II. L’importanza di essere Algernon.

In famiglia il più anziano è Algernon, ma non sempre dimostra di essere il più assennato. O forse talvolta si abbandona ai capricci propri della sua età. Avrebbe già oltrepassato gli ottanta se fosse un essere umano, ma Algernon è un vecchio cane da caccia e per festeggiarlo, il prossimo autunno, saranno sufficienti quindici candeline.

Sia io che Victor dobbiamo molto ad Algernon. algernoonLui riempie la nostra vita punteggiando la giornata di imprescindibili riti a cui abbiamo fatto l’abitudine in tre e riempie anche la poltrona che sta di fronte al televisore, per cui, possedendo due sole poltrone, Victor occupa la seconda, da cui si può intravedere il video e io mi siedo a terra e appoggio la schiena alla poltrona su cui sta Algernon: ho una visuale migliore ma se attacca a russare lo fa direttamente nelle mie orecchie.

Su quanto comunichi lo sguardo di un cane e sulla dolcezza che sia in grado di dispensare, è inutile scrivere perché chiunque abbia avuto un cane conosce quale sia l’enorme debito di gratitudine che il padrone accumula durante la convivenza con il suo compagno. Però posso dire qualcosa a proposito del carattere di Algernon, ciò che lo distingue e che gli ha meritato il titolo di Milord al parco.

Nel quartiere lo conoscono in tanti e tutti gli riconoscono la riservatezza e la calma distaccata con cui affronta l’incontro con le persone e con i suoi simili, siano essi tranquilli quanto lui o aggressivi e pronti all’attacco. Non si tratta di timidezza e tanto meno di coraggio; la verità è che Algernon è indifferente alla vita sociale. Tranne qualche raro rapporto instaurato e poi mantenuto nel tempo – seppur limitato a un cenno di saluto – Algernon non dimostra di provare interesse che alle lunghe passeggiate, durante le quali esercita il suo fiuto in cerca di qualsiasi frammento sia commestibile o lo sia stato fino a qualche giorno prima. Così predilige i percorsi lungo i quali può rimediare più avanzi possibili che poi io gli estraggo puntualmente di bocca: lui pare trastullarsi parecchio e io passo un quarto d’ora a nettarmi le mani ogni volta che si rientra a casa.

Algernon ha imparato negli anni a dimostrare il suo affetto con gesti misurati e quindi, quando accoglie Victor scodinzolando e seguendolo per casa, Victor ne ricava una soddisfazione maggiore di quanta non proverebbe probabilmente se gli saltasse addosso abbaiando e mirando a leccarlo in volto.

Io sono con lui tutto il giorno perché mi segue al chiosco e nel tardo pomeriggio, puntuale, si alza dall’angolo in cui poltrisce, distende i muscoli e poi mi rammenta la consueta camminata insieme. Allora prendo il guinzaglio ma lo ripiego e lo tengo in mano e lui si avvia, libero, al mio fianco. Se rallenta, naso a terra, per perlustrare un angolo che ritiene promettente, io sfilo di tasca il libro – ne ho sempre uno con me – e inganno il tempo leggendo.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

I. Sanglier au chocolat.

A vederlo muoversi dietro il corto bancone della gastronomia, la sagoma di una pera capovolta in equilibrio instabile su due smilzi polpacci sempre in mostra – perché i suoi calzini, che in molti probabilmente si rifiuterebbero di indossare, siano ben visibili – Victor pare la quintessenza della leggiadria.
E tuttavia se dovessi servirlo in tavola Victor sarebbe certamente un piatto di selvaggina: portata importante, stagionale, conviviale, dal profumo accogliente e il sapore marcato. Penso a un coscio di capriolo arrosto, uno spezzatino di cervo ai funghi, un civet di lepre: mi piace il suono di queste parole – beccacce allo spiedo, fagiano ai tartufi, quaglie in tegame – ma detesto la caccia.
In ogni modo quanto più si addice a Victor è uno stufato di cinghiale, cotto lentamente, gustoso e avvolgente e pure selvatico e ruvido. Poiché, per quanto lo si consideri delicato mentre volteggia con le sue terrine, con un impeccabile ascot e il grembiule con la pettorina, Victor non si cura affatto di dissimulare un temperamento permaloso, cinico e irascibile. Del resto è sufficiente un ostinato sense of humour per ignorare il suo cattivo carattere e costringerlo a rivelare quanto di eccitante e generoso sia in lui.
Victor è pienamente appagato dalla creazione di paté, pasticci e gelatine e ama circondarsi di quanto di meglio offra la sua campagna normanna, in fatto di formaggi soprattutto; inoltre è un visitatore assiduo di mercatini e botteghe di anticaglie, in cerca di piatti e terraglie di suo gusto su cui disporre le pietanze.

primo-disegnoLa gastronomia non è che un piccolo negozio che affaccia su una strada parigina niente affatto centrale e piuttosto anonima, ma una clientela affezionata si compiace della cura che Victor impiega in tutto ciò che fa e varca la soglia con la malcelata intenzione di lasciarsi sedurre dalla raffinatezza dei dettagli e cedere a un peccato di gola.
Ho osservato a lungo il comportamento dei suoi clienti, mentre aspettavo di parlare con Victor o a fine giornata, prima di chiudere e tornare a casa insieme. Ho una predisposizione per l’osservazione io. E ho anche un angolo di visuale privilegiato: trascorro gran parte della giornata in un chiosco di giornali nel M., vedo e parlo con molte persone e adeguo lo scambio di battute alle varie tipologie di interlocutori: formali formule di saluto con gli sconosciuti, argomenti convenienti per gli habitué e parole ben scandite per i turisti, per accoglierli con gentilezza.
Ho una predilezione anche per la gentilezza. Ne ricavo un piacere consolante: la gentilezza di solito è ricambiata o quanto meno apprezzata e si ha la sensazione fuggevole di una civile convivenza. E comunque sono cresciuto in una famiglia che poggiava la sua reputazione su tre colonne portanti: la buona educazione, il rispetto della tradizione e l’eredità del nome Sébastien.

È toccato a me raccogliere il testimone, così sono Sébastien, sono tendenzialmente una persona cortese, sono felice quando la mattina sistemo i giornali che sono stati appena consegnati e intanto apre la panetteria vicino – perché sarò tra i primi ad acquistare il croissant ancora tiepido – e amo la  stagione che mi consente di infilarmi in un maglione a collo alto. Potendo scegliere però mi piacerebbe vendere fiori e saper comporre eleganti corbeille proprio come fa Honoré, che ha la sua vetrina qui di fronte e che acquista riviste specializzate in tutto il mondo per coltivare il suo gusto squisito.
In tavola non ho dubbi: io arriverei per ultimo. Finirei servito su un delizioso piattino di porcellana da dessert e sarei un semplice dolce al cacao, piccolo e tondeggiante, senza fronzoli, ma con un caldo cuore di cioccolato fondente. Mi piace pensare di riservare un piacere intenso e inaspettato a qualcuno.
Due sapori differenti, io e Victor, risultato di ingredienti diversi, ma amalgamati con giusto dosaggio, acquisito nel tempo, l’uno valorizza i meriti dell’altro. Di fatto insieme costituiamo un’eccellente pietanza di cinghiale in salsa al cioccolato.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

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