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XXXIX. Giornata grigia.

 

Oggi il cielo di Parigi pareva un lenzuolo teso, grigio cenere, pronto a squarciarsi sotto il peso del temporale. Le gocce di pioggia hanno iniziato a scendere sul marciapiede, ma non tutte insieme.
Le gocce di pioggia che annunciano un acquazzone hanno un compito preciso che le distingue da quelle che seguiranno con intensità subito dopo, a schiere coese e fitte, non risparmiando nulla. Le prime sono pesanti, gonfie e larghe; recano un avvertimento e vanno a cadere senza un ordine preciso: sul naso di un signore con la sciarpa che sta per scivolare via perché pende troppo da un lato, nella borsa della spesa di una signora che esce dal fruttivendolo – che a breve ritirerà le cassette di primizie che il tendone a righe non arriva a coprire – sulla bicicletta di Philippe legata al lampione che non si accende da quattro settimane. La gente mette il naso all’insù, come se non sapesse già quello che sta per accadere. Il parigino che sta per uscire di casa scosta la tenda e guarda fuori e poi va a tirar fuori l’ombrello dall’armadio dell’ingresso.

Nell’aria si sente odore di muffa e un brontolio sommesso mentre i colori tutto intorno si fanno più intensi. I mattoni sono rossi rossi e il telaio di legno delle finestre della casa di fronte pare dipinto di fresco, bianco bianco, e l’erba dei giardini è proprio di quel verde che hanno i prati scozzesi nelle immagini esposte dall’agenzia di viaggi nella strada laterale..

 

Fosse per me ordinerei un po’ di pioggia tutti i giorni: passo l’autunno e l’inverno a compiacermi di quanto vedo e il resto dell’anno a domandarmi quanto manchi al ritorno dei mesi più freddi. Io e Victor condividiamo il piacere dei toni grigi e dell’ombra che ci paiono più accoglienti nella loro quiete immobile, cauta. A me piace restare in casa e vedere scorrere la pioggia sui vetri, essere affaccendato e intanto avere la consapevolezza di un tempo nuvoloso, uscire da teatro e stringerci sotto lo stesso ombrello commentando lo spettacolo, evitando le pozzanghere al buio. Mi piace entrare in biblioteca o passare da una stanza all’altra in un museo mentre fuori piove.
Io mi raccomando sempre: il primo giorno a Parigi bisogna assolutamente procurarsi un po’ di pioggia. Lo diceva Sabrina e lo dico anch’io, ma che sia una pioggerella leggera, tanto da costringere una coppia a procedere abbracciata sotto l’ombrello mentre Parigi si bagna e luccica e le luci si riflettono sulle pietre.

Il chiosco sotto la pioggia si restringe perché è necessario ritirare libri, allegati e cartoline che solitamente stanno sugli espositori fuori per essere consultati e maneggiati con maggior agio. Intanto i movimenti dei clienti accelerano nel tentativo di scansare più acqua possibile.
C’è chi ha l’ombrello e risulta piuttosto ingombrante: tiene a distanza gli altri clienti e ha gesti impediti dalla presa della canna per cui infila il giornale sotto braccio e provvede al pagamento con qualche impaccio. C’è chi arriva correndo, sollevando bene i piedi da terra e trattenendo il cappuccio del giaccone fra pollice e indice di una mano, ben teso in testa; sbriga il tutto facendo scivolare nella mia mano i soldi contati e poi stringe il giornale al petto o lo nasconde sotto il giaccone e fugge al riparo. C’è anche chi fa finta di nulla, tanto è solo un po’ di pioggia, e si comporta al solito, magari facendo dell’ironia sul fuori programma per non apparire ridicolo.

C’è la gente del mercato che indossa cerate di gomma e mantelline sopra i grembiuli e passa al chiosco prima del caffè o subito dopo. Sono persone che conosco bene: montano i loro banchi due volte la settimana qui vicino e con il freddo vedo imbottiti nelle loro giacche di pile e nei maglioni, con guanti e berretto di lana calcato sulla fronte. In quei panni assumono tutti forme arrotondate e si muovono dietro le loro bancarelle emettendo soffi di vapore e sfregandosi ogni tanto le mani per ritrovare un po’ di calore. Uno di loro, al banco della verdura, porta uno zuccotto blu come un marinaio di Le Havre; quando passa con il carrello e il carico di cassette impilate mi domanda sempre di Algernon e augura buona giornata.
Nei giorni di mercato proprio Algernon va sorvegliato con attenzione perché gli odori che provengono dal banco del pesce accendono in lui fantasie pericolose. Se riesce a sfuggirmi e raggiunge la meta si limita a perlustrare tutto attorno e al più racimolare una chela gettata a terra e la sua presenza è in genere tollerata, tranne che dal venditore di dolciumi di fronte. Io ho cercato di stabilire un dialogo e presentargli Algernon ma non ho ottenuto alcun risultato che fosse di qualche rilievo.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

IV Paris aime ses kiosques.

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Per la maggior parte delle persone che si servono al chiosco, specie quelle che acquistano il giornale la mattina andando al lavoro e vanno di fretta, io sono un mezzo busto incorniciato dalla carta stampata, i quotidiani che stanno in basso e le riviste appese in alto e in mostra sui ripiani a lato.

La differenza tra un buon giornalaio, cameriere o commesso e uno mediocre sta nella memoria, che va esercitata e non troppo esibita: il cliente apprezza che il proprio negoziante di fiducia si ricordi i suoi gusti ma non deve accorgersene, semmai constatarlo col tempo e godersi la consuetudine.

Io non scambio che poche parole con gli habitué, senza oltrepassare mai dei limiti che ritengo giovino a tutelare la loro e la mia riservatezza.

Con le persone che indugiano maggior tempo, specie i clienti più anziani che non arrivano prima della tarda mattinata o vedo avvicinarsi nel pomeriggio, durante la loro passeggiata, mi trattengo più a lungo, per assecondare il loro piacere a una breve chiacchierata. Gli argomenti sono sempre gli stessi: l’attualità, il tempo, la salute e una battuta finale con cui si sdrammatizza il presente e si confida nel domani.
Altra cosa si aspetta chi acquista i periodici rivolti a collezionisti e appassionati di vario genere; con costoro intrattengo conversazioni più impegnative a scadenze regolari: esce il mensile e loro si presentano puntuali, quasi sempre tradendo una soddisfazione infantile e io mi predispongo all’ascolto con tutto l’interesse di cui sono capace.

Ho conosciuto Nora proprio così. Nora ha un’erboristeria qui vicino e qualche anno fa prese a rifornirsi da me di una pubblicazione dedicata al ricamo. Io intanto amavo fermarmi davanti alla sua vetrina e guardare le tisaniere e i cassettini di legno scuro in cui conserva le erbe. Nora ha un gusto delicato nel disporre gli oggetti nel suo negozio in cui è veramente piacevole sostare; del resto le tazze e i bollitori, come le teiere, evocano momenti di calma e ristoro e io, che di rado bevo una tisana o preparo un tè come invece vorrei essere capace di fare, adoro i servizi di porcellana convenienti al rito.

Le nouveau visage des kiosques de presse. paris.fr
Le nouveau visage des kiosques de presse. www.paris.fr

Dunque anche Nora iniziò a far caso a me e in breve l’uno divenne un po’ meno estraneo all’altro; un piacere condiviso per certe vecchie tele ricamate ci suggerì confidenze via via maggiori e oggi posso dire che è una delle amiche di cui vado più fiero.
Nora è danese ma vive a Parigi da oltre dieci anni e il suo francese pare tradire origini bretoni che lei ovviamente non ha. Scrive favole per i bambini e le illustra personalmente. Quando è nervosa non riesce a seguire gli schemi del ricamo e allora cerca di scaricare la tensione con il lavoro a maglia, in cui è meno brava.
Dopo aver riempito il suo armadio di sciarpe, ne ha fatte a me e a Victor e poi si è data lo scorso inverno a creare budelli di lana con cui rivestire i suoi bassotti. Non credo esistano cani che possano disporre di un guardaroba altrettanto fornito; hanno cappottini di colori e punti diversi, con cui Nora ha esaurito gli avanzi di gomitoli che aveva ereditato dalla madre, a cui deve anche il suo nome visto che la mamma era una lettrice di Ibsen. Poi è stata la volta di Algernon, per cui ha confezionato un delizioso pullover grigio perla con il collo alto, con cui il nostro cane è stato notato ovunque.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.