XXXII. Quella faccenda delle viole.

Madame Poulain e il marito abitano nell’appartamento di fronte al nostro; ci vediamo di rado e nel caso ci salutiamo cordialmente e cordialmente scambiamo qualche frase di circostanza. Victor si rende disponibile ad aiutarli, specie adesso che Monsieur Poulain è spesso dimentico di quanto gli accade intorno, ma loro non hanno mai bussato alla nostra porta se non per chiedere di risintonizzare i canali della televisione o recuperare il gatto dal davanzale della nostra finestra.

Ho scoperto l’altro giorno che Madame Poulain ama i fiori di campo. L’ho incontrata al mercato davanti al banco del fioraio; ultimamente si ferma volentieri a parlare e quindi scambio con lei qualche impressione. Lo stato di salute del marito si riflette nel suo sguardo, più triste, e nel modo ansioso di spendersi in qualche chiacchiera pur di rimanere in contatto con la quotidianità più prosaica. Tutti belli i fiori ma poco lo spazio in casa per ospitarli; i fiori di campo però restano i suoi preferiti.

Di tanto in tanto fa loro visita il figlio, professore di matematica e basso nella cantoria della chiesa di Saint-Eustache. Da un uomo di cinquant’anni, di buona cultura e buona educazione ci si aspetterebbe un comportamento diverso da quello che invece constatiamo periodicamente. Oltrepassano le pareti le sue osservazioni sulla demenza del padre: ci pare impossibile che non riesca a comprendere che la razionalità non appartiene più a Monsieur Poulain e non sarà con la rabbia che lui riuscirà a ottenere prova di maggior lucidità. Probabilmente per troppo amore non riesce ad accettare che l’Oblio abbia preteso la resa del padre ma è pietoso sentire l’arroganza con la quale lo corregge.
Da questa parte del muro la figura meschina la fa lui, più ottuso del padre, e gli auguro di inoltrarsi nella vecchiaia, godere di altrettanta delicatezza e conservare quel poco di consapevolezza per dispiacersene e ricordare di aver commesso lo stesso errore.

Monsieur Poulain gli ha trasmesso la passione e il rispetto per la musica; faceva parte di un coro di musica popolare e capitava di sentirlo esercitare la voce il pomeriggio, dopo essere rientrato dal lavoro. Monsieur Poulain aveva a sua volta ereditato dal padre il laboratorio di orologiaio dove aveva iniziato poco più che sedicenne a riparare marchingegni perché il tempo potesse continuare a scorrere regolare. Piccolo di statura e mai senza cravatta, ha colto ogni occasione per chiarire che considerava me e Victor come due amici che condividono casa. Oltre non aveva nessuna intenzione di andare.
Madame Poulain invece si dice sempre ammirata dal nostro legame, sconosciuto alla maggior parte delle coppie come posso dire… normali: tanto comprensiva e melensa da apparire chiaramente in imbarazzo. Le sue dichiarazioni in genere le fa a me e io in genere penso già ad altro. Ci sono abituato.

Qualche giorno dopo averla vista al mercato, Victor ha accettato l’invito di Monsieur Delannoy a raggiungerlo in Borgogna per visitare la sua cantina; il suo vino è in vendita nella gastronomia di Victor, pochi esemplari ma a quanto sembra apprezzati.
La famiglia al completo ha lasciato Parigi per un giorno, Algernon compreso, ça va sans dire. Durante il tragitto ho gesticolato e scatenato il bacino al ritmo di disco music tra sedile del passeggero e cruscotto, perché non è proprio possibile limitarsi ad ascoltare la disco music. Forse ci ho fatto poco caso, ma mi è parso che Algernon smettesse di frignare prima che lasciassimo Parigi; è abituato a viaggiare in automobile ma lamenta la guida in città e si placa su un’andatura costante, se possibile anche un po’ sostenuta.

Le vigne di Monsieur Delannoy sono nei dintorni di Chablis. Monsieur Delannoy, la moglie e i figli ci hanno accolto nella loro casa di pietra grigia con una rilassatezza assolutamente contagiosa. Siamo scesi nelle cantine, abbiamo camminato tra i filari e seduto davanti casa a mangiare pollo, formaggio, miele e senape di Digione. Una merenda servita in piatti bordati di una linea azzurro cenere con un bouquet di fiordalisi al centro, su una tovaglia bianca.
Algernon ha raccolto lauti bocconi e si è aggirato tra i campi, incuriosito dagli odori della campagna e da gente sconosciuta che lo accarezzava ogni volta che si avvicinava al gruppo per constatare la nostra presenza e ripartire in esplorazione rassicurato. Ha dormito durante tutto il viaggio di ritorno.

La campagna in Borgogna è incantevole, declinata in tutte le tonalità del verde, sinuosa si stende infinita sotto un cielo piatto. Passando in macchina con i finestrini abbassati per respirare l’erba abbiamo cercato di individuare quante più possibili varietà di fiori. I nomi dei fiori di campo spesso si ignorano e solo a un esame più attento ci si rende conto di quanti esemplari compaiano in primavera, con colori simili ma architetture completamente diverse.
Ho pensato a Madame Poulain e ho detto a Victor che volevo comporre un mazzo di fiori per lei. Mi ha aiutato e abbiamo combinato un discreto numero di fogge e tonalità. Tornati a Parigi sono finiti nell’annaffiatoio pieno d’acqua, giusto per sopravvivere alla notte.


La mattina li ho avvolti in un cono di carta improvvisato e ho suonato alla porta dei Poulain. La signora mi ha invitato a entrare e ha iniziato un discorso mentre il mio bouquet gocciolava sul suo pavimento. Aspettava la frase con cui le avrei offerto l’omaggio floreale, così l’ho interrotta e ho consegnato il nostro souvenir di Borgogna.
Era evidentemente felice di riceverli e io ho pensato allora agli Emerson, padre e figlio, che raccolgono una gran quantità di viole per le anziane signorine Alan, ospiti come loro della pensione Bertolini di Firenze, e riempiono di vasi e caraffe la loro stanza, un gesto che due gentiluomini non avrebbero mai fatto, ma tanto bello. [Edward Morgan Forster, Camera con vista].
Qualche giorno più tardi Madame Poulain stava rientrando e io uscivo. Mi ha detto che aspettava il figlio per cena: voleva festeggiare i suoi settantanove anni. Non lo sapevo e le ho fatto gli auguri; lei mi ha sorriso: “me li ha già fatti. Mi ha portato i fiori proprio il giorno del mio compleanno”.

A quanti condividono la vita con un cane: scelgouncane

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

XXXI. Cidre fermier.

Mi appoggio al telaio bianco della porta, aperta sul nostro balconcino, e guardo la grandine cadere e intanto stringo la tazza in cui ho versato un po’ di sidro, dolce. Annuso l’aria e bevo un poco di quel succo che odora di mele mature e mi fa sentire più vicino alla costa bretone, nel nord.

Siamo tornati dalla Bretagna pochi mesi fa, ma già mi manca. Ci ho pensato anche l’altro giorno, riponendo le sciarpe per il prossimo inverno; avevo in mano quella che avevo portato in viaggio, una stretta e lunga sciarpa fatta a mano, di una bella lana melange riciclata da un vecchio maglione. Ho pensato a quando la indossavo il primo giorno a Cancale, nella baia di Mont Saint Michel. Era la prima settimana del nuovo anno e pioveva, come piove oggi.

Abbiamo scelto di pranzare al porto. Abbiamo deciso guardando un ristorante dal dehors vuoto, ma pieno di volti soddisfatti all’interno; se ci avessero servito nel dehors, riscaldato e molto accogliente, Algernon non avrebbe dato fastidio a nessuno e avremmo avuto spazio e intimità. Così è stato, per un po’; poi altri hanno avuto la nostra stessa idea. L’acqua cadeva battente sul tendone sopra le nostre teste e il vento soffiava tormentando la balza, infilandosi sotto i festoni, gonfiandoli e inarcandoli come gonfiava e inarcava le onde in mare, di fronte a noi.

Noi che eravamo pienamente felici. Non era previsto un pranzo fuori e l’abbigliamento mio e di Victor era molto comodo: calzoni sportivi con imbottitura in pile, scarpe da ginnastica inzuppate e maglione in lana a collo lungo, con la sciarpa di lana che accomodavo sulla spalla con il garbo che avrei usato se fosse stata di seta.

La prima pietanza che ordino in Bretagna è sempre una zuppa di pesce; non può essere altro. Non è solo la nostalgia del sapore; si tratta di molto di più: della zuppiera tête de lion, dei cubetti di pane tostato, della salsa rouille e del formaggio. Inoltre la zuppa comporta una serie di gesti – si spalma, si raccoglie il brodo nel cucchiaio, si inclina la zuppiera – e mischia temperature diverse: il brodo fumante, la salsa più fredda, la consistenza del pane tiepido e l’inconsistenza delle sottilissime frange di groviera grattugiata.

Quando l’enorme quantità d’acqua che il cielo scaricava su Cancale ha iniziato a pesare sul tendone scavando delle sacche di raccolta, solcando di occhiaie marcate l’estremità inferiore della falda di quel tetto spiovente, si sono palesati proprietario, in giacca nera, e cameriere – giovane, smilzo, in giacca spencer rosso scuro, una sorta di ussaro senza alamari – che, su precise indicazioni del suo principale, ha brandito un ombrello e ha iniziato a respingere l’acqua puntando il manico ricurvo  al centro delle anse ormai traboccanti. Lo faceva con grande classe: puntava, esercitava la pressione necessaria e passava oltre.

Tutti noi lo abbiamo ritenuto del tutto naturale.

Ancora l’ascensorista.

Si è ricordato il nome del cane e lo ha chiamato. Io non lo avevo visto ed è stato lui ad avvicinarsi: aveva voglia di parlare e io non avevo tempo.
Così per i successivi quindici minuti lui ha ripetuto l’aneddoto sugli attori visti nei grandi alberghi – se non altro confermando ciò che ci aveva già raccontato la prima volta – per poi passare alle soddisfazioni avute sul lavoro. Intanto io formulavo almeno una decina di frasi di congedo domandandomi per quanto ancora avrei dovuto sorbirmi i suoi resoconti, che nel frattempo si facevano particolareggiati. Ciò che stavo tentando di fare era meschino, senza dubbio, ma io avevo davvero bisogno di proseguire per la mia strada.

Monsieur Macé venga lei per favore. Monsieur Macé ci pensi lei. Ma come ha fatto Monsieur Macé a riparare il guasto? Io sapevo fare il mio lavoro. Innanzi tutto perché ero andato a scuola; bisogna distinguere la parte meccanica da quella elettrica.
Tentativo di augurargli buona giornata.
E poi tutto sta nei contatti. E nella manutenzione.
Convengo sul valore della realizzazione sul lavoro e improvviso sulla necessità di seguire il cane, che in realtà non si allontana.
Se le porte fanno bene contatto, l’ascensore funziona bene. Sta tutto lì. Io ne ho visti tanti.
Devo essere stato esplicito anche con il corpo perché mi ha teso la mano e ha terminato. Mi sono sentito in colpa; la prossima volta aspetterò che sia lui a dirsi soddisfatto della chiacchierata. È un uomo mite Monsieur Macé, che prima di allontanarsi porta la mano al cappello in rispettoso segno di saluto e lo fa con stile; oltre ad aver amato gli ascensori di Parigi deve aver amato molto anche la moglie di cui parla con molto affetto.

Intanto io sto acquisendo una competenza tecnica che potrebbe essermi utile – si informi sul tipo di ascensore che avete nel vostro palazzo e poi io le insegno cosa fare – e mi spiace che Victor la sottovaluti e non mi creda capace di intervenire in caso di necessità.
Non ho imparato per corrispondenza, Santi Numi. Sono un allievo di Monsieur Macé!

Ha i tasti di plastica? Velocità doppia? Manuale, semiautomatico, automatico?

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XXX. Il tartufo sul quadrifoglio.

Dedicato al Marchese Bobo
… in via di guarigione.

Neoplasia mesenchimale maligna compatibile con liposarcoma mixoide. Massa splenica sospetta.
Tra le due sentenze è trascorso un anno. Un anno esatto. Un anno rimediato a un destino di morte. Ma del resto Algernon procede in questo modo da quando di anni ne aveva cinque: ormai condannato alla fine pianificata dal suo primo padrone ricevette l’offerta di un cambio di domicilio e di identità. Così divenne parigino e da allora condivide un appartamento con due uomini: alla città continua a preferire la campagna, ma della sua famiglia mostra di non voler fare a meno.

Un anno più vecchio, però. Eppure, per quanto faticoso sia diventato sopportare gli esami necessari prima di un intervento, la linfa vitale di Algernon vibra ancora energicamente nei suoi occhi e ogni volta che la scienza lo solleva dal dolore lui riprende con convinzione le sue abitudini. Il vecchio Algernon dimostra a chiare lettere di non avere ancora intenzione di congedarsi.
Victor rimane il più razionale dei tre e con argomenti ragionevolissimi tenta di ricondurre al buon senso ogni mia illusoria previsione di una vecchiaia infinita. Lo fa perché io non abbia a soffrire troppo. Lo fa e poi se ne dimentica per andare a sedersi accanto al vecchio Algernon e carezzargli la fronte e il collo. Mantengo le mie illusioni. Sono cose che si sentono e che sentono gli animali attraverso di noi: io  voglio che Algernon percepisca in me la sicurezza di chi farà di tutto per aiutarlo ed è convinto che sia possibile porre rimedio.

Quando un vecchio cane viene sedato, al suo amico in sala d’attesa vengono in mente fotogrammi slegati di un percorso compiuto a sei zampe. Penso alla corsa in bicicletta qualche sera fa per acquistare un antinfiammatorio nella farmacia fuori mano che poteva disporne subito e penso ai nostri passi tra gli scaffali delle biblioteche, dove Algernon è conosciuto. Se mi muovo nel quartiere in sua assenza mi chiedono di lui; taluni addirittura non ricambiano il saluto perché non mi riconoscono: il padrone di un cane passa inosservato se viaggia in solitaria.
Penso alla vacanza che Victor aveva deciso di prolungare di un giorno – nel caso, ci fermiamo in una stazione di servizio e dormiamo qualche ora in macchina – senza considerare che Algernon occupava il bagagliaio e i bagagli stavano stipati sui sedili posteriori, impedendo di reclinare il sedile. Io ho riposato, appoggiato alla portiera; Victor si è accartocciato in vario modo ma non è riuscito a prendere sonno e ha passato il resto della notte maledicendo l’idea della sosta in auto, imprecando contro il respiro regolare delle altre due anime addormentate e raccogliendo dati interessanti sui frequentatori degli autogrill la notte.
Anche il paio di scarpe di gomma che uso per le passeggiate dopo la pioggia hanno un aspetto malinconico. Oggi non serviranno.

Poi il veterinario ti restituisce il tuo compagno; apre la porta e dietro di lui spunta il cane ancora inebetito, rasato, il filo della cucitura che congiunge i lembi di pelle come un orlo imbastito, i drenaggi sporchi di siero e di sangue. Dopo aver atteso tanto quel momento, hai voglia di farti annusare e stringerlo al petto per fargli capire che sei di nuovo al suo fianco, che sei sempre stato lì.
I cani ignorano la prudenza post operatoria; se il dolore non li tormenta ricominciano daccapo: le loro abitudini in casa, i loro itinerari fuori. Commuove la tenacia, il senso di misura, la fiducia e la lealtà di un cane. Accudire un cane malato non consente armature: la fragilità di un animale indifeso annulla ogni schermo, una tenerezza infinita marchia l’animo come un sigillo preme sulla cera calda e molle.

La prima volta che Algernon si è risvegliato dall’anestesia era coricato sull’erba nel giardino della clinica e io gli ero seduto accanto e gli parlavo. Gli occhi aperti ma assenti, le zampe abbandonate e un basso lamento a labbra strette, un gemito via via più insistente. Uno scatto per sollevare la testa e guardarsi attorno – le lunghe orecchie che cadono ai lati e le zampe anteriori che cercano un equilibrio per mantenere eretto collo e muso. Fu per caso che notai che il naso di Algernon poggiava su un quadrifoglio. Pensai che fosse di buon auspicio.
Adesso che ha dovuto sottoporsi a un nuovo esame, ha fatto qualche passo nello stesso giardino in attesa di venir chiamato. Ho cercato di intravedere un altro quadrifoglio; nulla. Poi la sua zampa ne ha calpestato uno: sommo la superstizione alle mie illusioni e ci spero ancora.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

 

XXIX. Ascensorista a cinque stelle.

Sono incredibili gli incontri che si possono fare per strada quando ad accompagnarci è il cane. Perché prima o poi qualcuno sarà colpito dall’animale e avrà voglia di dirlo, per provare di amare i cani, per ricordare di averne posseduto uno o semplicemente per fare due parole, come accade con i vecchi.
Perfetti sconosciuti, che non incontrerò più o che poi mi salutano quando mi rivedono, mi raccontano qualcosa della loro vita e io mi stupisco ogni volta di quanto tutto ciò sia piacevole e infinitamente curioso.

Ieri un tale che stava dietro di noi sul marciapiede, ci ha oltrepassati dicendo che Algernon non era più giovane, forse più vecchio di quanto fosse lui fatte le debite proporzioni. Ho dichiarato l’età del cane e lui mi ha detto di averne avuto uno che aveva raggiunto i sedici anni. Mi ha chiesto il nome ed è stato accontentato; al nome ho aggiunto qualche spiegazione, come faccio sempre, perché Algernon è stata una scelta inconsueta, una citazione dell’Importanza di essere onesto di Wilde e forse un richiamo affettuoso alla Normandia di Victor, ma non abbiamo mai appurato se davvero si tratti di un soprannome normanno.
Wilde lo leggo da quando ero un ragazzo e fa ridere Victor che ama il gioco caustico della parola.  L’autunno in cui ci venne affidato il cane, che aveva già cinque anni e un passato da dimenticare come il nome, totalmente inadatto a lui, avevamo da poco visto lo spettacolo di Pierre Laville e la scelta di ribattezzarlo Algernon ci piacque molto.

“Io l’ho conosciuto Pierre Laville” mi sento dire e capisco che si tratterrà ancora. Lo osservo meglio: un giubbotto smanicato, una camicia a quadri felpata e una sciarpa colorata che non ha nulla in comune con il resto. Una combinazione quantomeno originale, un azzardo disinibito che l’uomo indossa con soddisfatta comodità. Un cappellino di cotone a lunga tesa è calcato sul capo, ha grandi occhi tondi e il labbro inferiore sporgente nel mezzo, come se fosse stato afferrato a metà e poi allungato verso il basso: una sorta di scaletta che le parole utilizzano per uscire di bocca, come i passeggeri scendono la scala di un aereo. Immaginarsi il mio divertimento quando mi sono accorto che sul suo cappellino campeggiava la scritta  areonautica militare (!).
Si spiega e racconta di aver lavorato come ascensorista per quarant’anni, in una ditta importante che serviva gli alberghi più prestigiosi di Parigi. Mi dice di aver conosciuto Truffaut – un signore – Trintignant, Lelouch, Galabru e gli spiace che sia morto. Ci tiene a precisare di aver rifiutato una raccomandazione per un altro lavoro pur di continuare a fare l’ascensorista, mestiere pesante, un caffè veloce la mattina e poi via, ma mi piaceva e lavoravo in posti eleganti .
Ci tiene anche a dire che conosce bene Parigi, è parigino da generazioni e non si è mai trasferito dal quartiere in cui è nato.
È Algernon a decidere che la conversazione può aver fine. Si allontana e io devo seguirlo. Beh, buonasera signore. Buonasera a lei, arrivederci.

Victor mi dice di voler introdurre qualche ricetta nuova fra quelle che tradizionalmente propone in gastronomia, qualcosa che rappresenti i suoi gusti personali e mantenga un carattere territoriale. Ha cercato ispirazione nel Vexin facendo qualche giro in macchina nei giorni di chiusura e ha voluto con sé Algernon, che temo però lo abbia deluso: trascorre la maggior parte di tempo con me ed è abituato a riposare dopo la passeggiata di prima mattina. Dunque è stato poco collaborativo ma Victor lo ha detto ugualmente indispensabile; se non altro gli faceva piacere sapere di viaggiare con l’amico di sempre al seguito e hanno diviso la colazione lungo la strada.

Oggi invece Victor si è svegliato con l’intenzione di tornare a vedere Monet al Museo d’Orsay e questa sera, a tavola, era felice. Felice di essere riuscito a concentrarsi su due o tre quadri che non aveva mai guardato veramente; ne ha parlato a lungo, in particolare del Campo di tulipani in Olanda.
Lo abbiamo visto insieme più di una volta ed è tra i miei preferiti ma non lo è mai stato per Victor. Oggi lo ha guardato a lungo, spostandosi da un lato all’altro della stanza, avvicinandosi ad esso e allontanandosi, approfittando dei momenti in cui davanti al quadro non c’era che lui, fino a quando si è accorto che le pale del mulino – quasi al centro, un po’ sullo sfondo – giravano. Non erano certamente ferme e quindi c’era vento e il vento Doveva scomporre i campi di tulipani. Allora ha cominciato a osservarli aspettando di coglierne il movimento. Non si era sbagliato: lentamente i suoi occhi hanno percepito l’ondeggiare dei fiori, fino a che li ha visti scomporsi e sovrapporsi, docili alla corrente.

Si è alzato da tavola prendendo il suo piatto e poggiandoci sopra il mio per riporli nel lavello e ha continuato a raccontare. Io mi ricordo quelli screziati di rosso scuro, viola e blu, più grandi, in primo piano ho detto mentre lui dondolava di fronte a me, piegato al vento come il tulipano per rappresentare meglio quanto andava descrivendo con tanto entusiasmo. Assecondando il vento le posate, accumulate sui piatti, sono precipitate a terra, la forchetta sulla zampa di Algernon che si è scostato, sdegnato.

Poi dal cucinino Victor ha detto di aver camminato lungo rue de la Légion d’Honneur dietro un tale che calzava scarpe da ginnastica bianche, le più grandi che avesse mai visto. Erano davvero enormi; con l’imbottitura alla caviglia e un’alta intersuola gli hanno ricordato due imponenti navi da crociera, i buchi per il passaggio dei lacci gli oblò, la caviglia magra nel calzino bianco un fumaiolo.
È stato un bene che Victor avesse visto due navi avanzare su un marciapiede di Parigi perché mi ha rammentato che a breve Monsieur Vautier partirà per la sua vacanza norvegese e visiterà la costa a bordo del postale dei fiordi. Domani passerà come sempre al chiosco, Le Monde per sé e Vogue per la moglie, che a suo dire si preoccupa eccessivamente della sua salute da che lui è stato ricoverato per un infarto. Devo ricordarmi di augurare loro buon viaggio.

 

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

 

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