Archivi categoria: journal parisien

XXIV. Pollici alzati.

Monsieur Eugène ha fatto della sua ferramenta un componente fondamentale nella vita del quartiere. Lo ha fatto nel corso degli anni e intanto ha insegnato al figlio a diventare indispensabile per tutti coloro che vivono nel raggio di ottocento metri. Oltre significherebbe invadere il territorio del Magasin de bricolage dei fratelli Boyer o meglio di Ari e Stepan che non sono fratelli ma cugini, armeni, e non hanno nulla a che fare con i Boyer tranne averne rilevato l’attività.
Nel nostro quartiere facciamo tutti la spesa da Monsieur Eugène: chiodi, bulloni, guarnizioni, la duplicazione delle chiavi, piccole cose insomma. Ma ciò che importa è che tutti possiamo contare sul suo intervento a domicilio quando crollano gli equilibri più elementari: si bloccano le tapparelle, saltano le serrature, saltano le tubature.
Monsieur Eugène viene comunque per un sopralluogo: tutt’al più reca conforto e suggerisce il nome di un tecnico di sua fiducia da contattare. Per tutti è rassicurante la sua disponibilità. E una  prima diagnosi, anche se poi si rivela sbagliata.
Il figlio mostra di aver compreso l’importanza di assumere un ruolo prima di essere in grado di riparare un rubinetto: è molto più spesso fuori – itinerante da un palazzo all’altro – di quanto capiti di trovarlo dietro il bancone. Oltre tutto è alto, longilineo e moro. Etero: un vero spreco.
Quando Monsieur Eugène aveva scoperto che i nostri cani erano cani da caccia aveva rivelato una parte di sé che ancora non conoscevo: è cacciatore da parte di nonno paterno. Al momento stava trattando per assicurarsi un bracco tedesco e dopo qualche tempo mi presentò il cucciolo.
Da allora, sapendolo dietro il banco, chiedo di poterlo vedere con manifesta soddisfazione del padrone. Lo ha chiamato Leopold ed è il Suo cane: la moglie ha un bassotto e al figlio non interessa.
Ormai è un cane adulto, con un bel pelo bianco e marrone e finalmente i baffi ispidi a cui Monsieur Eugène teneva tanto. Naturalmente lo porta con sé a caccia e ricava una palese soddisfazione dalla descrizione dei progressi nei particolari più cruenti:
– è buono per le quaglie. Domenica era attratto dal rivolo di sangue che scorreva dal collo del fagiano che tenevo per le zampe. Promette bene…
Ne farei a meno ma credo abbia frainteso la nostra scelta di avere due cani cacciatori e nutra un cameratesco senso di condivisione. Comunque ho imparato cose che possono tornare utili per evitare che i cani si lancino in battute assassine. Ad esempio mentre trova le chiavi da 10 e batte lo scontrino dettaglia la differenza della fuga della lepre da quella del capriolo e mi spiega la reazione del segugio sulle tracce dell’una o dell’altro.

Ultimamente Monsieur Eugène non si vede più nel negozio. Lunghe assenze e un dimagrimento che gli ha scavato le guance e piegato la schiena. Il suo cane invece è vigoroso, le zampe grandi e il pelo lucido. Si alza per farsi accarezzare e dietro il bancone vedo da vicino quanto sia diventata larga la giacca della tuta che indossa Monsieur Eugène.
Qualche giorno fa c’era solo la moglie; ha parlato come se lui mi avesse raccontato tutto: credeva di aver finito la terapia a Natale e invece lo hanno ricoverato ancora.
– Se vuole vedere il catalogo deve aspettare mio figlio. Adesso è fuori; solo qui di fronte.
Andando al lavoro io e i cani passiamo in auto vicino all’ospedale in cui Monsieur Eugène sta sperando di tornare a caccia con il suo bracco tedesco. Ogni volta alzo i pollici a pugno chiuso; li tengo tesi in alto finché non sono passato oltre. Come se potessi con quel gesto trasmettere energia o ottimismo; non so: mi viene di farlo. Il pensiero della separazione dal suo cane e del suo cane da lui invece non riesco a sopportarlo.

Questa mattina sono entrato in bagno mentre Victor si rasava e l’ho baciato. Lui mi ha abbracciato ma è comunque riuscito a rovinare il momento:
– romantico con la pioggia – ha detto.
In effetti la valvola dello scaldabagno piange di un pianto continuo da ieri sera.  Devo telefonare alla ferramenta.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

 

XXI. Inventario.

31, Rue Simonet – Paris 13

Il giovane Aumont abita nell’appartamento che è stato del nonno. Lo si vede rientrare tardi la sera e il sabato pomeriggio salire le scale con la sua ragazza per mano. Vanno a chiudersi in casa e a Sébastien piace incrociarli e sentire le loro risa salire di piano in piano: sono loro adesso la coppia più giovane nel palazzo.

Madame Poulain. Vedova di Monsieur Poulain, Madame conserva due cose della vita coniugale: il figlio e il gatto. Monsieur Poulain era orologiaio, cantava in un coro e ha continuato a credere per anni nell’amicizia maschile tra i suoi vicini piuttosto che rassegnarsi a condividere il pianerottolo con una coppia gay.  Madame Poulain spolvera la foto del marito accanto alla bomboniera di Limoges e finalmente sorride. Adesso si perde volentieri in chiacchiere e compare sulla soglia quando sente i cani di Sébastien di ritorno dalla passeggiata.

I Bonnet. La giovane Madame Bonnet e i suoi tre figli. Ultima ad essere entrata nella citofoniera di palazzo, la vita da divorziata di Madame Bonnet è monitorata con disapprovazione da Monsieur Leval che la sospetta di relazioni immorali di cui probabilmente sente egli stesso la mancanza.

Madame Mercier. Arriva in punta di piedi allo spioncino da cui sorveglia il resto dell’umanità di cui diffida. È ancora molto bella; di poche parole ma gentile. Tiene la televisione spenta e ascolta la musica lirica alla radio.

Monsieur Leval. Impiegato della Société Générale in pensione, consigliere di palazzo auto eletto. Maschera la sua propensione al pettegolezzo fingendo un responsabile interesse per tutto quando possa pregiudicare una quieta vita condominiale. Pedante ma fondamentalmente per bene.

Gli amici di Sébastien e Victor.

 

Coco.

All’anagrafe César, Coco veste da donna da quando aveva tredici anni e sognava di diventare una bluebelle. Commessa in un’esclusiva pelletteria di rue Marceau, veste Chanel  fripe  e nessuno conosce la sua età esatta.
È incapace di cucinare, incline a trasporti passeggeri e ha una risata imbarazzante. Tuttavia è  autenticamente impossibile fare a meno della sua rara umanità una volta conosciuta.

 

 

Jerome.

Una vecchia checca di squisita gentilezza, riservatezza garbata e fine gusto sartoriale. Vive con un coniglio, Nureyev, e con le conseguenze di un attacco ischemico.

 

 

 

 

Sara e Daniel  sopravvivono con alterna fortuna alle numerose attività in cui sono coinvolti i loro quattro figli: Marie, Louis, Amandine e il piccolo Gilbert.
Rose, la mamma di Daniel, abita in Alvernia e non ha nessuna intenzione di trasferirsi a Parigi – non posso: qui ho il mio giardino. Una sua visita significa un invito a cena per mangiare il suo aligot.

  Nora. Deve il suo nome alla madre, danese e lettrice di Ibsen. Ha un’erboristeria, due bassotti e cucina i biscotti con la cannella ogni Natale. Riprende a fare la maglia ogni volta che una delle sue imprudenti storie d’amore finisce.

XX. Il lenzuolo cubista.

È stato steso storto anche oggi. Scosto la tenda della finestra davanti al tavolo della colazione per vedere come si è svegliato il cielo di Parigi e lascio che filtri un poco nella stanza. Accendo solo la luce nel cucinino e porto burro e pane sulla tavola in penombra.
Accendo il gas sotto il caffè e sento alle mie spalle Gwendolen che si avvicina e si siede tra il frigorifero e il termosifone. Le do il suo biscotto a forma di osso; lei lo tiene tra gli incisivi e va a mangiarlo sul letto, nella fossa tiepida dove ha dormito. Ne tengo un altro per Ernest che fa quello che vede fare a lei ma il sonno lo rallenta e il biscotto gli cade di bocca.
Lo vedo anche dal mio posto a sedere mentre imburro la mia fetta di pane e sbadiglio: un lenzuolo matrimoniale fucsia che pende dal balconcino del secondo piano, sghembo e asimmetrico come una tela cubista.
È l’unico palazzo del cortile ad avere i balconi; è la costruzione più recente, con i vetri fumé fra le colonnine di cemento. Non ricordo chi ci abitasse prima, ma ora nell’appartamento del secondo piano vivono un giovane uomo – di media altezza, con la barba per sembrare un uomo e uno strabismo che inizialmente passa inosservato e poi diventa la sua caratteristica – e la moglie, non grassa ma di costituzione robusta, con gli occhiali grandi e le gambe che si divaricano sotto il ginocchio.
Talvolta il dislivello tra una molletta e l’altra è abissale e comunque non ho mai assistito a un tentativo di maggior equilibrio. E ormai spio ogni suo bucato che in casa è diventato un caso di cui si da notizia a colazione, tra il meteo e le notizie della prima pagina:
– ci risiamo.
– Com’è questa mattina? – urla Victor dal bagno mentre si rade.
– Spettacolare. Si è superata.
In verità oltre l’apparente trascuratezza di quel balconcino disarmonico ho compreso che quei due giovani coltivano la sostanza stessa dell’armonia: vivono in autonomia l’amore di due individui affetti da ritardo mentale.
Ho scambiato qualche parola con lui per la prima volta in cortile mentre rientravo con la bicicletta e da allora quando mi incontra mi saluta e poi mi chiede se sono stato in bici di recente e mi ripete che lui la usava molto in passato e vorrebbe comprarne una. Come se lo rassicurasse avere un argomento sicuro per poter scambiare la parola, senza il bisogno di cercarne altri.
Ho creduto che lei si ricordasse di me per avermi visto parlare con il marito e le ho sorriso al mercato quando ci siamo ritrovati fianco a fianco ma ha mostrato fastidio. Così aspetto di vedere come stenderà il prossimo lenzuolo e sto a guardarla quando pulisce i vetri, ripassando lo strofinaccio nello stesso angolo. La pulizia è una sua ossessione, uno dei lacci che rendono la sua vita più faticosa: la domenica mattina la vedo spolverare sul balconcino ancora in camicia da notte.
Ma quando il suo braccio stringe il braccio del marito lei è sempre sorridente. Li incontro sul marciapiede e quasi sempre lei evita lo sguardo; ha sempre le labbra e gli occhi truccati, si aggiusta i  capelli dietro le orecchie e regge la borsetta come se giocasse a fare la signora.
E quando sono insieme parlano sempre, sottovoce, e ridono.
Queste cose accadono dietro i balconcini con i vetri fumé, dove ci si ama sotto le lenzuola fucsia e si stende all’aria la propria fragilità sghemba perché profumi di libertà e di fiducia.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.