XXVII. Hanno continuato a nascere.

Per quanto stupefacente sembri devo prenderne atto: una nuova generazione di ventenni ha sostituito quella di cui ho fatto parte io. Insomma, i bambini hanno continuato a nascere anche dopo il 1970 e sono cresciuti regolarmente, proprio come è avvenuto a me.

Per quanto la constatazione possa apparire delirante, ciò che intendo è che prendo serenamente coscienza di essere cresciuto. Se la vita stesse tutta in un libro – come probabilmente avviene – le prime pagine sarebbero quelle dell’infanzia, che presto impariamo a considerare conclusa, il passato. I capitoli centrali sarebbero i più importanti, i più ricchi di argomenti, quelli che motivano i capitoli successivi e li rendono possibili. Poi la trama del libro si farebbe ripetitiva, le pagine si leggerebbero rapidamente e ci si ritroverebbe alla fine prima di aver esaurito le idee per scrivere un altro paio di capitoli.

Ecco: è come se il mio libro fosse ancora aperto a metà. Nel frattempo sono state scritte molte altre pagine ma solo quando incontro ragazzi sui vent’anni prendo atto del tempo trascorso, senza troppa malinconia peraltro.

I giovani si vedono singolarmente ma è il gruppo che fa la differenza e sortisce un effetto devastante: tutto a un tratto sono un adulto.
Quanti si riconoscono costituiscono un branco – capobranco presente o meno – e ogni branco si riunisce in un territorio, stanziale ma anche itinerante se occorre. È la stagione della curiosità, dello studio e dell’esplorazione, della consapevolezza di sé e di quanto sia possibile vedere, imparare, fare, diventare. È il momento di condividere per capire meglio o di soffrire perché si capisce di essere diversi dagli altri; se tuttavia ci si accorge che non si è diversi proprio da tutti e soprattutto che solo nella varietà sta la possibilità di scegliere, si deriverà dalle differenze una libertà intellettuale senza la quale vivere risulta molto più gravoso e… noioso.

Credo di aver conservato una gran voglia di apprendere e il piacere di discutere, di mettere in discussione. Sia chiaro che fuggo l’accanimento a essere giovane, specie esteticamente. Animo fresco in un involucro stropicciato e ingrigito: le mie rughe hanno la piega del vento che soffiava al mare mentre lo guardavo, la profondità del dolore soffocato, l’inclinazione dei sentimenti espressi e inespressi. Su un sentiero di neve a nessuno verrebbe in mente di cancellare le orme di una lepre: starebbe a guardare. Un’impronta evoca un passaggio.

Ho avuto occasione di riflettere sulla nuova generazione. Ho avuto quattro occasioni per l’esattezza.
Di ritorno a casa, io e Algernon attraversiamo talvolta una piazzola che ospita gli scivoli per le acrobazie in skateboard. Sul muretto stavano seduti quattro ragazzi: uno aveva un caschetto di capelli neri e verdi, e nere e verdi erano le sue sopracciglia. Cavallo dei pantaloni basso, bassissimo, fumo e linguaggio cifrato. Stravaccati in vario modo, stravaccata anche la loro anima sul perbenismo borghese.
Io sono passato oltre e ho sentito alle mie spalle il cane arrestarsi. In effetti si era fermato davanti a loro e li fissava. Mi giro e fisso il cane; è spesso attratto dalle sigarette – di qualunque tipo – spero le creda commestibili e non pensi di sperimentare il fumo. Un ragazzo allunga il braccio e attacca ad accarezzarlo; io sorrido. Il cane riprende a camminare e se ne va, io alzo la mano e accenno un congedo mentre mi avvio. Mi raggiunge un saluto corale, compito e disciplinato come quello preteso da una classe a Cambridge: “buona giornata, signore”. Dio che bello! Me lo sono portato a casa quel saluto.

Anche il cineclub che frequentiamo io e Victor è la creatura di due registi in erba. Li seguiamo e li sosteniamo; nel frattempo abbiamo perso l’anonimato e adesso ci sentiamo due tasselli del loro puzzle. Siamo più disinvolti al club. Io sono più disinvolto: mi servo di bevande e dolcetti – che non mancano quasi mai – e imito gli iscritti della prima ora, lo zoccolo duro che siede sempre in fondo sulle sedie impilate una sopra l’altra per una visione migliore del film. Insomma, adesso impilo anch’io un paio di sedie e non mi sento nemmeno osservato.

Altri giovani mantengono in vita il collettivo degli studenti universitari, uno dei tanti. Ci siamo capitati per seguire una serie di incontri e di proiezioni che parevano interessanti – avevo scovato un volantino in biblioteca. Ci siamo sentiti i più vecchi. Eravamo i più vecchi, in effetti. Abbiamo seguito due incontri ed è stato interessante come pensavamo, ma quello che mi sono portato via da quella stanza stipata di sedie e poltrone di varie misure e tonalità, oltre a un insopportabile odore di cibo riscaldato nel microonde, è stata l’accoglienza cortese dei padroni di casa. La prima sera ci hanno chiesto cosa ci avesse portato lì, abbiamo parlato un po’ con tutti; hanno descritto cosa sarebbe avvenuto la sera successiva e quando ci hanno rivisto il giorno dopo ci ha investito un “siete tornati!”, caldo come una torta appena sfornata. Bello, proprio bello.

Altri studenti li incrocio ogni martedì sera sotto la tettoia del mercato. Sono allievi della scuola delle belle arti e stanno decorando le colonne della tettoia. Ogni martedì vedo i loro disegni prendere corpo, dapprima decalcati a matita, poi i contorni neri e infine i colori. Una colonna – tre o quattro artisti all’opera – tre o quattro latte di vernice – altrettanti passanti fermi a guardare.

Pure il ragazzo che è venuto ad abitare nel palazzo per ultimo. Che tenerezza mi faccio quando lo vedo. Non vedo lui, di cui ricordo solo la barba e il sorriso gentile, ma vedo me quando avevo la sua età e iniziavo a frequentare il palazzo perché avevo conosciuto Victor che ci abitava e lo raggiungevo e ce ne stavamo in casa, ad amarci, e uscivamo solo se ci veniva voglia di qualcosa di ignobilmente goloso.
Allora eravamo noi i più giovani e gli altri iniziavano a conoscermi. Victor era stato adottato in qualche modo dai più anziani: era educato, era disponibile se interpellato. Adottare entrambi, insieme, è stato più difficile o forse è occorso solo più tempo, ma comunque avevamo l’impressione che fossero protettivi nei nostri confronti perché eravamo i più piccoli.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

XXVI. Sale quanto basta.

Oggi Victor compie cinquantuno anni. Non ama ricevere gli auguri ma lo diverte andare al bancomat per leggere sulla ricevuta gli auguri che la banca gli porge cordialmente il giorno del suo compleanno.
A Victor piace rintanarsi in genere e in occasione delle feste in particolare. Preparo una cena su ordinazione, perché gli ho chiesto cosa avrebbe desiderato mangiare e lui ha compilato il menu. Così questa mattina ho acquistato il necessario. Algernon ed io siamo arrivati a casa con le borse della spesa, primo indizio della nostra piccola festa famigliare.
Adesso non ci resta che metterci ai fornelli per Victor. Cerco di coinvolgerlo ma per il momento Algernon pare interessarsi solo alla sua ciotola, che raggiunge e scopre ancora vuota. Merito uno sguardo di rimprovero: ormai dovrei aver capito che al rientro gradisce mettersi subito a tavola. Naturalmente più tardi sarà ancora nei paraggi, per assistermi nei preparativi e impietosirci durante la cena.

Questa sera vale la pena di tirar fuori i vecchi piatti di famiglia, quello scheggiato lo prendo io. Devo anche ricordare di tenere a portata di mano una candela, una qualsiasi. No, la candela marrone a forma di chiocciola acquistata in Borgogna. Il giorno del compleanno bisogna affidare un desiderio alla breve vita di una fiammella.

Il cuoco è lui. Io cucino volentieri le ricette ereditate da mia madre e dalla zia Rose, artefice di piatti di cui ancora si parla, moglie silenziosa che con il cibo ha ottenuto quanto desiderava dallo zio, autoritario despota di famiglia puntualmente raggirato in sala da pranzo.
Oppure seguo diligentemente quanto dicono i ricettari, sale e pepe quanto basta, servire caldo.

Mi piace soprattutto servire le pietanze; trovo l’atto in sé un gesto rispettoso e premuroso, nei confronti del cibo e di chi siede con noi. Tenere fra le mani le posate giuste per prendere una porzione e porgere il piatto è certamente un rito che può risultare piacevole per chi lo celebra e per chi assiste. Servire una minestra in special modo mi procura non poca soddisfazione: perché si adopera il mestolo – uno dei miei utensili da cucina prediletti – perché lo si immerge nella zuppiera – una perla di stoviglia – e perché il tutto viene svolto sotto la nuvola protettrice del vapore che sprigiona dalla portata. Faccio fatica a pensare a qualcosa di più accogliente.
L’intimità di due persone sedute a tavola che impiegano il tempo necessario per godere del momento significa molto per me. Io non servo il cibo stando in piedi; mi piace farlo da seduto, con la portata al centro del tavolo. Prendo un piatto e provvedo a riempirlo, poi faccio altrettanto con il mio. Tanto poi ci accorgiamo di essere sempre in tre e accarezziamo la testa di Algernon appoggiata ora alla mia gamba ora a quella di Victor.

Siamo rimasti a tavola per quasi due ore. Avevamo deciso di mangiare lentamente, non abbuffarci. Abbiamo bevuto vino rosso e poi stappato una bottiglia di cidre fermier, dolce, acquistata a Saint Malo. Ho visto Victor felice e lo sono stato anch’io.

Appagato dal sapore del cibo che credo avesse pregustato e cullato dalla calma con cui abbiamo consumato la serata, Victor ha assecondato un piacevole torpore e, spogliandosi per metà, si è lasciato cadere sul letto, un sorriso ebete e gli occhi chiusi sul cuscino stretto tra le braccia, come fanno i bambini. L’ho raggiunto con un libro. Al momento di  riporlo sul bordo del comodino, ho memorizzato la pagina a cui ero arrivato, come faccio se non ho a portata di mano un biglietto del métro. Posseggo un gran numero di segnalibri ma li colleziono e stanno in un raccoglitore.

Ero a pagina cinquantuno.
Victor. Sai a che pagina del libro sono arrivato stasera? Cinquantuno. Quando me ne sono reso conto l’ho trovata una coincidenza curiosa, no?
Non credo mi abbia sentito.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

 

XXV. Gigolo portapacchi.

Se una persona mi colpisce, anche solo per l’aspetto che ha, non posso fare a meno di cucirle addosso una vita, quella che a mio giudizio le calzerebbe meglio. Come se un sarto immaginasse i ritocchi necessari ai vestiti dei passanti che incrocia. È raro che una persona indossi il vestito su misura, in grado di valorizzarne i meriti, almeno quanto è difficile trovare qualcuno che viva l’esistenza più giusta per lui, tagliata sulla sua indole e il suo talento.
Allora intervengo io e invento. Se poi capita di incontrare ancora la stessa persona, raccolgo altri indizi e arricchisco la storia. Di solito la conoscenza finale di quella persona spegne ogni luce e immiserisce il quadro ma non è detto che io rinunci alla mia versione delle cose e continui a proiettarla in un altro orizzonte.

Si da il caso che questa volta io abbia esagerato. Da più di un anno trovo alla porta del discount vicino casa un ragazzo poco più che ventenne che propone la sua mercanzia ai clienti del negozio, accendini e fazzoletti di carta. Puntuale come un orologio stende a terra la sua cassettina con l’alzata della serranda alle sue spalle. Da qualche tempo lo vedo sul retro, dove affaccia la porta del piccolo magazzino e dove vengono pulite le verdure; impila cassette di legno e poco altro ma pare che le quattro persone che lavorano nel negozio lo abbiano arruolato nella formazione.

Le sue mansioni lo costringono nelle retrovie e lui arrotonda offrendo i suoi servigi ai clienti: arriva all’ultimo ripiano quando il braccio di una signora non lo raggiunge, ripone il carrello dopo aver scortato il proprietario alla macchina e trasporta a domicilio la spesa a gentile richiesta. Mi è sembrato di capire che alcune signore facciano scorta di acqua da che un volontario è disposto a portarla sino a casa.
È di pelle scura ma non troppo, un nordafricano credo. Ha bei lineamenti compromessi però da una statura medio-bassa che sacrifica un potenziale che certamente il ragazzo avrebbe saputo sfruttare: si muove bene e ha uno sguardo sufficientemente intrigante.

Tutto è cominciato da una battuta colta per caso. Io frequento abitualmente il negozio ma io e lui non ci siamo mai detti nulla; tuttavia, mentre giravo col mio cesto cercando di rammentare di cosa avessi bisogno, l’uomo occhialuto che sta al banco degli ortaggi, la pancia cadente che gli gonfia il grembiule, ha insinuato il dubbio che una cliente avesse beneficiato di ben altro che della forza necessaria a trasportare la spesa fino al suo appartamento, tre isolati più in là.
La soddisfazione della signora era parsa evidente: “oltre a portare i pacchi chissà cos’altro le hai fatto…”. All’altro lato del negozio il salumaio ammiccava.

Prima di arrivare alla cassa avevo già iniziato a guardare il ragazzo con occhi diversi. Ora quando lo vedo considero le sue movenze e misuro l’energia di cui può essere capace; ne ho fatto un gigolo che soddisfa l’ardore di una signora tra una consegna e l’altra, mentre la sua fama circola nel quartiere. Gli ho attribuito una resistenza non comune, grandi idee e tanta condiscendenza. Adesso non posso più fare a meno di osservare come le sue mani tengono una borsa o afferrano un oggetto, come il suo sguardo scivola su quello di chi gli chiede aiuto, come le sue labbra si muovono parlando o sporgono appena, inumidite, quando beve un caffè in compagnia di un commesso in pausa.
Ho trasfigurato anche il comportamento delle signore perché ormai ho innescato un meccanismo perverso che macina vittime contro la mia volontà. Basta un cenno, una parola e ai miei occhi l’incontro è stabilito.

Quando inizierà a negarsi vorrà dire che avrà fatto soldi sufficienti per andarsene di qui, lasciando a terra la sua scorta di accendini e fazzoletti di carta e tra le clienti il tacito ricordo di aver condiviso un piacere segreto, consumato tra le braccia di un gigolo porta pacchi.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

XXIV. Un quarto d’ora.

Di solito coincide con i nostri rientri in città in tarda serata, ma ci sono anche stati pomeriggi trascorsi a Parigi, durante il fine settimana, che si sono conclusi con una prenotazione in gastronomia cinese per assicurarsi  la cena.
Telefono io dopo aver recuperato dalla mensola della cucina, accanto al barattolo del tè, la brochure con l’elenco delle pietanze e aver raccolto le preferenze di Victor ed espresso le mie. Facciamo parti eque di ogni piatto, di porzioni sempre generose. Personalmente prediligo il profumo e il gusto del curry e amo il sapore della carne di anatra e del bambù, mentre Victor è un cultore del riso e ordina la sua porzione dopo aver premesso che gli spiace ricadere sempre sugli stessi piatti. A me sta bene.

Frequentiamo da anni la gastronomia cinese del quartiere e temo che al telefono, riconoscendo la voce, il solito ragazzo indovini quali saranno le nostre richieste. Mi dice “un quarto d’ora” e noi mettiamo le tovagliette in tavola, piatti e posate e ci vestiamo per uscire. Andiamo a ritirare la cena senza cambi d’abito, indossando un maglione sui vestiti tenuti in casa, in compagnia del cane che nel tragitto di ritorno fiuta il contenuto della borsa.
Ci sono state occasioni in cui abbiamo dovuto aspettare qualche minuto e mi ricordo le chiacchiere scambiate durante l’attesa, seduti sulle scomode sedie approntate nel negozio, ridendo di argomenti futili.

 

Se siamo stati fuori città, Victor mi aspetta in auto e io vado da solo e allora mi piace osservare gli altri clienti e i ragazzi addetti alle consegne che arrivano con le borse termiche. L’ultima volta che ho dovuto indugiare ho seguito i gesti della giovane che al banco confezionava le portate, le introduceva in borsa e depennava di volta in volta le ordinazioni appuntate su smilzi fogli bianchi. I cuochi le passavano i contenitori in tetrapak da una stretta finestra dietro la cassa e lei – capelli lunghi e neri, sguardo timido, corpo sottile e disciplinato in una postura eretta come quello di una ballerina – provvedeva a richiuderli imprigionando il calore. Intanto io spiavo i movimenti in cucina, per quanto mi era dato di farlo, e l’abilità del cuoco nel maneggiare una larga padella.
Poi ho rivolto lo sguardo fuori, alla strada e al marciapiede, attraverso le lettere incollate al vetro e ho guardato la cornice di metallo verde chiaro di quella vetrina: retrò, spoglia ma pulita. Ho avvertito di essere parte di una grande città.
Avevo voglia di città, di quel senso di solitudine, desolante anche, e indipendenza di cui un individuo può avere coscienza solo in mezzo a tanta altra gente. Ho goduto dell’anonimato e ho pensato che non avrei voluto essere altrove: mi sarei alzato e al banco mi avrebbero consegnato una borsa di nailon annodata che io avrei trattenuto con l’indice. Sarei tornato al mio appartamento, con la persona con cui sto meglio e con il nostro cane, in mezzo ad altri appartamenti, fra altri palazzi e molte altre storie di persone che talvolta subiscono la città ma più spesso ne colgono le opportunità, ne compongono consapevolmente o meno la trama.

 

 

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

 

 

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