XII. Ci siamo. È Natale.

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Il formicolio è cominciato; lo fiuto nell’aria. Sono naturalmente portato per tutto quanto concerne il corredo natalizio: addobbi, canzoni, luci e spirito di bontà collettiva – che non deve per forza protrarsi sino a San Silvestro. Da che ricordi ho sempre atteso il mese di dicembre con tutto il suo bagaglio di tradizione, di convenzioni e una spessa patina di sentimentalismo; io mi calo perfettamente nella parte e riesco a vivere con leggerezza sino all’inizio del nuovo anno.
Si tratta di un istintivo rimbambimento che a Victor provoca il voltastomaco. È difficile vivere in una fiaba quando si condivide lo spazio con una creatura infastidita dagli aspetti più infelici del periodo: traffico, leggi di mercato, scambio di auguri sgraditi e dovuti con persone sgradite a cui gli auguri sono dovuti. Victor fiuta ipocrisia ovunque e si lamenta e io lo ignoro: non vedo proprio perché lui debba rovinarmi la parentesi.
Poi la sera della vigilia anche lui si accorge che abbiamo una casa addobbata e non vi è nulla di pericoloso, abbiamo pochi cari amici, fuori fa freddo e dentro si sta al caldo, e non è solo una questione di riscaldamento. Ho sempre desiderato una fottuta stalla con la mangiatoia e il calore di qualcuno che alitasse con me per farne un rifugio accogliente; per me sta tutto lì.

Ho iniziato a vedere le prime tracce di natalizio fermento per terra, calpestandole ai giardini. È stupefacente quanto si riesca ad apprendere da cosa viene gettato a terra e seguendo Algernon ho scorto frammenti di ghirlande argentate – quelle con cui si orna l’albero di Natale – e  nastri da pacco dimenticati in strada.
Pochi giorni più tardi ho trovato in ascensore gli auguri dell’impresa di pulizie del palazzo appesi a fianco della pulsantiera e una settimana dopo i netturbini hanno fatto altrettanto appiccicando il loro messaggio sul vetro esterno della porta in cortile.
Quando, passando accanto allo stretto negozio di un rivenditore di libri e di fumetti dietro casa, ho casualmente osservato la base della vetrinetta sgombra di mercanzia e ricoperta con il tappetino rosso che puntualmente appare in questo periodo, ho capito che a breve sarebbero comparsi i personaggi del presepe, disposti secondo le leggi della prospettiva: le più grandi davanti, le piccole sullo sfondo. anatale
Attraversando piazza L. e sbucando nel corso ho cercato il presepe che il portinaio allestisce al numero 23 e che si può ammirare dalla vetrata a lato del portone di ingresso. Qui la prospettiva non è mai stata omaggiata e nemmeno ci si domanda a cosa serva; pastori di pochi centimetri si intrattengono con statuine di proporzioni doppie come se fosse del tutto normale, in uno scenario che ricorda più la Champagne che Betlemme.

Naturalmente l’umore grigio di Victor non scoraggia il mio entusiasmo nemmeno quando sono in sua compagnia; il mio trasporto rischia anzi di contagiarlo, tanto che talvolta lo vedo sorridere. So che è felice di vedermi felice e non dimentica mai di farmi trovare una sorpresa sotto l’albero e nemmeno di prendersi gioco di me quando cerco di sapere in anticipo di che si tratta.
Sere fa siamo stati insieme al supermercato, al solito. Scesi al parcheggio esterno ho ottenuto di indugiare un poco per osservare le proiezioni di luce sul muro del cubo di cemento in cui dovevamo entrare. In successione: fiocchi di neve, una colonia di Babbo Natale – ciascuno con la propria renna – pacchi regalo sparati in aria e libri che rotolavano giù dagli scaffali di una libreria. Il tutto condito da una colonna sonora molto allegra, festosa; abbastanza festosa da spingere agli acquisti.
In effetti, a Natale, le melodie commoventi hanno lasciato spazio ai motivi più spensierati, allo swing d’oltreoceano. Io non oppongo resistenza: ho danzato lieto tra il settore C e il settore B nel parcheggio, piroettando attorno alla figura immobile di Victor che scuoteva la testa, sorridendo.
Poi non ricordo più nulla. Credo di essere stato trascinato via.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

XI. Appartement à vendre ravalé récemment .

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Mi domando se anche altre persone nel palazzo abbiano fatto caso a quella bottiglia di birra appoggiata sul davanzale. Io non ho potuto farne a meno perché ogni volta che aprivo la porta sullo stretto balconcino che affaccia sul cortile interno del palazzo cercavo inconsapevolmente un altro balcone e un’altra finestra, al piano terra dell’edificio a fianco.

Mi capita di contare sino a quattro e individuare al quarto piano l’appartamento di Madame Rose, una signora che aveva già superato i settanta quando l’ho conosciuta qualche anno fa. Il mio medico me ne aveva parlato quando mi aveva prescritto delle iniezioni e devo alle sue mani leggere il sollievo di aver potuto rialzare la schiena. In seguito capii che Madame Rose era molto conosciuta e aveva probabilmente punto gran parte dei glutei domiciliati nel quartiere. A farmela ricordare però sono gli occhiali dalla montatura grande con le lenti spesse, i denti larghi e accavallati e il fatto che dopo essere stato da lei tre volte, la quarta mi offrì un caffè e lo servì nelle tazzine dal bordo dorato, sul vassoio e su una copri-tavolo all’uncinetto realizzato da lei.

In colonna con l’appartamento di Madame Rose, al primo piano, abitava sino a qualche tempo fa una signora dai capelli candidi e folti, di statura media e corporatura abbondante, che non credo di aver mai incontrato fuori, ma che ho spiato tante volte il mattino, intenta a scopare il balcone o aggirarsi in casa. Io ero appena sceso, ma lei era già in piedi, con pantofole e grembiule e con il televisore perennemente acceso. Ricordo che era confortante vederla vestita sempre allo stesso modo e vedere le immagini del telegiornale del mattino sullo schermo, specie in inverno, quando fuori era ancora buio e in casa sua la luce era già accesa.

Con l’arrivo dell’autunno vennero calati gli avvolgibili della porta sul balcone e della stretta finestrella della cucina. Sul terrazzino sempre ordinato scomparvero i suoi vasi di fiori. Non pensai per un momento a un trasloco e provai un sincero rammarico pensando a lei, che con tutta probabilità se n’era andata per sempre.
Tempo qualche mese e un mattino le finestre spalancate mostrarono una casa sventrata. Era completamente vuota e al posto del mezzobusto del giornalista che trasmetteva le ultime notizie stava un imbianchino con la tuta da lavoro sporca di vernice. La birra sul davanzale era la sua.

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Supplemento.

Cette semaine on se revoit Jeudi.

 

 

 

X. Basta che funzioni.

Io penso che sarebbe una buona idea. Victor lo dice da tempo e credo che non faticherei troppo a convincerlo a seguire le lezioni con me: ha un buon senso del ritmo e un po’ di movimento gioverebbe alla sua salute, ridisegnando i contorni della sua figura di pera capovolta.

tip-tapHo sempre avuto un debole per il tip tap, espressione della leggerezza, sulle note della musica che ascolto: It had to be you, They can’t take that away from me, Beyond the sea, I get a kick out of you, I’ve got the world on a string. Lo trovo un modo elegante di muoversi, di danzare come per ringraziare di stare al mondo, sussurrandolo con morbidezza.

Ho percorso una strada dove non passo quasi mai, tornando al chiosco dopo aver fatto una consegna. Madame Giraudeau è la portinaia di un palazzo liberty di rue S. e il venerdì acquista il settimanale di giochi enigmistici e la copia di Asterix ripubblicata in bella edizione. Dice di essersi appassionata da bambina alle storie degli invulnerabili Galli e di rileggerle adesso con rinnovato piacere. Se i coniugi Plum le affidano il piccolo Philippe – “solo per una mezz’oretta, massimo un’ora, per non lasciarlo solo in casa” – lei gli legge il fumetto facendo le voci di tutti i personaggi. Adesso Philippe quando la vede le chiede una nuova avventura, quando lei sbaglia una voce pretende che riprenda daccapo e si indispone se vengono interrotti dal suono del campanello o perché Madame Giraudeau deve ritirare la posta e ordinarla nelle cassette.
Il fratello di Madame Giraudeau coltiva ortaggi e alleva polli e conigli in campagna; con una certa regolarità porta alla sorella i suoi prodotti e li vende anche a noi. Quando viene a Parigi Madame Giraudeau mi avverte e io vado da lei con gli ultimi numeri dei suoi giornali.
Al chiosco rimane Miguel, spagnolo di non ricordo dove, che studia arti grafiche a Parigi e mi da una mano per le consegne. Ha la pelle scura e lineamenti da modello: troppo bello per prenderlo in considerazione. Troppo sensuale – istintivamente, naturalmente  provocante – per diventare oggetto dei desideri. Mi ha eletto suo confidente senza consultarmi sul mio interesse a diventarlo. Miguel ama le donne di cui vince rapidamente le resistenze, deboli peraltro; la sua vita sessuale non conosce noia e lui si fa un cruccio di tenermi costantemente aggiornato sui particolari.

Venendo alla strada in cui passo di rado, ho indugiato davanti alla vetrina del negozio che vende abiti e accessori agli appassionati del ballo da sala. Un telo nero ricopriva le calzature in vetrina perché non sbiadissero esposte alla luce del sole ma una scarpa nera, con un seducente tacco alto e un sottile cinturino di chiusura alla caviglia, sfuggiva dal gruppo.
È stata la sua visione a fermarmi. Dentro: una tappezzeria cremisi e una poltroncina, un manichino con un vestito nero scollato e lunghe frange al fondo, poco sotto il ginocchio. Non un negozio ma un boudoir, un baule foderato di rosso. Un baule delle meraviglie per chi ama scivolare sul parquet con il valzer e il fox trot o esprimersi in un tango, per essere altro da sé oppure per essere pienamente sé stessi, con l’abito giusto e le scarpe adatte, lucide.

sala-palestra Non mi dispiacerebbe sapere che un gruppo di persone si riunisce a una certa ora sulle stesse tavole di legno opache, scarabocchiate dai passi di danza, davanti agli stessi larghi specchi a parete. A fine lezione cambiarsi e uscire in strada, custodendo il segreto di essere parte del gruppo, di sapere come ci si muove con la musica e sapere quanto sia edificante, energetico, liberatorio farlo. Questa sera ne parlo con Victor e cerco una scuola di tip tap.


Ho messo in forno tre pizze e ho atteso che arrivassero gli altri. Sono arrivati insieme; Victor ha trovato Nora davanti al portone, occhiaie e naso rosso al solito, dopo l’ennesima delusione amorosa.
Nora produce una gran quantità di favole per bambini durante le sue relazioni, che durano mediamente tre o quattro mesi, poi ripone carta e penna e inforca i ferri da maglia per sfogare nell’esercizio il rancore verso il genere maschile che ha nuovamente tradito le sue aspettative.
L’errore lo compie Nora: insegue uomini attraenti, attraentissimi, e di manifesta, evidentissima, natura libertina. Lei costruisce castelli in aria e loro approfittano dell’occasione: non è complicato comprendere il meccanismo.
Nora è una persona piacevolissima, ricca di interessi e capace di una dolcezza confortante; è stata corteggiata e lo è tuttora da uomini di provata fede che lei trova davvero davvero bruttini. Noi la mettiamo in guardia a ogni nuova relazione che ci presenta come quella giusta e poi, sempre noi, inforniamo la pizza e prepariamo il DVD per celebrare la fine della relazione e l’inizio del periodo depressivo.
Nora ha bisogno di noi e di Woody Allen, non un film in particolare, ma uno degli ultimi anni. Ha bisogno di vedere Manhattan e di sapere che la maggior parte dei newyorkesi, quelli che mantengono agli studi i figli del loro analista, comprenderebbe il suo stato d’animo.

Noi adoriamo Allen e abbiamo la collezione quasi completa dei suoi film. Personalmente anch’io prediligo le storie più recenti, di cui non ricordo mai la trama. Ma ciò che importa è che alla fine mi sento come se avessi fatto una passeggiata tra la Quinta, Park Avenue e Central Park. Proprio come i libri di Wodehouse, che mi hanno insegnato che sorridere per aver colto lo humour in un’allusione è molto più gratificante che ridere a una battuta grassa; se ci si abitua lo humour lo si usa dappertutto e fa bene, come ci si abitua a usare meno sale e la salute ne giova. Fatto sta che i suoi libri li ho letti quasi tutti e ho chiaro lo spirito dei suoi personaggi e il mondo in cui si muovono, ma non saprei citare nemmeno uno degli intrecci che dipana nei suoi romanzi.

Nora singhiozza, impreca e mangia la pizza. Ha portato con sé una vera golosità da mangiare con il cucchiaino davanti allo schermo; si tratta di un sacchetto di riso soffiato al cioccolato che lei trova delizioso da sgranocchiare sul divano. Apre il sacchetto e inizialmente lo offre anche a noi, che sinceramente abbiamo già gustato di meglio; poi finisce per tenersi stretta la sua confezione e ruminare durante tutto il primo tempo del film.
L’importante è che raggiunga lo scopo, se ne faccia una ragione e si distragga un po’: basta che funzioni!

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

 

IX. Peccato a volte l’ombrello si debba bagnare.

Il più delle volte dimentico di portare con me il fazzoletto e l’ombrello, di solito, lo perdo. È così da sempre. Tuttavia, se esco per una passeggiata e non devo prendere un mezzo pubblico o entrare dove devo depositare l’ombrello, riesco a riportarlo a casa e all’occorrenza servirmene come merita.
Perché l’ombrello ripara dalla pioggia – e questo è un dato di fatto – ma è quando lo si tiene avvolto, portato come una canna da passeggio, che l’ombrello diventa un oggetto di irresistibile interesse.
E non è cosa facile mostrare disinvoltura quando si ha a che fare con un accessorio così importante. Deve sembrare un accessorio utile, ma si tratta in realtà del complemento più consono all’eleganza, che l’eleganza svela o smentisce.

Innanzi tutto richiede un movimento controllato e ripetuto con un ritmo preciso, che all’esterno deve apparire leggero e naturale. Stretta saldamente l’impugnatura ricurva, l’indice e il pollice allungati sul manico, sta al polso levare l’ombrello da terra e portarlo con movimento rapido in posizione inclinata, sospeso in aria come ad indicare qualcosa che sta poco più in là, mentre il braccio si allinea quasi interamente al fianco. Così deve rimanere il tempo di una pausa inavvertita, ma necessaria alla cadenza dell’intero movimento. Poi la punta tocca terra con fermezza, il braccio allungato in avanti si appoggia al manico, con l’impugnatura spinta lievemente in avanti, e intanto si compie il passo che sposta la figura, lasciando che braccio e ombrello si attardino un poco dietro. Un attimo dopo l’ombrello viene nuovamente sollevato.

È una questione di misura e di tempo, che fa il paio con l’andatura e conta su una figura che deve procedere eretta, … non altezzosamente eretta, s’intende, ma con la schiena signorilmente dritta.
Io mi cimento con grande disciplina e anche se indosso un pullover su un pantalone informale e sto accompagnando Algernon nel suo consueto giro attorno casa, mi sento subito un lord. Il cane è adatto alla parte; per età e profilo sembra fatto per procedere accanto a un ombrello avvolto e io cammino apparentemente noncurante, osservando invece se gli altri si accorgono dell’armonico quadro.

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Anni fa a Étretat ho visto sfilare in passeggiata un signore di mezza età che doveva aver appreso a maneggiare un ombrello nei primi anni di vita. Non si possono raggiungere livelli simili senza applicazione e il suo nobile incedere comunicava compostezza e levità insieme.

Eravamo a Étretat per un paio di giorni ed era finito l’inverno da qualche settimana. Conoscevo Victor da poco e mi aveva proposto di accompagnarlo a trovare un amico che soggiornava al mare per curare una grave forma di asma bronchiale.
“È una persona cui tengo molto e non sopporta rimanere solo troppo a lungo. Conoscere gente nuova non gli potrà fare che bene” mi aveva detto.

Passammo le giornate in spiaggia, a camminare e parlare e ridere o seduti a guardare le onde. Dalla spiaggia vidi l’uomo con l’ombrello: assolutamente perfetto, un movimento modulato come in musica. Piacevole per lui, che pareva godersi la camminata, e per chi lo stava a guardare. Me lo ricordo ancora.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

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