XIV. Hai bisogno di uscire?

uscire-seraOrmai ha definitivamente rinunciato alle sue uscite la sera. Algernon non si attarda più vicino la porta suggerendo una passeggiata dopo cena. Sino a qualche tempo fa però era consuetudine, prima di ritirarsi sulla poltrona per la notte. E raramente mi è pesato accompagnarlo, anzi. Certo dover assecondare i bisogni di Algernon in piena notte non è agevole, ma si tratta di un amico che non sta bene e chiede aiuto e compagnia: non si discute e si scende ai giardini.

È diversa la strada la sera, diversa la gente che si attarda o che vive la notte, sono differenti i rumori e anche i pensieri cambiano: a fine giornata confido nel domani, divento costruttivo, faccio progetti.

Anche Algernon si accorge che è tutto diverso e sa che il giro sarà breve. Qualche volta ci prova ancora a proporre un percorso; se si rientra tardi da uno spettacolo e lui ha già dormito qualche ora, elemosina qualcosa di appetitoso, un boccone, e poi va alla porta. Una volta in strada è facile comprendere cosa intende fare: la necessità urgente gli fa raggiungere prima possibile un angolo di intimità, ma se mostra di gradire due passi è certo che è disposto a farne più di quattro. Non fa altro che fermarsi e guardare nella direzione che intende prendere; sta a me capire: lui è stato esplicito. E noi ormai ci capiamo perfettamente. Lo seguo.

Magari incontriamo un cane che non conosciamo ancora: una novità, un diversivo prima di tornare a dormire. L’importante è essere insieme, affiancati oppure in coda, l’uno ripercorre i passi dell’altro e ogni tanto cerca di incrociarne lo sguardo.

Se c’è anche Victor e parliamo, Algernon si sente più indipendente. Non dico che ci perda di vista – mai – ma si allontana un po’ di più e fiuta i dintorni.

È capitato che sentisse il bisogno di uscire la domenica mattina molto presto. Era autunno, una delle prime giornate davvero fredde e durante la notte il vento aveva accumulato le foglie lungo il marciapiede. Raggiunse l’erba mentre si spegnevano i lampioni tutto intorno. Accennai il giro dell’isolato e Algernon acconsentì. Eravamo di ritorno, quasi alla porta del nostro palazzo, quando vidi la prima persona della giornata: una signora in vestaglia rosa che puliva il balcone e aveva messo il cuscino sul davanzale della finestra spalancata. È bellissimo la mattina lasciare entrare l’aria fredda in camera mentre si rifà il letto e la voce del quartiere lentamente si infila in casa.


In mattinata Victor si è detto ispirato e ha predisposto la scenografia del piccolo presepe che ogni anno ospitiamo sulla scrivania per godere lo spettacolo delle statuine di gesso dal profilo scalfito, il colore sempre più incerto e la posa gentile. L’ispirazione può coglierlo intento a vestirsi e allora inizia a creare in pantaloni di velluto, polacchini e giacca da camera ed è inutile credere che l’intervento di un’altra persona possa essere gradito, preferisce creare in solitudine.

Me ne prendo gioco ogni anno facendo dondolare su di lui, chino a modellare il paesaggio, un angelo intento ad annunciare alle genti quanto di lì a breve andrà a succedere. Victor se lo aspetta e mi insulta in modo fiorito. Questa volta ho appeso l’angelo al sostegno di un quadro e ho espresso ad alta voce il timore che l’ambasciatore alato cadesse e si frantumasse a terra perché mal ancorato al chiodo. Victor si è augurato che succedesse davvero e ha aggiunto che allora sarebbe davvero Natale.

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Supplemento.

Cette semaine on se revoit Samedi.

 

 

XIII. Spirito di osservazione.

Incontrando un suo simile impari a dedurne a prima vista la storia e il mestiere o la professione che esercita. Questo esercizio acuisce lo spirito di osservazione e insegna dove si deve guardare e che cosa si deve cercare.

[Arthur Conan Doyle, Sherlock Holmes. Uno studio in rosso]

Al supermercato ci andiamo di tanto in tanto, fuori Parigi. Il più delle volte è anche divertente: niente rapporti personali come nel negozio vicino casa, ma una serie di corridoi stipati di mercanzia e di perfetti sconosciuti che si accaparrano il necessario e gran parte del superfluo. Io leggo le etichette e faccio i conti, Victor lamenta l’andatura del carrello e si interessa ad articoli spesso inutili.

Anche se è in coda alla cassa che si è costretti a fermarsi e posare lo sguardo su chi sta intorno, è possibile fare incontri interessanti anche durante il percorso di ricerca della spesa. In un’occasione ricordo che attrasse la mia attenzione un giovane che si sistemava i capelli davanti allo specchio montato su una delle colonne dell’atrio. Dava l’idea di una persona curata e ne ebbi la conferma quando, incamminatosi verso l’uscita, gettò qualcosa nella spazzatura e proseguì, per ritornare subito dopo sui suoi passi e assicurarsi di aver centrato il cestino della carta.

Non c’è indizio migliore sulla personalità di chi ci precede del criterio con cui dispone i prodotti sul rullo della cassa e poi li impila in borsa e anche se quest’ultima è richiesta in cassa o è una borsa di stoffa portata da casa, riutilizzabile con buona pace degli ambientalisti. Mi indispone gettare alla rinfusa la merce, ma nella disposizione scrupolosa con cui Victor provvede a svuotare il carrello riconosco i segni di disturbi ossessivi che farebbero la fortuna di un analista. Non c’è verso di sostituirsi a lui nemmeno nel riordino in borsa, ma tanto zelo si esaurisce nel cofano della macchina, la sua macchina, l’unica che abbiamo.

Stipare gli acquisti in dispensa deve essere probabilmente un lavoro considerato di basso profilo perché Victor non trova in esso alcuna attrattiva: lo lascia fare a me e lui pensa a consolare Algernon del tempo che ha dovuto trascorrere solo in casa. A quel punto l’analista troverebbe interessante vedere cosa faccio io che ripongo ogni cosa nei ripiani del mobile con metodicità scientifica. La suddivisione è frutto di un mio personale riordino a tema e il risultato è certamente d’effetto. È anche utile… appena si comprende la logica della suddivisione e la si memorizza.

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Intanto che il rullo in cassa compie il suo tragitto io osservo cosa scorre verso il lettore e penso alle abitudini di chi sente il bisogno di quei prodotti: la preferenza accordata ai marchi delle multinazionali, l’indifferenza o meno agli ingredienti, i cibi sani e quelli golosi, la birra o il vino, la cosmesi. Oppure penso a cosa si possa cucinare con quanto sfila e quando è una donna adulta a fare la spesa mi domando se preparerà la cena al figlio o al nipote, come fa Madame Roüan che incontro con i suoi pinscher agguerriti, uno per fianco, e che una volta su tre è in procinto di ricevere la visita del figlio della sorella e va progettando menu appetitosi. Di bassa statura e grassa, sorride sempre sorniona e aspetta che le chieda cosa ha in mente di preparare. Mi piace sentirglielo raccontare, forse perché mi ricorda quando la mamma o la nonna lo facevano per me.

Negli ipermercati la fauna umana è anonima – famiglia con bambini che cercano di afferrare uno snack esposto in cassa, coppia che amoreggia davanti al carrello con patatine e bibita da consumare sul divano, amici che fanno la spesa per un party – ma in coda in un piccolo alimentari di quartiere si può compiere un altro genere di osservazione: i soggetti sono sempre gli stessi. Dopo un po’ ci si riconosce tutti ed è nel quartiere che si possono ricucire delle vere e proprie storie. Quando si sta a pochi centimetri l’uno dall’altro non si può fare a meno di notare i particolari, di sentire gli odori, anche. Penso ad esempio a una signora di mezza età che veste abiti degli anni Settanta, recuperati in tempi probabilmente non floridi, e lo fa con dignità. All’epoca erano capi eleganti e lei si atteggia come una signora elegante, ma la foggia fuori moda del cappotto stretto in vita dalla cintura, il collo di pelliccia sovrapposto e la lunghezza della gonna denunciano impietosamente il suo stato.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

XII. Ci siamo. È Natale.

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Il formicolio è cominciato; lo fiuto nell’aria. Sono naturalmente portato per tutto quanto concerne il corredo natalizio: addobbi, canzoni, luci e spirito di bontà collettiva – che non deve per forza protrarsi sino a San Silvestro. Da che ricordi ho sempre atteso il mese di dicembre con tutto il suo bagaglio di tradizione, di convenzioni e una spessa patina di sentimentalismo; io mi calo perfettamente nella parte e riesco a vivere con leggerezza sino all’inizio del nuovo anno.
Si tratta di un istintivo rimbambimento che a Victor provoca il voltastomaco. È difficile vivere in una fiaba quando si condivide lo spazio con una creatura infastidita dagli aspetti più infelici del periodo: traffico, leggi di mercato, scambio di auguri sgraditi e dovuti con persone sgradite a cui gli auguri sono dovuti. Victor fiuta ipocrisia ovunque e si lamenta e io lo ignoro: non vedo proprio perché lui debba rovinarmi la parentesi.
Poi la sera della vigilia anche lui si accorge che abbiamo una casa addobbata e non vi è nulla di pericoloso, abbiamo pochi cari amici, fuori fa freddo e dentro si sta al caldo, e non è solo una questione di riscaldamento. Ho sempre desiderato una fottuta stalla con la mangiatoia e il calore di qualcuno che alitasse con me per farne un rifugio accogliente; per me sta tutto lì.

Ho iniziato a vedere le prime tracce di natalizio fermento per terra, calpestandole ai giardini. È stupefacente quanto si riesca ad apprendere da cosa viene gettato a terra e seguendo Algernon ho scorto frammenti di ghirlande argentate – quelle con cui si orna l’albero di Natale – e  nastri da pacco dimenticati in strada.
Pochi giorni più tardi ho trovato in ascensore gli auguri dell’impresa di pulizie del palazzo appesi a fianco della pulsantiera e una settimana dopo i netturbini hanno fatto altrettanto appiccicando il loro messaggio sul vetro esterno della porta in cortile.
Quando, passando accanto allo stretto negozio di un rivenditore di libri e di fumetti dietro casa, ho casualmente osservato la base della vetrinetta sgombra di mercanzia e ricoperta con il tappetino rosso che puntualmente appare in questo periodo, ho capito che a breve sarebbero comparsi i personaggi del presepe, disposti secondo le leggi della prospettiva: le più grandi davanti, le piccole sullo sfondo. anatale
Attraversando piazza L. e sbucando nel corso ho cercato il presepe che il portinaio allestisce al numero 23 e che si può ammirare dalla vetrata a lato del portone di ingresso. Qui la prospettiva non è mai stata omaggiata e nemmeno ci si domanda a cosa serva; pastori di pochi centimetri si intrattengono con statuine di proporzioni doppie come se fosse del tutto normale, in uno scenario che ricorda più la Champagne che Betlemme.

Naturalmente l’umore grigio di Victor non scoraggia il mio entusiasmo nemmeno quando sono in sua compagnia; il mio trasporto rischia anzi di contagiarlo, tanto che talvolta lo vedo sorridere. So che è felice di vedermi felice e non dimentica mai di farmi trovare una sorpresa sotto l’albero e nemmeno di prendersi gioco di me quando cerco di sapere in anticipo di che si tratta.
Sere fa siamo stati insieme al supermercato, al solito. Scesi al parcheggio esterno ho ottenuto di indugiare un poco per osservare le proiezioni di luce sul muro del cubo di cemento in cui dovevamo entrare. In successione: fiocchi di neve, una colonia di Babbo Natale – ciascuno con la propria renna – pacchi regalo sparati in aria e libri che rotolavano giù dagli scaffali di una libreria. Il tutto condito da una colonna sonora molto allegra, festosa; abbastanza festosa da spingere agli acquisti.
In effetti, a Natale, le melodie commoventi hanno lasciato spazio ai motivi più spensierati, allo swing d’oltreoceano. Io non oppongo resistenza: ho danzato lieto tra il settore C e il settore B nel parcheggio, piroettando attorno alla figura immobile di Victor che scuoteva la testa, sorridendo.
Poi non ricordo più nulla. Credo di essere stato trascinato via.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

XI. Appartement à vendre ravalé récemment .

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Mi domando se anche altre persone nel palazzo abbiano fatto caso a quella bottiglia di birra appoggiata sul davanzale. Io non ho potuto farne a meno perché ogni volta che aprivo la porta sullo stretto balconcino che affaccia sul cortile interno del palazzo cercavo inconsapevolmente un altro balcone e un’altra finestra, al piano terra dell’edificio a fianco.

Mi capita di contare sino a quattro e individuare al quarto piano l’appartamento di Madame Rose, una signora che aveva già superato i settanta quando l’ho conosciuta qualche anno fa. Il mio medico me ne aveva parlato quando mi aveva prescritto delle iniezioni e devo alle sue mani leggere il sollievo di aver potuto rialzare la schiena. In seguito capii che Madame Rose era molto conosciuta e aveva probabilmente punto gran parte dei glutei domiciliati nel quartiere. A farmela ricordare però sono gli occhiali dalla montatura grande con le lenti spesse, i denti larghi e accavallati e il fatto che dopo essere stato da lei tre volte, la quarta mi offrì un caffè e lo servì nelle tazzine dal bordo dorato, sul vassoio e su una copri-tavolo all’uncinetto realizzato da lei.

In colonna con l’appartamento di Madame Rose, al primo piano, abitava sino a qualche tempo fa una signora dai capelli candidi e folti, di statura media e corporatura abbondante, che non credo di aver mai incontrato fuori, ma che ho spiato tante volte il mattino, intenta a scopare il balcone o aggirarsi in casa. Io ero appena sceso, ma lei era già in piedi, con pantofole e grembiule e con il televisore perennemente acceso. Ricordo che era confortante vederla vestita sempre allo stesso modo e vedere le immagini del telegiornale del mattino sullo schermo, specie in inverno, quando fuori era ancora buio e in casa sua la luce era già accesa.

Con l’arrivo dell’autunno vennero calati gli avvolgibili della porta sul balcone e della stretta finestrella della cucina. Sul terrazzino sempre ordinato scomparvero i suoi vasi di fiori. Non pensai per un momento a un trasloco e provai un sincero rammarico pensando a lei, che con tutta probabilità se n’era andata per sempre.
Tempo qualche mese e un mattino le finestre spalancate mostrarono una casa sventrata. Era completamente vuota e al posto del mezzobusto del giornalista che trasmetteva le ultime notizie stava un imbianchino con la tuta da lavoro sporca di vernice. La birra sul davanzale era la sua.

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Supplemento.

Cette semaine on se revoit Jeudi.

 

 

 

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