Archivi categoria: chiosco di giornali a Parigi

3. Lo sguardo di Laurent.

Ha atteso che il cliente prima di lei comprasse il giornale e ha permesso a una donna che si trascinava dietro un bambino urlante di passarle davanti per ritirare le riviste prenotate e acquistare le figurine.
Rimasti soli mi ha chiesto se potevo esporre la locandina di una collettiva di fotografi dilettanti. Aveva con sé un rotolo di locandine che impugnava con entrambe le mani e su cui poggiava il mento, sorridendo timidamente.
Ne ha srotolata una e me l’ha mostrata: uno scatto in bianco e nero di una donna di colore piuttosto in carne, seduta su una poltroncina di vimini dietro il suo banco di brocante, le braccia conserte appoggiate al ventre. Indossa il pantalone di una tuta, uno scialletto sulle spalle e tiene in testa una specie di kippah di lana; fra le labbra stringe una pipa. Intenta a fissare qualcosa o qualcuno alla sua destra, ignora di essere messa a fuoco dall’obiettivo fotografico di un estraneo.
La collettiva è qui vicino e io accetto volentieri di pubblicizzare l’evento. Dico alla ragazza di attaccare lei stessa il manifesto e le porgo un rotolo di adesivo. Lo prende, mi chiede dove può appenderlo e poi procede, srotolando il nastro e troncandolo con i denti, trattenendo la sua sacca indiana fra le ginocchia.

La fotografia, isolata in campo rosso scuro sotto un titolo in corsivo esercita l’attrattiva di un racconto e rimango a guardarla: indovino il trascorrere del tempo dietro il banco, dietro il passeggio dei curiosi, e aspetto di vedere del fumo uscire dalle narici della donna o filtrare dalle sue labbra.
Penso che potrei andare a vedere la mostra e intanto arriva Miguel che oggi ha un seminario in università. Gli faccio notare la locandina e mentre servo un cliente e rispondo a un altro, Miguel legge ad alta voce gli orari della galleria. Conosce la galleria e mi dice che è una sala di cui dispone una scuola dove ha seguito anni prima un corso di origami.
Origami?
Sì. Ci andavo di sera, con un’amica. Rilassante. Impari l’arte della piegatura della carta, i significati.
E intanto prende un foglio fra quelli riciclati e inizia a piegarlo come se seguisse rette già tracciate che si intersecano a dar vita al becco, al collo e infine alle ali di un cigno. Un cigno verde e blu come il logo del fornitore che in quel foglio mi comunicava che avrebbe chiuso dal 12 agosto alla fine del mese.

Alla fine della giornata lancio un’occhiata alla fotografia aspettando che Algernon finisca di fiutare la base del semaforo. Mi accorgo allora che l’immagine porta una firma e che io conosco quel nome e quel cognome. Può trattarsi certamente di omonimia ma si tratterebbe anche di una passione comune.
Laurent amava scattare fotografie già quando frequentavamo la stessa scuola. A 15 anni aveva una macchina fotografica che non gli consentiva di sperimentare ma ricordo di averlo incontrato in stazione qualche anno dopo e allora mi aveva raccontato di aver imparato come sviluppare le sue fotografie.

Appena arrivo a casa, prima di servire la cena ad Algernon – che disapprova – cerco traccia di Laurent sul web e la trovo: l’autore dell’immagine è il mio amico. Lui non aveva tecnica e non aveva mezzi e probabilmente continua a non avere in abbondanza né l’una né gli altri. Eppure il modo di guardare si è fatto se possibile più delicato, più raffinato anche. Lo ritrovo in tutte le foto che ha postato sul suo profilo: geniale, talvolta irriverente e sempre elegante.
Nulla in Laurent adolescente attraeva l’attenzione: non il suo aspetto, non i suoi risultati scolastici e nemmeno i suoi interessi. Non ne parlava se non con me, che stavo in disparte proprio come lui: lui per timidezza e io perché conoscevo bene i miei interessi ma non ero certo se mi andava di  parlarne o no. Laurent cercava sempre la mia compagnia: lo affascinavano credo i resoconti delle mie letture, che stava ad ascoltare come se gli raccontassi un film.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

 

1. Parentesi chiusa.

Difficile torni utile un flacone di crema protezione solare numero cinquanta. Difficile torni utile a me o a Victor che di norma rifiutiamo l’idea di esporci al sole. In ogni caso trovo un posto nell’armadio per il flacone 60 ml: un regalo non si getta e questo in particolare.
Avvolto nella carta verde della Farmacia Fratelli Gautier, stava nelle mani di Gustave, il padre di Bernard, il giorno della nostra partenza per Parigi.
La mattina in cui la nostra macchina stava in moto in mezzo al cortile della fattoria di Margot e Algernon seduto nel bagagliaio tendeva il tartufo a fiutare l’aria dal finestrino abbassato, tutta la famiglia di Bernard era presente per i saluti.
Gustave rigirava il suo pacchetto tra un callo e l’altro del palmo, le gambe allargate e ancorate a terra dagli zoccoli pesanti. Quando è stato il suo turno ha abbracciato Victor e improvvisato una battuta sulla vita inutile dei parigini e poi ha stretto anche me facendo scivolare nelle mie mani il suo elisir: così lo provi anche tu.

Gustave è un fiero contadino normanno di ottantatre anni e non si rassegna all’idea di dover seguire le prescrizioni del medico che giudica alquanto ingenue – è giovane, deve farsi.
Gustave ha le proporzioni di un armadio a due ante, basso e capiente; la natura ha cosparso le sue braccia e il petto di una folta peluria ormai canuta, ma il cranio che ama grattarsi come a racimolare i pensieri è definitivamente calvo e il vecchio gira calzando un cappellino di cotone a larga tesa su cui campeggia fluorescente il nome del suo fornitore di gasolio.

Gustave non riesce a comprendere come possano essere pericolosi quei rigonfiamenti della pelle che maturano attorno agli occhi. Gli danno fastidio ma gli da più fastidio dover correre in ospedale per farseli cavare; addirittura l’ultima volta un’infermiera lo ha attaccato con un termos che sprigionava fumo.
Di fatto la crioterapia con azoto liquido poco ha giovato. Cheratosi attiniche, epiteliomi, granulomi: parole che il dottore mette in fila sulla sua cartella clinica e pretesti per raccomandargli di evitare l’esposizione al sole.
Il cappellino di cotone a larga tesa è più che sufficiente secondo Gustave, ma ha acconsentito ad acquistare la crema protezione 50 e ha pure deciso di provarla: ne ha spalmato un po’ sulla palpebra e sul naso prima di coricarsi e si è risvegliato la mattina con la pelle liscia liscia.
Adesso la raccomanda a tutti. Ne basta poca, prima di andare a dormire.

Dono squisitissimo di una squisitissima amica.

La parentesi sulla stagione estiva può dirsi chiusa. Detesto la città senza cittadini: non odora più, tace e sopravvive a sé stessa. A Victor a metà agosto già mancavano i voli delle anatre alla foce della Senna. A me mancavano i passaggi del tram alla fermata del 54.

Torna a scorrere la solita umanità davanti al chiosco e torno a impilare giornali sugli espositori.
Torna Madame Pilot, sempre più grassa. Madame non ha mai messo in discussione il suo guardaroba che credo risalga a una giovinezza meno florida. Oggi indossava un paio di pantaloni kaki che era riuscita ad abbottonare sotto la pancia, con sforzo supremo di un unico bottone impiccato all’asola e un misero tentativo di chiusura della cerniera che lungo la salita si arrendeva a qualche centimetro dalla meta, rimanendo aperta e svelando il candore della pelle di Madame.

Madame acquista sempre le stesse cose e ha sempre gli spiccioli contati; nel caso ci sia stata una variazione di prezzo si sente in dovere di giustificare la mancanza di altro denaro: sta comprando per conto di altri e non le hanno dato abbastanza, ha scordato il portafoglio, ha preso la borsa sbagliata. Se ne va e torna più tardi con la somma giusta.
Non è una necessità la sua. Piuttosto un’abitudine. Madame Pilot non ha problemi economici, non in particolare. Ha sempre fatto la bustaia, alle dipendenze di Monsieur Armand Clobel, Confezione busti Corsetteria, rue S. nel Marais.
È curioso che la signora che cammina trattenendo il fiato per appiattire il ventre sia in grado di capire che tipo di biancheria indossiamo, che un suo sguardo frettoloso sia capace di individuare i difetti che potremmo correggere.

Inizia a scendere qualche goccia. Algernon entra nel chiosco. Si alza l’odore della pioggia.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

 

XLV. Conto le settimane.

Due volte la settimana, il pomeriggio, passano davanti al chiosco. Sono ragazzi di undici, tredici anni – una decina di maschi e femmine in tutto – che seguono ordinatamente una giovane donna di pelle scurissima, alta, molto bella e molto rigida, nell’andatura ma credo anche nella disciplina. Ha lunghi capelli raccolti in una miriade di treccine, porta maglie aderenti sui seni appena accennati e ampie gonne lunghe sino alla caviglia, a tinte vivaci.
Si fermano ai giardini, seduti a terra o sulle panchine apprendono l’inglese attraverso il disegno e il gioco; la loro insegnante ha un contegno impeccabile e si rivolge loro solo in inglese.

Richard dice che dovrei approfittare della propensione consumistica dei ragazzi. Lui fa il mio stesso mestiere in un quartiere dove vanta una clientela anziana e abitudinaria e ha formulato una teoria di mercato. Il vecchio è spesso anche un nonno: in qualità di vecchio è assuefatto al quotidiano di carta e continua a comprarlo; in qualità di nonno dispone di un nipote e Richard è prodigo di complimenti per i bambini capricciosi che garantiscono la resa dei nonni. La teoria è scientifica e analizza il meccanismo nel dettaglio, individuando tempi e dinamiche: il nipote di rado viene accontentato subito, il nonno cede al ritorno. Richard dice che in genere è al ritorno dal parco giochi che il nonno, vinto dall’insistenza sfibrante del giovane consumatore, si rassegna all’acquisto.
Anche oggi la classe ha fatto la sua comparsa. Ho sentito un ticchettio ritmato: era il passo regolato di Miss Jane Eyre che calzava un paio di infradito con il tacco a rocchetto; ad ogni passo il suo piede lungo e magro veniva svelato dalla balza della gonna che si ritraeva un poco, incorniciato da una sottile striscia di cuoio bianca. Algernon stava sdraiato fuori, con la testa contro l’espositore e lo hanno guardato; un ragazzo ha sorriso a lui e poi a me, considerando con generosità la scena.
Dietro a loro veniva una signora magra, che procedeva appoggiata alla sua canna da passeggio. Si è arrestata davanti al cane e ha constatato – come fanno tutti – che si trattava di un vecchio cane.

 

È vecchio come me. Io ho novantuno anni.
Complimenti signora. Splendidamente portati.
Veramente ho anche qualche mese in più. Li conto i mesi.
Fossi in lei li vanterei i mesi in più.
Quando ne compirò novantadue principierò a contare le settimane. Pensare che ho visto morire una nipote di quarant’anni. L’avevo vista nascere… io ero medico.
Intanto ha accarezzato Algernon, che si era svegliato e stava allungando le gambe posteriori considerando il da farsi. Si è accorta della ferita e mi ha chiesto cosa avesse avuto; allora ho accennato all’intervento e all’energia con cui ha reagito.
Cosa prende?
Antibiotico ancora per un giorno.
Ha un po’ di febbre?
Non mi pare. Adesso valutiamo se iniziare con una terapia per il cuore. Sta sperimentando un farmaco.
E i diuretici. Ne prende?
Ha continuato con qualche altra domanda ancora, dello stesso tenore. Quando si è congedata ho pensato: bene, a pochi giorni dall’operazione, Algernon ha fatto una visita di controllo.
Visitato da una dottoressa non veterinaria e di novantuno anni. Posso stare tranquillo.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

XXXIX. Giornata grigia.

 

Oggi il cielo di Parigi pareva un lenzuolo teso, grigio cenere, pronto a squarciarsi sotto il peso del temporale. Le gocce di pioggia hanno iniziato a scendere sul marciapiede, ma non tutte insieme.
Le gocce di pioggia che annunciano un acquazzone hanno un compito preciso che le distingue da quelle che seguiranno con intensità subito dopo, a schiere coese e fitte, non risparmiando nulla. Le prime sono pesanti, gonfie e larghe; recano un avvertimento e vanno a cadere senza un ordine preciso: sul naso di un signore con la sciarpa che sta per scivolare via perché pende troppo da un lato, nella borsa della spesa di una signora che esce dal fruttivendolo – che a breve ritirerà le cassette di primizie che il tendone a righe non arriva a coprire – sulla bicicletta di Philippe legata al lampione che non si accende da quattro settimane. La gente mette il naso all’insù, come se non sapesse già quello che sta per accadere. Il parigino che sta per uscire di casa scosta la tenda e guarda fuori e poi va a tirar fuori l’ombrello dall’armadio dell’ingresso.

Nell’aria si sente odore di muffa e un brontolio sommesso mentre i colori tutto intorno si fanno più intensi. I mattoni sono rossi rossi e il telaio di legno delle finestre della casa di fronte pare dipinto di fresco, bianco bianco, e l’erba dei giardini è proprio di quel verde che hanno i prati scozzesi nelle immagini esposte dall’agenzia di viaggi nella strada laterale..

 

Fosse per me ordinerei un po’ di pioggia tutti i giorni: passo l’autunno e l’inverno a compiacermi di quanto vedo e il resto dell’anno a domandarmi quanto manchi al ritorno dei mesi più freddi. Io e Victor condividiamo il piacere dei toni grigi e dell’ombra che ci paiono più accoglienti nella loro quiete immobile, cauta. A me piace restare in casa e vedere scorrere la pioggia sui vetri, essere affaccendato e intanto avere la consapevolezza di un tempo nuvoloso, uscire da teatro e stringerci sotto lo stesso ombrello commentando lo spettacolo, evitando le pozzanghere al buio. Mi piace entrare in biblioteca o passare da una stanza all’altra in un museo mentre fuori piove.
Io mi raccomando sempre: il primo giorno a Parigi bisogna assolutamente procurarsi un po’ di pioggia. Lo diceva Sabrina e lo dico anch’io, ma che sia una pioggerella leggera, tanto da costringere una coppia a procedere abbracciata sotto l’ombrello mentre Parigi si bagna e luccica e le luci si riflettono sulle pietre.

Il chiosco sotto la pioggia si restringe perché è necessario ritirare libri, allegati e cartoline che solitamente stanno sugli espositori fuori per essere consultati e maneggiati con maggior agio. Intanto i movimenti dei clienti accelerano nel tentativo di scansare più acqua possibile.
C’è chi ha l’ombrello e risulta piuttosto ingombrante: tiene a distanza gli altri clienti e ha gesti impediti dalla presa della canna per cui infila il giornale sotto braccio e provvede al pagamento con qualche impaccio. C’è chi arriva correndo, sollevando bene i piedi da terra e trattenendo il cappuccio del giaccone fra pollice e indice di una mano, ben teso in testa; sbriga il tutto facendo scivolare nella mia mano i soldi contati e poi stringe il giornale al petto o lo nasconde sotto il giaccone e fugge al riparo. C’è anche chi fa finta di nulla, tanto è solo un po’ di pioggia, e si comporta al solito, magari facendo dell’ironia sul fuori programma per non apparire ridicolo.

C’è la gente del mercato che indossa cerate di gomma e mantelline sopra i grembiuli e passa al chiosco prima del caffè o subito dopo. Sono persone che conosco bene: montano i loro banchi due volte la settimana qui vicino e con il freddo vedo imbottiti nelle loro giacche di pile e nei maglioni, con guanti e berretto di lana calcato sulla fronte. In quei panni assumono tutti forme arrotondate e si muovono dietro le loro bancarelle emettendo soffi di vapore e sfregandosi ogni tanto le mani per ritrovare un po’ di calore. Uno di loro, al banco della verdura, porta uno zuccotto blu come un marinaio di Le Havre; quando passa con il carrello e il carico di cassette impilate mi domanda sempre di Algernon e augura buona giornata.
Nei giorni di mercato proprio Algernon va sorvegliato con attenzione perché gli odori che provengono dal banco del pesce accendono in lui fantasie pericolose. Se riesce a sfuggirmi e raggiunge la meta si limita a perlustrare tutto attorno e al più racimolare una chela gettata a terra e la sua presenza è in genere tollerata, tranne che dal venditore di dolciumi di fronte. Io ho cercato di stabilire un dialogo e presentargli Algernon ma non ho ottenuto alcun risultato che fosse di qualche rilievo.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.