30. L’ardire di credere alla felicità.

Ma dov’eri finito? Ti ho detto vado a prendere la macchina e ti aspetto sotto.
Ho pensato che potevamo averne bisogno.
Ho sistemato dietro il sedile due paia di stivali di gomma e siamo partiti. Una giornata di pioggia è l’ideale per andare a conoscere un cane. Una giornata di pioggia è l’ideale per fare un sacco di cose. Io poi riesco a conservare più a lungo il ricordo di ciò che è accaduto in una giornata grigia; mi rimane impresso con una resa migliore, sospeso in un alone atemporale, sentimentale.

 

Le indicazioni di Monsieur Abraham erano chiare. Usciti da Beaumont-du-Gâtinais l’auto ha infilato una strada che presto si è ristretta a una sola corsia. Victor ha incollato il naso al parabrezza appannato e ha decifrato il percorso tra i campi mentre io mi guardavo attorno. Il suono regolare del tergicristallo misurava i nostri pensieri.
Davanti all’insegna del canile Victor ha spento il motore e siamo rimasti a guardare, sotto la pioggia che continuava a scivolare sul parabrezza e ticchettare sul tetto e sul cofano: un cancello in lamiera che non lasciava intravedere nulla, con un’unica feritoia – l’asola per la corrispondenza – e un grosso contenitore chiuso, sulla destra, per la raccolta delle coperte donate al canile.
Una volta scesi, due verità sono parse inequivocabili : oltre quel muro c’erano dei cani e gli stivali di gomma sarebbero stati utili.
Le voci degli animali accolti nel rifugio si sovrapponevano discordanti – una mescola sconsolata di pianti e di latrati – cercando di oltrepassare le mura di recinzione. Al cancello è venuto un ragazzo e ne ha chiamato un altro perché ci accompagnasse attraverso il cortile. Con lui che ci precedeva abbiamo percorso i corridoi che separano i box, incrociando per pochi istanti le storie degli animali che li occupano.
L’impressione è stata buona: i cani dispongono di spazi piuttosto grandi e un bel gruppo di volontari garantisce a tutti lo sfogo di una passeggiata nella campagna intorno. Alcuni di loro stavano prendendo una tazza di tè con la torta che la più anziana aveva preparato. Abbiamo accettato un bicchiere di quel tè ambrato che il termos aveva conservato bollente e quando abbiamo detto di aver perso un cane cacciatore hanno pensato di mostrarci Babuche, l’unico segugio in canile:

Questo non è un segugio. È un coso ha commentato Victor sorridendo intenerito davanti a Babuche.
Il Coso in verità è una Cosa ed è evidente che la paura condiziona ogni suo movimento. Probabilmente uno dei genitori era un cane da caccia e ha orecchie sottili e lunghe come un segugio; i suoi colori sono quelli di Algernon tranne una peluria bianca e nera, sottile e rada, che dal mento arriva alle prime mammelle, come uno sparato prima di essere inamidato.
L’abbiamo sorpresa racimolata contro un vecchio cane da pastore, Sandokan e per non provocare oltre la sua paura, Victor si è accovacciato a terra dandole le spalle. Lei ha mostrato curiosità e tuttavia la paura l’ha costretta a una coreografia nervosa: sfiorava le sbarre dov’era appoggiato Victor e tornava subito a Sandokan e di lì saltava sul tetto della sua cuccia. Ridiscendeva all’istante per ricominciare daccapo, spinta dall’ardire di credere che qualcuno fosse capace di avvicinarla come avrebbe desiderato lei.

Quando ho chiuso la portiera ho pensato che nel caos dell’abbàio continuo non c’era la voce di Babuche. Non abbiamo sentito la sua voce durante tutto il tempo in cui siamo stati con lei. Però i suoi occhi neri sono stati eloquenti: lucidi e cisposi, ci hanno analizzato a lungo e il suo sguardo furtivo non ha temuto di reggere il nostro.

La sera siamo di nuovo in macchina per andare al cineclub – una rassegna di corti animati – e Victor è ancora alla guida. Sui grandi boulevards in periferia io osservo la gente, poca, sui marciapiedi bagnati. Passando vedo un uomo appoggiato al balcone, stretto. Lui è di bassa statura e a giudicare dal volto tondo ha forme ingombranti e flosce; tiene con una mano i due lembi di una coperta che si è gettato sulle spalle, come una mantella. Li tiene serrati sul petto perché non filtri l’aria umida della notte. Lo guardo e vedo un soggetto colto dall’obiettivo di Martha Cooper, immobilizzato nel bianco e nero di una sua fotografia.
Nel fine settimana abbiamo visitato una retrospettiva sul suo lavoro a NYC negli anni Settanta. Io adoro condividere queste esperienze con Victor: lui nota cose che io non noterei mai – mai nello stesso modo – e questo è molto stimolante.
In uno scatto un bambino fingeva di stare alla guida di un rottame abbandonato in strada, nel Lower East Side: una mano sul volante e l’altra alzata. Ho pensato a un segno di saluto verso un amico non inquadrato. Non ho nemmeno messo in conto un’altra possibile interpretazione.
Victor mi ha detto che ha avuto l’impressione che il bimbo si stesse riparando dal sole.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

29. In principio era una melanzana.

Sembra più vecchio.
Forse Victor non avrebbe preso in considerazione l’idea di accogliere in casa un altro cane. Non ora. Comunque gli ho detto di aver trovato un segugio simile ad Algernon e il giorno dopo mi ha chiesto di vedere la fotografia.
Ha detto: Sembra più vecchio.
Scrivono che probabilmente non ha ancora compiuto un anno, ma nella foto in cui avanza verso l’obiettivo – la testa abbandonata in avanti, il corpo magro – nulla in lui mostra il vigore e la vivacità di un cucciolo.
Va detto che le labbra di un segugio ricadono molli anche sull’animo più lieto. Algernon è stato spesso giudicato triste a causa delle labbra pesanti che nascondevano l’espressione della bocca e il contorno scuro che infossava gli occhi, languidi.
In canile lo hanno chiamato Paul: recuperato in strada con una zampa fratturata e curato a spese del canile. Spera di trovare una famiglia che ricambi il suo amore: queste le parole che dovrebbero commuovere i visitatori.

Ho parlato di Paul anche a Jerome e lui ha continuato a sorridere mentre raccontavo ciò che ho letto sul suo conto. Evidentemente l’idea che ci siano novità in arrivo è una ventata d’aria fresca nella sua camera di ospedale.
Nel pomeriggio di sabato ha ricevuto la visita di Madame Colette che gli ha mostrato le fotografie scattate a Nureyev con lo smartphone di Zaza, il ragazzino che abita sul loro stesso pianerottolo:non sono venute molto bene, ma…
Articolando lentamente le parole Jerome ha detto che in una foto c’era il divano di Madame – a fuoco, in primo piano – e lei assicurava che sotto c’era il coniglio. Ha mostrato di crederle.
Solo al momento dei saluti lo sguardo interrogativo del mio vecchio amico mi mette in difficoltà; ogni volta mi indica il braccio ritorto, un ramo secco, e si aspetta che gli spieghi come è potuto accadere e quando tutto tornerà come prima.

Nora ha raccolto la mia inquietudine durante una telefonata diretta a Victor. Ho risposto io e alla fine Nora non ricordava il motivo della chiamata. Mi ha strappato la promessa di accompagnarla ai giardini del Luxembourg la domenica mattina: non c’è niente di meglio. Se ho troppi punti interrogativi in testa cammino fino al lago e ce li butto dentro.
La passeggiata è stata piacevole ma Nora aveva in mente di portarmi in un punto preciso del lago. La domenica mattina arrivano prima delle 9; si riconoscono e si salutano. Appoggiano alle sedie le loro borse e ai bordi del lago il basamento a cui è ancorato lo scafo: sono gli appassionati di modellismo; sono anziani per la maggior parte e costruiscono essi stessi le loro barche a vela.
Parliamo con uno di loro dopo avergli fatto i complimenti. Ci dà le spalle e monta la vela, passando la mano sulle stecche e controllando di averla fissata a dovere all’albero:
un pretesto per ritrovarsi la domenica minimizza, ma poi racconta di essere appassionato di modellismo da sempre: costruisco le mie barche a partire dal disegno.
Nora si avvicina all’acqua e io mi siedo accanto al vecchio. Non gli chiedo nulla a parte qualche informazione sul tipo di legno che lavora – la balsa, per la leggerezza – ma lui decide di parlare ancora e mi dice che è iniziato tutto durante la guerra. I nonni abitavano vicino ai canali e lui ricavava barchette dalle melanzane: le scavavo e ci fissavo un bastoncino. La vela la facevo con la carta dello zucchero.
Quando ho detto a Victor dove eravamo ha risposto che ci avrebbe raggiunto. Ho una sorpresa ha aggiunto.
Tuttavia arrivato al lago non ha menzionato nessuna sorpresa e ha scambiato qualche impressione con un tale che aveva portato diverse imbarcazioni. Doveva avere la nostra età; ha moglie e un figlio e non ha più un lavoro da qualche mese. Sta cercando di inventarsi un mestiere sfruttando le sue competenze sui motori – la maggior parte dei miei modellini sono a motore e li ho costruiti io – e la domenica la moglie lo forza a uscire di casa per andare al Luxembourg: l’ho sempre fatto. Se non esco e rimango a pensare impazzisco.

La sera, a casa, Victor mi ha sorpreso: ho parlato a Monsieur Abraham, sai l’emporio di fronte,… insomma gli ho detto che cercavamo un cane… forse. Il figlio è volontario in un rifugio per cani e gli ho detto che ci andiamo.
Io stavo sistemando delle scatole nell’ultimo ripiano dell’armadio in corridoio e sono sceso dalla scala. Gli era rimasto appeso il sorriso compiaciuto che nasce da un gesto compiuto per rendere felice una persona cui teniamo. Il più delle volte ignoriamo di tenerlo sulla faccia – ci conferisce un’aria appagata e inebetita – ma il sorriso persiste perché si nutre del sorriso che germoglia sulle labbra dell’altro.
Li abbiamo spenti entrambi in un bacio. Allegro. Poi Victor ha sentenziato: spaghetti, zucchine e curcuma ed è sparito in cucina.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

28. La chat che fa troppe fusa.

Victor si alza e si dirige in bagno, una mano che strofina il fianco e scivola sul gluteo e l’altra che tiene lo smartphone: mi domando questi che cosa abbiano nella testa…
Una cliente mi ha detto che il nipote vorrebbe impedire agli ultra settantenni l’utilizzo dei social. Ci ho pensato: io estenderei il divieto alla generazione dei cinquantenni. Per quanto possa essere condivisibile l’idea della condivisione il suo rapido degenerare nell’accumulo sconclusionato di immagini e di parole è cosa piuttosto triste.
Non penso che nessuno creda veramente che i suoi messaggi vengano letti con interesse costante ed è piuttosto scoraggiante stare in compagnia di chi attacca a scorrere il polpastrello sullo schermo per mostrarti gli ultimi scatti o i filmati esilaranti che ha ricevuto nelle ultime 24 ore.
Il numero di Victor è stato inserito nel gruppo dei fortunati che possono rimanere costantemente aggiornati gli uni sulle faccende degli altri. Nora è l’artefice di questa comunità di eletti e da circa tre settimane è l’amministratrice solerte e propositiva che ha promesso di essere. Ci augura buona giornata e ci augura la buona notte e durante il giorno semina emotions a margine dei messaggi altrui con munifica benevolenza.
Victor ha preso atto della decisione di Nora ma non partecipa alla vita comunitaria della chat. In verità solo quattro o cinque persone usufruiscono della banchina comune dando regolari cenni di vita e Victor li segue con l’interesse del ricercatore che mappa il percorso delle sue cavie.
Purtroppo mi tiene al corrente del suo studio sociologico e quindi da circa tre settimane faccio parte della chat senza comparire fra gli iscritti: gli altri non sanno della mia esistenza ma io so cosa li ha fatti piangere il lunedì e cosa li ha fatti ridere il martedì sera. So quali interrogativi si pongono e so che spesso rimangono senza una risposta o peggio senza un tentativo di risposta; qualcuno pubblica subito dopo la caricatura di Trump o la foto del gatto e gli altri glissano disinvoltamente sul quesito che mendicava un suggerimento.
Poi succede che Monsieur Schmitt – che regola ancora la sua vita di pensionato secondo gli orari di quando faceva il panificatore ed è il primo a passare al chiosco la mattina – si commuova raccontandomi di aver rivisto su facebook la fotografia che aveva scattato alla sua cagnetta un anno prima che si ammalasse, al mare: mi ero dimenticato di quella foto, è stato come vederla lì… davanti a me, ancora viva.
Magia nera e magia bianca della rete.

Fatto sta che io mi muovo nella rete come chiunque altro e ringrazio il web del tempo che quotidianamente mi fa risparmiare ma più spesso mi diverto nel constatare che per quanto diverse siano le superfici su cui si muove l’essere umano, i suoi passi sono sempre gli stessi.
Voglio dire: sul parquet si volteggia più agevolmente che sulla terra battuta e certo lo si fa a ritmo accelerato, ma rimane pur sempre il passo di un valzer, ritmo ternario-quadrato antiorario-giro.
Così, per esempio, la discussione innescata da un commento apparso sui social, discussione a cui ho assistito stando due sedili più in là sullo stesso tram su cui viaggiavano due amiche ciarliere, era la stessa che avrebbe potuto alimentare i pettegolezzi in una piazza di provincia.
Perché ha riso di me? diceva l’una e poi citava a memoria le frasi apparse sui social di Tizio e di Caio, proprio come se Tizio e Caio avessero detto le stesse cose al mercato e ne fosse venuto a conoscenza Sempronio. Lui ha detto, lui ha postato, lui ha commentato, io gli ho detto e avanti di seguito sino alla fermata St. Antoine.
Quando mi sono alzato per scendere ho visto una signora sui settantacinque ringraziare l’autista che stava a fianco del tram per averle ceduto il passaggio. Una signora con un trucco anni Cinquanta che attraversava a piedi cercando di reggere in equilibrio la bicicletta. Al manubrio stava appesa una borsa da cui spuntava un mazzo di bietole. Ha sorriso all’automobilista e ha continuato a sorridere all’autista del tram che nel frattempo si era fermato. Quel sorriso mi ha rimesso al mondo.

Torno a casa prima di Victor. Devo nascondere la ventosa sturalavandino prima che la veda e si ricordi di cosa lo tormentava ieri notte. Io ero a letto e già avevo rinunciato al libro per cedere al sonno quando Victor ha chiesto dove avessimo riposto la ventosa.
Non penso di avergli dato retta ma la ventosa è riuscito a procurarsela. Convinto di dover intervenire sullo scarico della doccia e di doverlo fare subito ha iniziato a disquisire sulla manutenzione degli scarichi in generale e sul corretto utilizzo della nostra lavatrice in particolare. Io cercavo di ignorarlo ma era impossibile non sentirlo girovagare per casa brandendo quell’arma primitiva di gomma arancione. Un uomo in mutande che passeggia nella tua stanza da letto o è eccitante o è irritante. Io non ho trovato in lui nulla di eccitante.
Ho dormito malissimo e alle 3 ero davanti al computer e cercavo nel web la fotografia di un cane. Da qualche giorno torno spesso a rivederla. Un ospite del canile di S. assomiglia molto, troppo, al nostro Algernon; l’ho individuato quasi per caso e ho riletto per l’ennesima volta le poche righe su di lui.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

 

27. Quarantotto ore.

Quando Nureyev ha paura comincia a battere a terra la zampa posteriore e accelera rapidamente il movimento per scaricare la tensione. Il coniglio di Jerome conosce bene la vicina di pianerottolo, Madame Colette, ma quando lo abbiamo portato da lei e insieme a lui abbiamo traslocato la sua cassetta e la coperta arancione – quella che sfilaccia un poco ogni sera dopo aver mangiato il suo gambo di sedano – ha compreso che non si trattava di una visita di cortesia e non ha nascosto il suo disappunto.
Poverino, ha continuato ad agitarsi per tutta la mattina. Ha trovato un po’ di pace nella cesta dei gomitoli… crede che possa farsi del male con i ferri da maglia?
Madame si è subito resa disponibile a tenere con sé Nureyev in assenza di Jerome. È a lei che Jerome ha chiesto aiuto quattro giorni fa ed è lei che gli ha tenuto compagnia in attesa dell’ambulanza.
Lo hanno portato via in piena notte e Madame ha pensato che gli avrebbe fatto piacere avere i suoi amici accanto. Ha scorso la rubrica nel telefonino di Jerome e ha inoltrato la chiamata:
Signor Victor? Madame Colette tradiva l’imbarazzo che aveva deciso di vincere per il bene del caro Monsieur Jerome. Insomma si scusava per l’ora, per aver violato il telefono altrui, per non essere salita sull’ambulanza.
Ha fatto benissimo. Andiamo noi. Grazie… no, ha fatto benissimo.
La voce di Victor si è fatta subito seria; lui si è seduto sul letto e ha meccanicamente racimolato calzini e jeans mentre congedava Madame Colette.
Jerome ha avuto un ictus. Lo hanno portato in ospedale.
Jerome? Ma cosa ti ha detto, ha perso conoscenza, è grave? Ho formulato qualche domanda inutile mentre mi legavo le scarpe. In macchina non abbiamo più detto nulla: avevamo solo una gran voglia di vederlo.

Lo abbiamo intravisto cinque ore più tardi. Un attacco ischemico ha calcato sul volto di Jerome un ghigno obliquo che non ha nulla a che vedere con il suo spirito quieto e accogliente. Il suo braccio sinistro è piegato, accartocciato su sé stesso, e la mano è rimasta chiusa in un pugno impotente, la punta delle dita che preme sul palmo.
Mi accorgo solo ora che la sua discrezione ha custodito il segreto di un’esistenza che ignoro. Non gli avremmo mai chiesto di parlarcene, è ovvio, ma l’idea di fare a meno della sua presenza nella nostra vita ci ha fatto riflettere sulla sua.
Jerome ha compiuto ottantadue anni lo scorso novembre ed è uno degli uomini più amabili che conosca. Negli anni della sua giovinezza è stato costretto a tacere la sua omosessualità contro la codardìa di chi non mancava certo di epiteti sguaiati, mortificanti, per marchiare definitivamente un individuo. Più tardi non ha imparato a contestare tanto pudore però è il sostenitore più combattivo delle follie di Coco e osserva compiaciuto anche me e Victor. Jerome non è capace di nutrire invidia; semplicemente è felice quando ci vede insieme, liberamente insieme.
Non ha mai fatto cenno a un legame particolare che abbia solcato profondamente il suo grande cuore, ma sarebbe davvero un peccato se un uomo come lui non avesse incontrato un’anima capace di fondersi con la sua. Completamente. Lungamente. Impudemente.
E adesso ha dovuto lasciare il suo appartamento e il coniglio che lo segue di stanza in stanza: un distacco crudele di cui soffriranno entrambi.

Passate le prime 48 ore la vita di Jerome è stata dichiarata fuori pericolo. Victor si è fermato con lui e io gli ho promesso che sarei tornato presto con pigiama, pantofole e rasoio.
Mi sono chinato su di lui per posare un bacio sulle sue grosse guance flaccide: è passata Jerome.
Lui ha sorriso, paziente, e ha alzato la mano sino a toccare il mio volto. Ho sentito il calore e il peso di quella mano rimasta a lungo immobile.

Nel suo appartamento ho radunato in breve il necessario e poi ho suonato il campanello di Madame Colette, per darle notizie e chiedere se le servisse nulla nella convivenza con Nureyev.
Madame è comparsa sulla soglia con una ciocca di capelli sugli occhi e il resto della frangia  fissata a due grossi bigodi gialli e rossi. Stava ridendo:
mi sono appena sfilata un bigodo che è finito sotto il divano e mentre cercavo di raccoglierlo ho visto due occhi neri… Almeno è uscito dalla cesta…
Mi sono offerto di recuperarle l’aggeggio arriccia capelli, ma Madame ha deciso di sacrificarlo per buona pace del coniglio:
sembra divertirsi… tanto ne ho altri. Li metto per rendere più vaporosa la frangia…
Madame è davvero gentile ma io me ne vado pensando a Jerome e al suo conglio. Allora mi sale un pianto malinconico rievocando la mia vita con Algernon.
Non concepisco la  vita di un uomo senza un cane al fianco. La nostra casa senza un cane. Ho letto la raccomandazione di un architetto paesaggista a proposito della necessità di spostare regolarmente il proprio angolo di visuale per guardare lo stesso giardino in modo sempre diverso. Ecco, vivere con un cane significa trascinare continuamente la sedia da un angolo all’altro.

In ospedale Victor cerca il rasoio nella borsa che ho appoggiato sul tavolo: vanità di una vecchia checca: ecco qui il tuo rasoio. Poi con premura prepara Jerome per la rasatura e il nostro amico mostra sollievo, il pelo duro lo solletica. L’irriverenza di Victor, il sarcasmo – che in questo momento deve costargli caro – ci fanno sentire uniti e ci convincono che andrà tutto per il meglio.

La sera tornando a casa mi cade l’occhio su un avviso stampato su foglio A4 nella bacheca dell’entrata nel palazzo.  Monsieur Leval ha corretto l’ultima frase – forse un indirizzo – e poi ha ribadito la necessità di rispettare la regola n.5:  il sacco della plastica va esposto  il martedì sera: Ricordare. Non prima che puzza.
Disponiamo di un consigliere di scala che corregge con la biro blu i comunicati stampati in inchiostro nero. Meraviglioso.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

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