionare insieme un abito per Camille e ha mostrato alla bambina una vecchia valigia verde, chiusa da una spessa cinghia di cuoio, in cui tiene i ritagli di stoffa: lino bianco per una casacca con il collo alla coreana e le maniche trequarti.

Amandine non ha più distolto lo sguardo dalle mani di Jerome; lo ha seguito mentre si procurava il necessario: il gesso per tracciare il modello, le forbici sul ripiano della macchina da cucire, l’ago in una scatolina di latta pastilles de Vichy, il filo bianco in un cassetto pieno di rocchetti, ordinati per tonalità e grandezza. Amandine ha allungato il collo per vedere meglio la meraviglia di quella tavolozza e poi ha sussurrato, come pensando a voce alta: il portapenne di Marie è fatto così.
Allora Jerome l’ha presa tra le braccia e le ha mostrato gli altri cassetti – altrettanti cilindri di filo, spagnolette, bobine, matasse, e altrettanto ordine – e poi i rocchetti più grandi infilzati al sostegno in legno a parete, a cui sta attaccato anche un grosso portaspilli. La bambina non credeva ai propri occhi; guardava con voracità, per timore di non riuscire a osservare tutto.
Non diceva nulla; solo quando Jerome, seduto su una poltrona del suo salottino, ha iniziato a imbastire l’abito e le ha chiesto di tornare di là per prendere il ditale in un cesto, Amandine ha cominciato a fare domande, mostrando di avere parecchie cose da approfondire.
Prima che andassimo via Jerome ha servito la merenda ad Amandine. Una crêpe dolce e succo di frutta su un grazioso vassoio da letto che Jerome ha sistemato in grembo alla bambina accomodata sul divano.

Tornati a casa, Amandine ha atteso l’arrivo di Victor: le ho detto che ha la collezione completa dei classici Walt Disney. Non le ho detto però che può essere prolisso, ma certo la piccola se ne deve essere accorta.
Victor si è mostrato squisitamente premuroso con lei, descrivendole i film perché potesse decidere quale guardare. Dopo i primi venti minuti li ho raggiunti e ho visto Amandine sconfortata; era evidente che contava sul mio aiuto. Ho scelto io. A caso.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

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