III 31, rue Simonet.

Ormai lo faccio abitualmente. Ogni volta che sosto davanti l’ascensore tenendo la porta aperta perché Algernon si decida a entrare, cerco di assumere un aspetto dignitoso e raccomandabile e accenno un sorriso, appena un abbozzo. Algernon impiega un paio di minuti ogni volta perché lo intimorisce la superficie lucida del pavimento dell’entrata e delle scale e ripiega sull’ascensore solo quando constata, per l’ennesima volta, di non avere alternativa.

Nel frattemascensorepo io sono certo di essere scrutato dall’occhio esigente di Madame Mercier, che mi figuro in punta di piedi nelle sue pantofole di lana, allungata lungo la porta per arrivare allo spioncino. La sua non è curiosità ma l’eccessiva cautela di una vecchia signora che teme sempre il peggio e che lascio delusa ogni volta che accenno a qualcosa di rasserenante perché credo che apprezzerebbe molto di più sapermi costantemente terrorizzato quanto lei. Madame Mercier vive da tanti anni al piano terra del palazzo, è minuta e un po’ ricurva, ma ancora molto bella e soprattutto aggraziata, nei tratti e nei movimenti. È vedova e ha due nipoti, una delle quali ormai sedicenne, a cui rivolgevo sempre qualche considerazione infantile e una battuta giocosa e a cui l’altro giorno mi sono sorpreso a dare del lei, ricambiando il saluto. Si sarà sentita grande. Non ho mai intravisto l’appartamento di Madame Mercier, nemmeno quando la porta rimane socchiusa e lei esce con il sacco della spazzatura per gettarlo in cortile, ma quando rientro, specie la mattina tardi, verso l’ora del pranzo, sento la sua radio accesa e ricordo che lei mi disse una volta di preferire l’ascolto della radio alla televisione. È sempre molto gentile con Algernon, che lei chiama il Principino e quando non lo vede in mia compagnia si informa sulla sua salute.

Al quinto piano, due rampe lontano da noi, abita Monsieur Leval, impiegato della Société Générale in pensione, che fornisce sia a me che a Victor informazioni non richieste sul resto del palazzo. In verità Victor è molto più abile di me a scansarne i servigi, ma lui sa che la nostra reputazione onorata è maturata grazie alla mia buona educazione e così sono io che mi intrattengo con Monsieur Leval ogni volta che non posso farne a meno e, mentre lui disquisisce sui problemi dello stabile o su quelli privati di quanti lo abitano, io penso a una formula di congedo per sottrarmi a un interrogatorio.

Ricordo che un giorno lo incontrai mentre ritiravo la posta e che mi ragguagliò con molta serietà sulla salute del nostro netturbino, quello addetto al ritiro dei rifiuti organici. Sarebbe presto tornato: l’assenza era dovuta a un’operazione che però era già stata superata. Io non sapevo neanche che avessimo un netturbino tutto nostro e mentre salivo le scale riflettendo sull’utilità della notizia appena ricevuta, mi raggiunse la voce di Leval che aggiungeva ancora: “é il migliore”.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

 

 

II. L’importanza di essere Algernon.

In famiglia il più anziano è Algernon, ma non sempre dimostra di essere il più assennato. O forse talvolta si abbandona ai capricci propri della sua età. Avrebbe già oltrepassato gli ottanta se fosse un essere umano, ma Algernon è un vecchio cane da caccia e per festeggiarlo, il prossimo autunno, saranno sufficienti quindici candeline.

Sia io che Victor dobbiamo molto ad Algernon. algernoonLui riempie la nostra vita punteggiando la giornata di imprescindibili riti a cui abbiamo fatto l’abitudine in tre e riempie anche la poltrona che sta di fronte al televisore, per cui, possedendo due sole poltrone, Victor occupa la seconda, da cui si può intravedere il video e io mi siedo a terra e appoggio la schiena alla poltrona su cui sta Algernon: ho una visuale migliore ma se attacca a russare lo fa direttamente nelle mie orecchie.

Su quanto comunichi lo sguardo di un cane e sulla dolcezza che sia in grado di dispensare, è inutile scrivere perché chiunque abbia avuto un cane conosce quale sia l’enorme debito di gratitudine che il padrone accumula durante la convivenza con il suo compagno. Però posso dire qualcosa a proposito del carattere di Algernon, ciò che lo distingue e che gli ha meritato il titolo di Milord al parco.

Nel quartiere lo conoscono in tanti e tutti gli riconoscono la riservatezza e la calma distaccata con cui affronta l’incontro con le persone e con i suoi simili, siano essi tranquilli quanto lui o aggressivi e pronti all’attacco. Non si tratta di timidezza e tanto meno di coraggio; la verità è che Algernon è indifferente alla vita sociale. Tranne qualche raro rapporto instaurato e poi mantenuto nel tempo – seppur limitato a un cenno di saluto – Algernon non dimostra di provare interesse che alle lunghe passeggiate, durante le quali esercita il suo fiuto in cerca di qualsiasi frammento sia commestibile o lo sia stato fino a qualche giorno prima. Così predilige i percorsi lungo i quali può rimediare più avanzi possibili che poi io gli estraggo puntualmente di bocca: lui pare trastullarsi parecchio e io passo un quarto d’ora a nettarmi le mani ogni volta che si rientra a casa.

Algernon ha imparato negli anni a dimostrare il suo affetto con gesti misurati e quindi, quando accoglie Victor scodinzolando e seguendolo per casa, Victor ne ricava una soddisfazione maggiore di quanta non proverebbe probabilmente se gli saltasse addosso abbaiando e mirando a leccarlo in volto.

Io sono con lui tutto il giorno perché mi segue al chiosco e nel tardo pomeriggio, puntuale, si alza dall’angolo in cui poltrisce, distende i muscoli e poi mi rammenta la consueta camminata insieme. Allora prendo il guinzaglio ma lo ripiego e lo tengo in mano e lui si avvia, libero, al mio fianco. Se rallenta, naso a terra, per perlustrare un angolo che ritiene promettente, io sfilo di tasca il libro – ne ho sempre uno con me – e inganno il tempo leggendo.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

I. Sanglier au chocolat.

A vederlo muoversi dietro il corto bancone della gastronomia, la sagoma di una pera capovolta in equilibrio instabile su due smilzi polpacci sempre in mostra – perché i suoi calzini, che in molti probabilmente si rifiuterebbero di indossare, siano ben visibili – Victor pare la quintessenza della leggiadria.
E tuttavia se dovessi servirlo in tavola Victor sarebbe certamente un piatto di selvaggina: portata importante, stagionale, conviviale, dal profumo accogliente e il sapore marcato. Penso a un coscio di capriolo arrosto, uno spezzatino di cervo ai funghi, un civet di lepre: mi piace il suono di queste parole – beccacce allo spiedo, fagiano ai tartufi, quaglie in tegame – ma detesto la caccia.
In ogni modo quanto più si addice a Victor è uno stufato di cinghiale, cotto lentamente, gustoso e avvolgente e pure selvatico e ruvido. Poiché, per quanto lo si consideri delicato mentre volteggia con le sue terrine, con un impeccabile ascot e il grembiule con la pettorina, Victor non si cura affatto di dissimulare un temperamento permaloso, cinico e irascibile. Del resto è sufficiente un ostinato sense of humour per ignorare il suo cattivo carattere e costringerlo a rivelare quanto di eccitante e generoso sia in lui.
Victor è pienamente appagato dalla creazione di paté, pasticci e gelatine e ama circondarsi di quanto di meglio offra la sua campagna normanna, in fatto di formaggi soprattutto; inoltre è un visitatore assiduo di mercatini e botteghe di anticaglie, in cerca di piatti e terraglie di suo gusto su cui disporre le pietanze.

primo-disegnoLa gastronomia non è che un piccolo negozio che affaccia su una strada parigina niente affatto centrale e piuttosto anonima, ma una clientela affezionata si compiace della cura che Victor impiega in tutto ciò che fa e varca la soglia con la malcelata intenzione di lasciarsi sedurre dalla raffinatezza dei dettagli e cedere a un peccato di gola.
Ho osservato a lungo il comportamento dei suoi clienti, mentre aspettavo di parlare con Victor o a fine giornata, prima di chiudere e tornare a casa insieme. Ho una predisposizione per l’osservazione io. E ho anche un angolo di visuale privilegiato: trascorro gran parte della giornata in un chiosco di giornali nel M., vedo e parlo con molte persone e adeguo lo scambio di battute alle varie tipologie di interlocutori: formali formule di saluto con gli sconosciuti, argomenti convenienti per gli habitué e parole ben scandite per i turisti, per accoglierli con gentilezza.
Ho una predilezione anche per la gentilezza. Ne ricavo un piacere consolante: la gentilezza di solito è ricambiata o quanto meno apprezzata e si ha la sensazione fuggevole di una civile convivenza. E comunque sono cresciuto in una famiglia che poggiava la sua reputazione su tre colonne portanti: la buona educazione, il rispetto della tradizione e l’eredità del nome Sébastien.

È toccato a me raccogliere il testimone, così sono Sébastien, sono tendenzialmente una persona cortese, sono felice quando la mattina sistemo i giornali che sono stati appena consegnati e intanto apre la panetteria vicino – perché sarò tra i primi ad acquistare il croissant ancora tiepido – e amo la  stagione che mi consente di infilarmi in un maglione a collo alto. Potendo scegliere però mi piacerebbe vendere fiori e saper comporre eleganti corbeille proprio come fa Honoré, che ha la sua vetrina qui di fronte e che acquista riviste specializzate in tutto il mondo per coltivare il suo gusto squisito.
In tavola non ho dubbi: io arriverei per ultimo. Finirei servito su un delizioso piattino di porcellana da dessert e sarei un semplice dolce al cacao, piccolo e tondeggiante, senza fronzoli, ma con un caldo cuore di cioccolato fondente. Mi piace pensare di riservare un piacere intenso e inaspettato a qualcuno.
Due sapori differenti, io e Victor, risultato di ingredienti diversi, ma amalgamati con giusto dosaggio, acquisito nel tempo, l’uno valorizza i meriti dell’altro. Di fatto insieme costituiamo un’eccellente pietanza di cinghiale in salsa al cioccolato.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

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