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XXXIV. Cosa dovrei fare.

Ho impiegato qualche secondo di troppo per ricordare chi fosse. Ho ricambiato subito il saluto ma temo sia stato evidente l’imbarazzo: il mio sorriso cordiale ma interrogativo in cambio del sorriso cordiale e un poco ostentato della signora che stava uscendo dal salone di bellezza di Titi e Marcel.
In verità la signora non esibiva il sorriso ma l’acconciatura, come se fosse consapevole dell’approvazione di quanti, avvezzi a incontrarla tutti i giorni con la spesa agganciata al passeggino della nipote, la tuta da casa e i capelli appiattiti sotto la fascia elastica, fossero sbalorditi dal manifestarsi di tale potenziale silente.
Così mentre lei indugiava davanti alla vetrina godendo della mia approvazione, io proseguivo oltre e finalmente riconoscevo in lei la vicina di Madame Verrall con la quale avevo scambiato qualche parola per via del cane e che aveva creduto che io e Victor dopo la morte di Algernon avremmo sollevato suo figlio dall’ingombro di un bulldog inglese che l’arrivo della neonata aveva retrocesso al rango di seccatura.
A ripensarci furono in molti allora a proporci un cane in adozione; lo interpretammo come un incoraggiante attestato di stima ma preferimmo rivolgerci al canile.
E a ripensarci la fascia elastica dona di più alla signora di quanto faccia la sua patinata messa in piega.
Oggi genero pensieri infelici perché mi sento infelice: mi disturba sapere che quel tale ha ancora telefonato a Victor. È Victor a dirmelo – è negli accordi: preferisco saperlo – e pare proprio che non subisca la lusinga di quell’uomo, ormai sulla settantina, che di tanto in tanto si fa vivo per fare due chiacchiere.
Lui e Victor sono stati insieme per quasi un anno prima che io lo conoscessi, ma non sono sicuro che lui sia a conoscenza del fatto che io so della sua presenza lontana ma mai eclissata definitivamente.
Victor accoglie ogni nuovo avvicinamento come un aggiornamento sul tempo che passa per entrambi – due commilitoni nostalgici che fanno il punto – e io intanto mi rovino la giornata percependo le fusa di quell’altro che sta a 1000 km da Parigi e di là si insinua nella nostra vita come un capello nei nostri piatti. A quella distanza potrebbe scomparire più agevolmente se avesse recepito le più elementari norme di educazione.
E Victor, che sembra davvero non capire, si limita a erigere un muro di razionalità davanti al mio malumore: sto con te, non con lui. Ho scelto te. Ma secondo te cosa dovrei fare?
Penso che ragionevolmente la colpa non sia di Victor ma di quell’altro. Non posso chiedere a Victor di comportarsi come non vuole ma posso sperare che capisca come mi sento io. Io che vorrei infliggergli la stessa pena.
Io che vorrei telefonare al tale di cui non ho mai voluto vedere la fotografia – per non avercelo poi sempre davanti o forse per timore di giudicarlo molto meglio di me – per dirgli che dovrebbe impiegare meglio il suo tempo e invece infilo la chiave nel portone del palazzo e mi trovo davanti la faccia inebetita di Monsieur Leval che stava per impugnare lo stesso portone dal di dentro per uscire.
Mi costringe a dire qualcosa sul tempo e ad ascoltare l’incresciosa vicenda della sua bronchite:
– come se avessi bevuto dell’acqua fresca, capisce. Venti iniezioni e non mi avevano fatto nulla. Così ha detto il dottore: dobbiamo ricominciare con qualcosa di più efficace Monsieur Leval.
Improvviso un’espressione solidale e lui appoggia il carico maggiore:
– e la pressione di mia moglie non accenna a stabilizzarsi.
Come un attore d’esperienza ha lasciato il posto alla battuta finale e io mi dispiaccio per la loro salute. Intravedo nel frattempo il giovane Aumont che sguscia verso le cantine riuscendo a evitare Leval.
Quando risale sono davanti alla cassetta delle lettere e ci scambiamo uno sguardo di intesa. Poggia un comodino davanti all’ascensore e poi aspetta che arrivi, con la maglietta infilata a mezzo nei pantaloni e la solita energia traboccante:
– Lo lascia qui? Può tornar utile per appoggiare la spesa in attesa dell’ascensore – ironizzo sfogliando la posta.
– Sì pensavo di metterlo proprio qui – e sorride, complice della mia idiozia.
Il portone si riapre e arriva Madame Mercier, chiaramente soddisfatta. Ci saluta:
– sono andata a confessarmi. A piedi fino a Sant’Anna.

Di sera, a letto, sto leggendo Julian Barnes e le dissertazioni di un circolo surrealista parigino sull’orgasmo femminile; come accorgersene: vecchia questione. Il tutto narrato da un inglese.
Chiedo a Victor:
– tu che hai avuto una donna: lo capivi?
– No. Glielo chiedevo.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

XXXIII. Peonia bianca.

Benché fossero solo pochi passi ho temuto di sciupare la fragilità perfetta della peonia bianca che Honoré aveva tagliato per Nora. Le avevo promesso di passare a ritirare il mazzo di fiori che Honoré confeziona per il suo negozio due volte la settimana; questa volta aveva preparato dei tulipani bianchi coi petali sfrangiati: io non sapevo nemmeno esistessero.
– Sono bellissimi Honoré – non ho potuto fare a meno di toccare quel bordo ritagliato.
– se vuoi vedere qualcosa di bello vieni qui – la voce veniva dal retro e ho raggiunto Honoré sulla soglia della veranda che affaccia su un cortiletto interno. Appena fuori la porta con l’intelaiatura di legno scrostata un cespuglio di peonia piantato in un’aiuola stretta poggiava i suoi turgidi frutti alla vetrata e scolava da quelli più appesantiti la pioggia caduta durante la notte.
Honoré ha diretto i bracci divaricati delle sue cesoie con la sicurezza del gesto che gli invidio e ha reciso uno stelo. Ha scosso appena il fiore e qualche schizzo è finito piacevolmente sulla mia mano:
– tieni, portalo a Nora. Che lo metta subito in acqua, sfiorirà presto.

Sono riuscito a reggere i fiori con una mano e tenere nell’altra i guinzagli. Si trattava di percorrere pochi metri ma soprattutto scorrevamo lungo il solito passaggio: so con certezza dove si fermerà Ernest; su quale tombino indugerà lui e davanti a quali portoni accellererà Gwendolen. Procedo dietro di loro, allungando il guinzaglio o racimolandolo secondo la loro andatura. Le altre persone non si accorgono di nulla; non sospettano l’intreccio regolato dei miei passi con i passi dei miei cani, come in una coreografia già provata.

 

 

Nora sta per chiudere il negozio. Accoglie la peonia bianca come si accoglie una sorpresa delicata; va a prendere un vaso e lo sistema sul bancone vicino alla cesta con i barattoli delle tisane.
Gli altri fiori li porta a casa:
– voglio metterli in tavola. Stasera arriva mia madre.
– cucini per lei?
– ho prenotato fuori e lei mi ha chiesto se per caso pensavo di portarla dove eravamo andate per il suo compleanno perché allora avrebbe preferito di no. A distanza di mesi mi dice che non le era piaciuto nulla di quel posto.
La madre di Nora continua a vivere in Danimarca e Nora continua a pensare che sia meglio per lei non tornare ad abitare dove è cresciuta.
Ha fatto il caffè e me lo offre. Però prima di sedersi va a chiudere la porta e abbassare a metà la serranda. Quando torna si serve lo zucchero e poi maneggia il cucchiaino con energia, versando un poco di caffè sul piattino come fa sempre.
– Quando sono con lei ritorno a essere quello che ero vent’anni fa. Non riesco a essere adulta; passo il tempo a immaginare cosa dirà – lo sguardo fisso alla sua ansia come se fosse seduta con noi.
– Sei cambiata molto? – le chiedo accarezzando il cranio di Gwendolen che si è seduta e lascia che la mia gamba regga il peso del suo corpo tiepido.
– Non sono come lei. Tutti quei soldi spesi perché un analista mi dicesse che potevo rimanere un’indecisa senza sentirmi in colpa per esserlo.
– Cosa ti rimprovera tua madre?
– Principalmente di essere più parigina che danese. Di non fare delle scelte. Lei è minimalista e io sono superficiale come un ricciolo rococò.
Finisco il caffè e rifletto a voce alta mentre Ernest si fa massaggiare la groppa e mi guarda a bocca aperta per assicurarsi che non smetta ancora:
– io sono istintivamente attratto da tutto ciò che sta a nord della Manica. Ma ho sbagliato a leggere i libri che vengono di là.
Nora si distrae per un attimo dal suo malumore e mi interroga per capire. Allora spiego:
– va tutto bene quando ti immagini un luogo: grigio il mare, grigio il cielo, verde l’erba. Sembra perfetto. Ma scopri che nell’ombra cova il risentimento, che nell’isolamento monta il rancore, la diffidenza, degenera l’introspezione.
– Allora stai meglio dove stai.
– Il punto è proprio questo: devi concedere a un luogo solo il tempo di un viaggio per continuare a crederlo ideale. Ogni luogo è imperfetto come lo è ogni persona.
– Tu sei nato a Parigi?
– Sono parigino da almeno tre generazioni. Ma Parigi è soprattutto uno stato d’animo. Devi essere un poco malinconico o sentirti leggero per accorgerti di essere a Parigi.
Nora infila la borsetta a tracolla e abbraccia i suoi tulipani affondando il volto tra le frange:
– andiamo?

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

 

XXXII. Come un figlio.

Era tutta contenta Alphonsine e prima che Victor posasse un bacio sulla sua guancia è sgusciata via dalle sue braccia per salire sul primo scalino davanti alla porta del 22:
– vieni qui che così sono alta come te.
Alphonsine è piccola di statura, magra e ossuta, porta gli occhiali grandi e i capelli a caschetto come non si usa più. Deve il suo nome allo zio Alphonse molto amato in famiglia e morto giovane in guerra: non c’erano maschi tra i nipoti che potessero portarne il nome.
Alphonsine non dispone di molti mezzi e quello che ha lo spende per mantenere i suoi cinque cani: un bassotto, un vecchio barboncino, due incroci di pincher e un bastardo lucido e glabro che in genere chiude la fila. Il bassotto ha la mascella inferiore più lunga di quella di sopra, con gli incisivi di fuori come i denti della cucchiaia di un escavatore; lui sta sempre un passo avanti agli altri e quindi è l’ultimo ad accorgersi delle soste nelle retrovie, quando Alphonsine si ferma a lanciare qualche crocchetta come un contadino semina il grano.
Una volta al mese Alphonsine entra nella gastronomia di Victor per acquistare una porzione di aspic di pollo in gelatina; è per la figlia che non mangia carne in nessun altro modo.
A 48 anni la sua unica figlia Joanie – come la secondogenita di Howard Cunningham in Happy Days – ha perso il lavoro da operaia alla catena di montaggio ed è praticamente tornata a vivere dalla madre: torna nel suo appartamento solo per dormire. Victor conosce anche lei e sa che l’unico argomento di conversazione è la sua depressione e l’incompetenza dei medici che hanno cercato di curarla sinora.
Alphonsine dice che dopo uno sfortunato legame sentimentale Joanie odia tutti gli uomini e quindi ha rinunciato a sognare per lei una famiglia. Joanie dice qualcosa di simile ma preferisce riconoscere nei suoi genitori l’esempio sbagliato da cui derivano tutte le sue paure.
Al padre in particolare rinfaccia la maggior parte delle sue frustrazioni e conclude che l’unica cosa utile è stata la sua morte lo scorso anno.
Del resto anche Alphonsine biasima il marito e ricava una specie di conforto dal racconto agli altri della sua vita matrimoniale:
– con rispetto parlando, quel pezzo di merda mi ha mangiato tutto quello che avevo.
Tutto il quartiere conosce Alphonsine, anche quelli che preferiscono evitarla. In genere però la gente si ferma a parlare con lei che è gentile con i bambini e si entusiasma di poco allargando un sorriso disteso.

– Per me tu sei come un figlio – così disse a Victor l’estate scorsa quando lui le promise di accompagnarla per un sopralluogo nella casa comprata con il marito a Marines, nel Vexin. Non proprio una casa, piuttosto la rimessa di una fattoria che loro avevano sistemato per le vacanze quando Joanie era una bambina. Non ci andava da anni e la figlia si rifiutava di portarcela.
Lei ricordava che i vicini avevano le capre e aveva preparato qualche foglia di cavolo e dell’insalata per loro e in una borsa aveva messo una confezione di biscotti per i cani di Victor.
Nel pomeriggio erano di ritorno a Parigi: Alphonsine paga di aver appurato lo stato della casa che le era sembrata ancora più piccola di quanto ricordasse e Victor carico di frutta che avevano raccolto dagli alberi del giardino e che Alphonsine non aveva voluto.
Di fronte all’orgoglio con cui Alphonsine aveva introdotto Victor nella sua campagna, lui aveva ricambiato apprezzando il posto. Troppo forse per non rischiare di convincere Alphonsine che una gita in Vexin di tanto in tanto fosse gradita ad entrambi.
Da allora le richieste di tornare si sono fatte frequenti e Victor ha dovuto far argine all’eccesso di premura di Alphonsine mostrandole di avere troppo lavoro da sbrigare. Victor era convinto di averla ricondotta a maggior ragionevolezza ma oggi si è arreso alla sconfitta; Alphonsine ha convenuto che fosse meglio rimandare: perché fare un giro di poche ore quando potevano prendersi una giornata intera magari alla fine del mese?
Essere gentili significa permettere a qualcuno di decidere quando e come lo sarai la prossima volta.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

 

XXXI. Esercizio di cornamusa.

Monsieur Bulot passa a prendere il giornale di ritorno a casa tutte le mattine. Non saprei dire quanti anni abbia, ma so per certo che è in pensione già da qualche tempo. Passa verso le 11 e a quell’ora ha già terminato la sua corsa al parco.
Corrono in quattro, uomini. Sempre gli stessi; non c’è un punto di incontro: chi arriva inizia il giro e man mano raccoglie gli altri strada facendo. Tutte le mattine, in tutte le stagioni, anche sotto la pioggia se non è insistente.
Ogni tanto si unisce a loro una signora sopra i settanta: coriacea, mascolina, in grado di mettere parecchia strada tra lei e il gruppo. È l’unica che quando parla lo fa senza affanno mentre gli altri le rispondono con la respirazione un po’ affaticata dalla corsa.
Tutti tranne il piccolo Alberto, un italiano di bassa statura che pare un intreccio di nervi nei suoi calzoncini corti con lo spacco laterale, di quelli che si portavano negli anni Settanta. A lui piace esporre al sole la maggior superficie del corpo – tracciato come un campo arso e crepato – e sembra poco interessato alle chiacchiere degli altri, ma di fatto quelle sono le uniche parole che scambia durante il giorno perché vive da solo da quando è rimasto vedovo e certi pomeriggi gli sembrano non finire mai.
Chiacchierano un po’ di tutto: di famiglia, di calcio ma poco, di tasse, di sindacati. Soprattutto Alain parla di sindacati perché in fabbrica gli sarebbe piaciuto avere il coraggio di fare il sindacalista. Di solito è il più mattiniero e gli piace fermarsi a guardare i cormorani sulla zattera in mezzo al laghetto con le ali spiegate per farle asciugare.
Monsieur Bulot è il più alto e anche il più in carne. Sotto i bermuda in felpa indossa i tight neri e quando arriva alla mia edicola si è già cambiato la maglietta. Da qualche mese esce di nuovo con una donna. Non fa mistero di aver fatto l’amore con lei; di aver pensato che fosse meglio provare a rifare quello che faceva con la moglie con il risultato di non essere riuscito a combinare nulla. Non ne fa mistero ora perché ha avuto una seconda occasione in cui l’essersi lasciato andare ha  prodotto esiti migliori.
Oggi mi ha raccontato di aver udito qualcuno che si esercitava con la cornamusa sotto il giardino dei faggi:
– è il bello del parco: ognuno lo vive a modo suo.
Conosco anche Monsieur Lemoine che al chiosco acquista i fumetti per il nipote. È lui ad occuparsi del figlio della sua primogenita dopo la scuola: lo va a prendere e lo aiuta con i compiti.
– ma facciamo anche le costruzioni insieme. È vero?
Lo dice guardando il bambino che tiene per mano, sperando che alzi la testa e dica qualcosa. Lo dice ogni volta e aggiunge che non è facile per sua figlia da quando il marito se n’è andato di casa. È una cosa che non è andata giù a Monsieur Lemoine che sembra ribadire la questione per anticipare i commenti degli altri.
Una volta ha raccontato di essere stato rappresentante di giocattoli per quarantasei anni: non avevo voglia di studiare e mi hanno mandato a scaricare quarti di bue ai mercati generali. Poi per fortuna ho saputo che cercavano un magazziniere da Roty. Mi sono presentato; volevano un francese. L’unica cosa che mi hanno chiesto: sei francese ragazzo? La tua famiglia è di Parigi?
Gli piace ripetere che allora si lavorava davvero, anche nella versione edulcorata secondo cui è vero che si sta godendo la pensione ma se l’è meritata.

Questa mattina ho servito un ragazzo poco più che ventenne, in tuta da lavoro e tracolla. Dopo aver pagato ha indugiato come se avesse voglia di fare due parole. Ha chiesto dove potesse trovare una panetteria lì vicino; ho risposto e lui ha continuato, con l’aria di un uomo di responsabilità e di fatica:
– un boccone prima di ricominciare. Oggi ne ho 22.
Ha fatto una pausa, l’ha voluta, e poi ha chiarito:
– lavoro per la società del gas. Ho 22 chiusure per morosità.
– Oh, piuttosto antipatico – devo aver detto io – voglio dire, intervenire in questi casi. Ci va da solo?
Mi ha detto che sono specialmente i più giovani a insultarlo con arroganza:
– come se io ne potessi qualcosa. Mi spiace ammetterlo perché anch’io sono giovane ma sono i peggiori.
Poi guardando in direzione di Monsieur Lemoine che si stava allontanando:
– chissà se noi ci arriveremo alla pensione. Quelli se la godono.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.