XX. Passaggio in India.

Désolé. Je suis en retard.

Non ha mai detto come si chiama ma so per certo che proviene dallo stato indiano del Bengala occidentale perché ne va orgoglioso e lo ripete spesso.
All’inizio lo vedevo nel quartiere con uno zaino lacero ma pulito sulle spalle e un plico di volantini pubblicitari stretti tra avambraccio e ventre. Due occhi penetranti e grandi e un’espressione dignitosa sul viso olivastro, lucido. I capelli nerissimi e le pupille scure, una statura bassa e il passo veloce.
Poi lo avevo riconosciuto in un negozio mentre ritirava la merce per una consegna a domicilio e infine ce lo siamo ritrovati alla porta una sera che avevamo ordinato la pizza.

Adesso quando ci incontriamo in strada scambiamo qualche frase, sul tempo, sugli impegni della giornata e sul cibo, perché sto tornando a casa e ho appetito o arrivo con la spesa, e lui racconta qualcosa dei piatti che tradizionalmente si preparano nella sua famiglia, rimasta bengalese e impiegata nella coltivazione della juta.
Recentemente gli ho raccontato di aver visto un film di Satyajit Ray, il primo della Trilogia di Apu, al cineclub che io e Victor frequentiamo con una certa regolarità. O forse sarebbe meglio dire che Victor ha visto il film e io ne ho visto una gran parte, perché temo di aver ceduto al sonno a metà proiezione, ma ho comunque ripreso agevolmente le fila della trama che ho seguito sino alla fine. Durata un po’ fuori della norma, ma un ritratto riguardoso e attento di una famiglia di contadini poveri in un villaggio bengalese a inizio Novecento. Il ragazzo ha mostrato di sapere di cosa stessi parlando, del regista intendo, e certamente anche delle condizioni in cui vive ancora la sua gente, ma non ha detto molto al riguardo.

Passato qualche giorno l’ho sorpreso inquieto, quando mi ero ormai abituato a credere alla sua imperturbabilità. Doveva probabilmente dar sfogo al suo disappunto perché non è stato necessario incoraggiare una confessione: aveva appena ceduto a un impulso del momento ed era evidente che gli dava fastidio non aver dimostrato maggior dominio di sé.
Il palazzo a fianco, più basso e più vecchio, è suddiviso in quattro appartamenti e uno di questi è abitato dalla signora Verrall, distintissima vedova del signor Gilou, ufficiale, installatasi a Parigi dopo il matrimonio e rimasta austeramente inglese fino al midollo. Ignoro da quale parte dell’Inghilterra provenga, ma non vi è dubbio che Mrs. Verrall navighi seguendo rotte britanniche: abiti inglesi, orari e abitudini inglesi e un francese con accentuata inflessione inglese – sufficiente a dichiarare la sua appartenenza alla benevola (per lei) Albione.
Ho appreso dal giovane ciò che avevo già intuito da solo, passando davanti al palazzo di Mrs. Verrall e afferrando talvolta passaggi della conversazione tra lei e l’indiano. La signora non mancava di cogliere qualsiasi pretesto per ricordare quanto dovesse l’India all’amministrazione inglese e al controllo esercitato dal lungimirante Raj britannico. Lo faceva con un largo sorriso e solo dopo aver elogiato la gentilezza del ragazzo che stazionava davanti al portone con i suoi volantini e le dava il braccio per scendere pochi scalini o essersi complimentata con il colore dei suoi capelli, tanto per scadere in un cliché, uno dei tanti che è in grado di declinare Mrs. Verrall, “voi siete tutti così, vero?”

Lui non deve aver mai creduto che valesse la pena replicare, ma certo sarà stato tentato di ricordare a Mrs. Verrall che il suo paese era stato capace di dar vita a qualcosa di nome Movimento di indipendenza indiano. Parlandone con me si è limitato a commentare “quello che il Bengala pensa oggi, l’India lo pensa domani e il resto del mondo il giorno dopo”. Ma si vede che non ne poteva più e giorni fa, sinceratosi di essere solo, ha introdotto uno dei suoi volantini nella cassetta postale e poi ha strisciato una chiave sulla targhetta, sfigurando le anglosassoni lettere che compongono il nome Verrall.
Ha ottenuto da me tutto il sostegno morale che ero in grado di fornire, così, con la borsa della spesa in una mano e le chiavi nell’altra. Comunque ho apprezzato che abbia scelto di condividere il fiero amor patrio.

Tuttavia l’animo puro del mio giovane amico deve aver pagato caro l’abbandono a tale manifestazione di inciviltà e ha dovuto porre rimedio. Victor lo ha colto per caso nell’intento di nascondere in un depliant del supermercato all’angolo un’edizione economica dei versi di Tagore per poi introdurre il malloppo nella cassetta Verrall. Un tentativo di far conoscere alla lady di ferro la nobile cultura indiana.
Fatto sta che Victor avrebbe pagato per vedere la reazione di lei e ha deciso di rimanere nei paraggi almeno per una mezz’oretta. In effetti ne è valsa la pena poiché, di ritorno dal suo giro mattutino, Mrs. Verrall ha svuotato la cassetta e Victor ha fatto cenno di voler entrare nel palazzo quando lei stava esaminando la sua corrispondenza.
Dunque Victor era con lei quando il libricino è uscito allo scoperto; la destinataria non si è scomposta e certo non lo ha collegato a nessuna persona di sua conoscenza.
Victor ha allungato lo sguardo e ha chiosato: “Mrs. Verrall, che delizia… Tagore”.
“Lo conoscete?” sorpresa.
“Lo adoro. La profondità e la saggezza del popolo indiano…”
“Oh…si” esitante.
“Dovete leggerlo”.
“Oh…voi francesi, sempre così sentimentali, sempre a pensare all’amore”.
“Anche a farlo Mrs. Verrall. Soprattutto a farlo … ogni volta si renda possibile! Buona giornata Mrs. Verrall”.
“Ma non dovevate entrare nel palazzo?” sorpresa.
“Tornerò. Si è fatto tardi”. Ed è scivolato via lasciandosi alle spalle un “good afternoon Mrs. Verrall” in puntuto stile londinese.

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 On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit presque tous les mardis(!)

XIX. La vecchiaia a due zampe.

Parigi non si spoglierà di tutti i suoi orpelli di natalizio decoro prima di una settimana. Inutile rimandare: la magia si è già esaurita e semmai indugia in equilibrio sul filo a cui sta stesa la tovaglia rossa dell’ultimo pranzo di festa o fra gli aghi dell’abete di plastica riposto per metà nello scatolone da un commesso in divisa arancione.

In divisa arancione un collega del supermercato pulisce la verdura prima di esibirla. È mattino, presto. Non ci sono state consegne negli ultimi giorni. Rientriamo a Parigi e prima di aprire la porta di casa, con il borsone in una mano e il naso di Algernon contro il polpaccio, stacco la modesta coccarda appesa allo spioncino. Una bacca di agrifoglio cade sullo zerbino e un’altra rotola nell’angolo e Algernon coglie il movimento e la raggiunge per fiutarla.

Victor nel pomeriggio va in negozio e ritrova sul bancone la tazza a due manici Limoges in cui aveva riposto i cinorrodi delle rose offerti ai clienti in segno di buon augurio, procurati da Honoré e poi lucidati col panno e avvolti nel nastro argentato, uno ad uno, in un dopocena di raffreddore e latte caldo.

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C’è stato un periodo in cui i nostri percorsi si incrociavano praticamente tutti i giorni, ma mai ci siamo scambiati più di un formale saluto di cortesia. La signora portava il suo cagnolino, un maltese, a fare una breve passeggiata ai giardini – che per noi rappresentano la prima tappa di un giro più lungo – e sapeva di potersi fidare di Algernon, più grande e sciolto ma innocuo. Non l’ho mai vista sorridere e dire che sarebbe bellissima se non fosse sempre incupita; possiede un volto proporzionato, iridi chiare e capelli bianchi vaporosi, corti e ben acconciati. Veste capi di sartoria e procede con distinzione. Ma non parla. Non con me.

La signora con il barboncino grigio invece è esile e stropicciata su se stessa come sembra spiegazzata la sua faccia rugosa, ha una capigliatura riccia e giallognola di cui pare curarsi poco e ama indossare pantaloni di panno attillati, come la calzamaglia di un mimo, e sgraziate scarpe con la zeppa. In passato le avevo viste insieme con i cani nello stesso angolo di giardino; la seconda sempre con una sigaretta tra le smilze dita tremolanti. Poi deve essere passato del tempo senza che ci incontrassimo e io non me ne sono reso conto sino a che le ho viste insieme sedute al tavolino di un caffè.

Ho fatto più caso a loro nei giorni seguenti ed è stato chiaro che al loro fianco non c’erano più i due cani. Il barboncino lo ricordavo già vecchio, ma avrei creduto il maltese in ottima salute.

Non ho potuto fare a meno di pensare che avessero rinunciato per età a possedere un altro cane e adesso colmassero la loro solitudine passeggiando insieme, senza nemmeno parlare tanto, sino al caffè di quartiere dove prima non le avevo viste mai. Una porta l’altra a passeggio e viceversa nelle stesse ore in cui prima uscivano con i loro quadrupedi.

Spesso le persone anziane che hanno posseduto un cane mi fermano quando sono con Algernon e si informano su di lui. Desidererebbero ancora avere un animale ma sanno quanto sarebbe difficile garantirgli un’assistenza adeguata quando loro stessi abbisognano d’aiuto. Altro discorso merita la vista di un vecchio quando il cane ancora ce l’ha e lo costringe al cappotto quando lui stesso sente freddo, oppure di una persona attempata con un cane non più giovane, lenti entrambi e propensi a indugiare seduti, guardandosi attorno.

Io incoraggio chiunque a vincere ogni timore per dare quanto più affetto possibile a un cane, salvandolo dall’abbandono. Ho sempre avuto un cane accanto, quando non due, da che sono nato e non riesco a pensare di doverne fare a meno: non si tratta certamente di sostituire un amico con un altro, ma di offrire un’opportunità a chi non aspetta altro. Ho capito che un vecchio che rinuncia a un cane compie un gesto rispettoso; forse sarebbe più facile cedere al desiderio di avere compagnia trascurando le difficoltà pratiche della convivenza. O forse meglio sarebbe dispensare amore a un animale, lasciandosi travolgere dal suo malgrado tutto, affrontando i problemi al loro insorgere e non prima.

Spero segua questa seconda linea di condotta un uomo che ha perso la sua Lili poche settimane fa e che si intrattiene volentieri a raccontare di lei, di loro insieme. Io so che ne ha piacere e lo ascolto ma parlarne gli provoca lacrime e questo lo imbarazza molto. È un uomo tutto di un pezzo, impettito, tanto che lo credevo un ufficiale dell’esercito, per poi sentirgli dire che ha trascorso la vita alla biglietteria di un cinema. Sempre in ordine, occhi azzurri e bei denti, e chiede scusa se gli occhi si arrossano e la voce si spezza, inspirando profondamente per ricomporsi e non cedere al sentimentalismo. L’ultima volta io l’ho ringraziato per non aver trattenuto il pianto e aver diviso i suoi ricordi con me. Dice di aver già ricevuto delle proposte per occuparsi di un altro cane ma di avere la sensazione di mancare di rispetto alla cagnetta che lo ha lasciato, dopo una vita di comune lotta contro una malattia congenita che la condannava a una morte prematura. Ma credo che non saprà rifiutarsi a un nuovo amico; quando lo incrocio gli ripeto che aspetto di vederlo nuovamente con il guinzaglio in mano.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

XVIII. Il gabbiano sul cassettone.

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Cancale. Port de la Houle.

Non ci sono poi tante cose su cui si possa davvero contare nella vita. Il cambiamento è stimolante ma la consolazione sta nell’abitudine, nella certezza di ritrovare qualcosa come l’abbiamo lasciata. Per esempio io sto con quanti si compiacciono che una piccola stazione di mare assomigli a una piccola stazione di mare, che sia riconoscibile insomma. Poche case, l’impiego diffuso del legno verniciato di bianco alle finestre, le cassette delle lettere a forma di cabina da spiaggia – a righe bianche e azzurre – i retini da pesca appoggiati fuori la porta, statuine di vigorosi uomini di mare – la pipa, la cerata gialla e la maglia blu – sul davanzale all’interno, girati a guardar fuori.

Rothéneuf, a pochi minuti da Saint Malo Intra Muros, è uno di questi luoghi che sento appartenermi. La prima volta che vi abbiamo trascorso qualche giorno era inverno e siamo arrivati quando ormai era buio. Io e Victor non ci eravamo mai fermati su quel tratto di costa ma ci sentimmo subito a casa, vi trovammo quello che desideravamo trovare.

Prima di disfare le valige calzammo le scarpe di gomma e scendemmo in spiaggia. Victor se ne stava ritto con le mani in tasca, di fronte alla distesa di acqua nera; rapito e immobile, solo il cappuccio della giacca impermeabile che si riempiva di vento e si allungava contro la nuca. Io, a qualche passo da lui – le gocce di acqua sapida sul viso, il cappello di lana e la sciarpa attorno al collo, sul bavero rialzato – cercavo di dominare l’eccitazione e pure l’inquietudine: si udiva la voce baritonale del mare, il suo respiro regolare, ma non si scorgeva che l’orlo bianco delle onde pronte a  frangersi d’un colpo a pochi metri da noi.

Algernon, istintivamente, si era arrestato molto prima e fiutava attorno. Non so quanto siamo stati ad auscultare il mare, a temere che l’onda che sentivamo montare, gonfiare, ingrossare, ci travolgesse, poi a vederla appiattirsi a riva e segnarla con la sua impronta nella sabbia, e, ritirandosi nell’alveo del mare, cercare di trascinare con sé i ciottoli, rotolanti l’uno sull’altro.

Anche l’appartamento che avevamo preso in affitto ci piacque. Ci addormentammo sentendo il mare russare e quando mi svegliai la mattina dopo fu quello il primo suono che cercai di ritrovare. Lo riconobbi subito, punteggiato dal verso acuto dei gabbiani che volavano a fatica davanti alla nostra finestra: sarebbe stata una giornata di vento. Scesi al piano di sotto per la prima colazione e vi ritrovai la piccola cucina, le due poltroncine bianche, la porta a vetri che separava la porta di ingresso dal resto della casa: un piccolo spazio dove avremmo riposto le giacche e le scarpe da passeggio piene di sabbia.

Ero ancora seduto al tavolo, con la tazza sporca di caffè e il tovagliolo spiegazzato sulle briciole di pane e mi guardavo attorno: sul cassettone in ciliegio stava un gabbiano di legno bianco, monocromo, ritto su una sola zampa. Ripensandoci credo che non si trattasse di un gabbiano ma di un uccello marino dal becco sottile e lungo e la zampa di trampoliere, una pittima molto più probabilmente. Lo avevamo già notato e lo avevamo lasciato ritto su una sola zampa quando avevamo spento la luce per la notte. Solo adesso mi accorgevo di quanto stava accadendo davanti ai miei occhi.

Erano le nove della mattina e l’oscurità non si era ancora del tutto dileguata; la luce iniziava a penetrare in casa, evocatrice di un nuovo giorno, ma tuttavia era stato necessario accendere la lampada tra le due poltrone. In questo scenario ebbi il privilegio di partecipare all’incanto della vita; il punto esatto in cui mi trovavo mi consentiva infatti di assistere all’animazione del gabbiano che proprio allora calava l’altra zampa e la distendeva in avanti, in procinto di muoversi.

L’ombra proiettata dal becco sulla parete coincideva perfettamente con l’attaccatura della zampetta di legno e pareva davvero la seconda zampa allungata, esile quanto l’altra e proporzionata anche nella lunghezza.

Un’ombra, nulla di più. Ma fu bellissimo per un attimo credersi testimone silenzioso del sortilegio.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

XVII. Capodanno. Un inizio.

Quando sono rientrato a casa la scala odorava di cibo, non un odore in particolare ma l’amalgama di piatti diversi e anche il vapore dalle pentole pareva filtrare sul pianerottolo. Erano le sette di pomeriggio dell’ultimo giorno dell’anno e salendo a piedi mi è piaciuto avvertire un’aria di preparativi, udire voci estranee al palazzo mischiarsi con quelle conosciute, augurare buon anno a Monsieur Robuchon che usciva dall’ascensore con un borsone Louis Vuitton e al giovane Do – Edouard Renaud, Edo per i genitori e Do per gli amici – che scendeva due scalini alla volta nelle sue sneakers sfatte e quando mi ha visto ha mostrato imbarazzo per la borsa Galeries Lafayette che teneva nella destra. Istintivamente ha spostato la borsa dalla destra alla mano sinistra, tormentando un bel fiocco argentato che usciva per metà.

Sapevo che dietro una di quelle porte la mia famiglia aspettava me per iniziare la serata e accendere il forno. Due pizze pomodoro e mozzarella di bufala, prelevate dal frigo del supermercato meno di un’ora prima, sarebbero presto scivolate nei piatti che già erano in tavola, sulle tovagliette rosse; per dessert erano avanzati i pasticcini portati la sera prima da Sara e Daniel e la razione di dolce al cioccolato rifiutata da Coco, che dopo il pranzo di Natale della madre soffre di mal di stomaco e gira con un pacchetto di crackers salati in borsetta.

Ultima cena dell’anno noi tre soli – e uno, Algernon, dormirà già da un pezzo allo scoccare della mezzanotte – e menu smilzo perché rimangono parecchie cose da sistemare prima di chiudere la valigia: domani si parte, si torna in Bretagna per una settimana. È eccitante trascorrere la sera di Capodanno in questo modo; è la vigilia di una partenza.

Accanto ai borsoni ancora aperti sono disposte le scarpe – quelle di cui non si può fare a meno e quelle che quasi certamente rimarranno a Parigi – e su di una sedia sta lo zaino del cane, che devo controllare ancora: occorre pensare a tutte le esigenze del nostro vecchio Algernon. Victor è indeciso su quale libro portare con sé e sta rileggendo la quarta di copertina degli ultimi romanzi presi in prestito mentre io gli grido dal bagno di non dimenticare gli stivali di gomma per passeggiare in riva al mare.

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Non siamo stati sicuri della partenza sino all’ultimo, ma è stato divertente programmare il viaggio senza sapere se lo avremmo intrapreso davvero. La sera mi ci dedicavo, individuavo percorsi, case in affitto, calcolavo i costi e ne discutevo con Victor; la mattina bevevo il caffè con la carta della Francia settentrionale aperta sul tavolo. Adesso che partiamo sul serio non pare vero.

A mezzanotte in punto è tradizione telefonare a Jerome o ricevere la sua chiamata; oggi è in casa di amici nei dintorni di Vétheuil.

Ripongo nel cassetto un maglione che decido di lasciare a casa, poi contemplo i borsoni e infine mi corico. Victor esce dalla doccia e mentre si infila il pigiama dichiara compiaciuto di aver fatto una scelta: lo seguiranno una monografia su Leonard Cohen  e un libro di cui aveva parlato con Jerome. Sentirlo gli ha fatto ricordare di non averlo ancora letto.

Si sistema il cuscino e mi guarda scendere dal letto: dove vai adesso? È sorpreso. Io no: gli stivali di gomma. Non ho creduto nemmeno per un istante che ci avrebbe davvero pensato lui.

Bonne année !

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

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