2. Il cambio di stagione.

– Questa è finita per sbaglio fra la mia corrispondenza – Madame Poulain è davanti alla nostra porta e mostra a Victor una busta. Sembra rimpicciolita, ripiegata su se stessa per essere meno invadente. Allunga il braccio con la mano tesa, tenendo il resto del corpo più vicino possibile alla porta del suo appartamento dirimpetto e continua a reggere sulle labbra il sorriso timido che ha preparato prima di suonare il campanello.
– Grazie Madame Poulain – le dice Victor prendendo la consegna e ripassando mentalmente il suo abbigliamento per accertarsi di essere in ordine. È domenica mattina e lui indugia nei pantaloni del pigiama e porta ancora il maglione che ha afferrato dalla poltrona appena sceso. Adesso spera di averlo indossato dal lato giusto perché il più delle volte lo infila al rovescio.
Si liscia i capelli e cerca di sembrare disinvolto leggendo l’indirizzo:
– è per Sébastien. Venga che gliela consegniamo – e invita Madame Poulain a entrare.
– no, grazie. In effetti potevo metterla nella vostra cassetta senza disturbare.
– ma non disturba affatto. Entri e ci prendiamo un tè – Victor la introduce nel nostro appartamento e Madame accetta di entrare e intanto racconta di non ricevere una vera corrispondenza:
– c’è sempre tanta roba ma da buttare. Ricevo solo bollette – si giustifica tenendo lo sguardo su Victor per evitare di esplorare la casa in cui è entrata poche volte. È sempre stata la nostra vicina ma finché il marito era in vita era lui a gestire i rapporti con noi: li amministrava sul pianerottolo con cortese distacco e comunque cercava di ridurli al minimo.
Ora Madame si siede al tavolo ancora apparecchiato per la colazione dove io sto decorando le ghirlande natalizie che Nora intende portare in bancarella tra una settimana. Ero curioso di provare le vecchie tempere e ho iniziato a dipingere senza togliere di mezzo le tazze sporche di caffè e di briciole di pane imburrato, sfuggite all’ultimo sorso e rimaste sul fondo.
– Mi scusi Madame Poulain. Se mi dà un momento prepariamo il tavolo per il nostro tè – cerco di controllare il mio imbarazzo che è evidente. L’appartamento di Madame profuma di prodotti per la pulizia della casa ed è sempre lucido: luccicano le piastrelle, le lampadine a fiammella e il vetro dei quadri con i diplomi del defunto Monsieur Poulain. Il nostro appartamento non è mai pronto a ricevere visite inattese e odora di cane. La domenica specialmente.
Anch’io penso a come sono vestito mentre metto l’acqua a bollire. Ovunque cada il mio sguardo vedo cose che sarebbe stato meglio nascondere prima di introdurre Madame in casa. Provo a calcolare se la traiettoria del suo sguardo potrà accorgersi della biancheria da stirare ammucchiata sulla sedia, del libro aperto sulla biancheria o del letto sfatto su cui Ernest e Gwendolen rimangono accucciati.
È lei a informarsi sulla salute dei cani e Victor le fa cenno di seguirlo in camera da letto:
– guardi che lazzaroni: ancora dormono – Ernest apre gli occhi e abbaia senza convinzione.
– bello, sei bello. Anche tu – Madame si avvicina per accarezzare Gwendolen ma il maschio si alza per mettersi in mezzo. L’attira a sé con la zampa.
Ci rinucio. Ormai deve aver visto anche i jeans per terra. E tuttavia Madame torna a sedersi con aria rilassata e smette di scusarsi per ogni cosa. Porto in tavola il bollitore, le bustine di té, le fette biscottate e un vasetto di melata di bosco. Le offro qualche biscotto al cioccolato e lei ne prende uno diventando loquace.
Parliamo del nostro soggiorno in Normandia, del suo gatto, di come regolare le valvole termostatiche dei radiatori e delle ghirlande natalizie che devo decorare:
– le ha fatte la mia amica Nora per sostenere un rifugio per cani abbandonati.
Madame le guarda e nota i particolari. Poi cambia discorso perché vuole parlarci di un signore che abbiamo visto un paio di volte entrare in casa sua.

Premette che è solo un amico; ci dice di averlo conosciuto per caso e ci parla dell’entusiasmo con cui lui la convince a uscire:
– è impossibile indovinare cosa escogiterà la prossima volta – la cosa la fa ridere – a settembre siamo stati a Chablis per la passeggiata gastronomica e ci hanno dato un borsellino con il bicchiere per la degustazione del vino. Stupendo. Poi una domenica a Chartres: è davvero s-t-u-p-e-n-d-a. E pensare che io non c’ero mai stata. E adesso ci abboniamo a teatro.
Non le avevo mai sentito usare lo stesso aggettivo tante volte. Non quando il marito era vivo.
È felice Madame Poulain; propositiva e allegra. Teme i commenti della gente: non la ostacolano ma la infastidiscono:
– ne parlo con voi perché mi potete capire – dice stipulando un patto e alludendo ai pregiudizi su di noi che evidentemente ha visto coltivare in casa sua dal marito.
Ci parla dell’effetto che hanno le telefonate con l’amico di cui non fa mai il nome:
– ci sentiamo tre o quattro volte il giorno. E decidiamo cosa fare. Oggi ad esempio gli ho detto: dobbiamo fare il cambio di stagione. Lui sale sulla scala e mi ritira le scatole in alto.
Il signore vive accanto alla figlia ma vive da solo:
– quest’estate gli ho lavato tutte le tende. E lui ha verniciato il terrazzino: da solo non gli andava più di farlo. Però – e si fa seria, solenne – non sposto nulla: sono i ricordi suoi e di sua moglie.
Lei parla rivolta a me e Victor mi lancia un sorriso d’intesa ma Madame non si accorge di nulla.

Quando se ne va penso che mi piace che Madame Poulain abiti qui vicino. In qualche modo è come se la conoscessi solo ora.
Scopro che non capisce perché Madame Fournier si ostini a chiamarla col nome di battesimo e mi ricordo che tempo fa proprio Madame Fournier mi aveva accusato di essere troppo formale:

– Yolande mi ha detto che voi avete la chiave del contatore.
– Non ce l’abbiamo. Chi è Yolande?
– Madame Poulain.
– Mi scusi, non conoscevo il suo nome di battesimo. Io la chiamo sempre Madame Poulain.
– Lei è troppo formale. Ci diamo tutti del tu qui. Fa piacere a tutti.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi 5 novembre.

1. Risvegli.

Per quanto presto mi possa svegliare non riuscirò mai a sorprendere Gustave a mezzo della sua colazione. Intanto perché prima di mettere sul fuoco il pentolino del latte lui scende nella rimessa dove alleva i conigli e scoperchia le gabbie per infilare una manciata di fieno accanto alla ciotola dell’acqua, un vecchio pentolino senza manico, ammaccato, in cui probabilmente scaldava il latte nel secolo scorso. Poi scosta il cancelletto scardinato fissato al muro della rimessa, respinge le galline che si infilano tra le sue gambe lente e si china a raccogliere le uova.
Solo una tazzina di caffè – una mezza tazzina – prima di scendere in cortile. Quando risale invece si siede a tavola e fa colazione: una scodella di latte caldo con il resto del caffè intiepidito e pane. Con le uova posate sulla tovaglia cerata, ancora sporche di sterco, di un brandello di paglia o di peluria leggera.
Io credo di aver interrotto la sua colazione una sola volta in tanti anni, mentre tagliava a bocconi il pane. Piuttosto lui entra nella cucina della nuora quando io indugio a imburrare il pane o verso ancora un po’ di caffè nella tazza.
Ora è tempo di zucche ed è il periodo in cui le sue galline depongono una gran quantità di uova; così ogni giorno Gustave porta a Margot pezzi di zucca gialla – quelli che ricava tagliando via il marcio – e dozzine di uova. Ogni giorno. Tiene per sé le zucche integre che potrà conservare durante l’inverno e magari vendere ai vicini:
– con questa ci fai la minestra e con queste una frittata – dice cavando il raccolto dalla cesta e la sua proposta di menu non cambia mai.
Margot si scusa e cerca ogni giorno di cucinare la zucca in modo diverso perché non ci venga a noia. A me non importa affatto e la cosa semmai stimola la creatività di Victor, ma Gustave disapprova la caparbietà con cui tutti si ingegnano a scansare la sua ricetta.

Stamane Gustave ha fatto il suo ingresso in cucina reggendo la cesta in una mano e tenendo nell’altra tre mele.
– Stanno cadendo – commenta soddisfatto, lui che parla con le piante più di quanto abbia mai fatto con suo figlio.
Le ha colte nell’erba bagnata e prendendone una sento tra le dita l’umidità di questa mattina d’autunno e ricordo l’odore agro nel granaio dove Margot e suo marito allargano le mele – giallo-verdi un poco arrugginite – perché completino la maturazione.
– Lo fate ancora il sidro Gustave? – gli domando.
– Bernard lo fa con i Duclos. Lavora per loro durante la raccolta – mi risponde andando di fretta. Si spenderebbe molto di più su un argomento come la preparazione del sidro e avrebbe certamente qualcosa da dire sul fatto che suo figlio Bernard stia alle dipendenze dei Duclos seppur per pochi mesi all’anno; tuttavia Gustave deve avere un impegno pressante.
In effetti rimanda la chiacchierata – adesso devo andare se no rischio di trovare chiuso. Ci vediamo dopo – e se ne va con la cesta vuota in mano, soffiandosi il naso in un largo fazzoletto rosso scuro.
– Va dal barbiere in paese – mi dice Margot che torna in cucina con il vassoio della colazione che ha servito alla coppia di tedeschi ospiti del suo B&B. Vede la zucca e le uova, mi guarda e ride.
– Il suo vecchio barbiere è in pensione ma apre ancora la bottega due o tre volte la settimana e solo per un’ora. Dalle otto alle nove. Così, per passatempo.
Le chiedo se è contenta di aver ricavato un B&B nelle stanze delle ragazze e lei mi dice che è divertente ricevere gente che viene da lontano. Poi aggiunge:
– giorni fa Gustave è venuto da me ma non riusciva a parlare perché gli scappava da ridere. Voleva raccontarmi di aver visto marito e moglie di Amburgo fare colazione con cappuccino e brioche e che gli erano sembrati due pulcini. Beccavano un po’ di brioche e si bagnavano il becco nel caffè  e poi di nuovo continuava a dirmi e rideva. Lui che inzuppa tutto nel latte trovava la faccenda molto ridicola – Margot imita Gustave che faceva il verso ai due, ignari di essere stati osservati da un vecchio contadino normanno che non ha mai consumato una colazione fuori casa.

 

 

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi 22 octobre.

XL. My way.

Al terzo tentativo gli è uscito praticamente perfetto e lo ha tenuto per qualche secondo senza cedimenti: yes, it was myyy wayyy. Non era mai uscito dal repertorio lirico ma mi è parso a suo agio; io stavo imballando i numeri invenduti di una rivista ma srotolare il nastro adesivo in quell’istante avrebbe significato sciupare l’ascolto, come un graffio sul vinile al giro più stretto. Così sono rimasto in attesa, l’orecchio teso, tifando perché andasse tutto liscio. L’errore è stato riprovarci ancora, stancando la voce.
Io lo sento provare anche in inverno perché la finestra del suo appartamento sta al piano terra, di fronte alla mia edicola, ma nelle mattine d’estate, dietro le persiane accostate sulle finestre spalancate, gli esercizi vocali di Monsieur Morelli finiscono di essere
affar suo per diventare un’incombenza per tutti coloro che vivono nel tratto di marciapiede che va dal negozio di Honoré al caffè di Marius. Chi ci abita e chi ci lavora: lo sappiamo tutti che la mattina ci sono le prove.
Monsieur Morelli non immagina di avere tanto seguito. Una volta sola mi parlò del coro dell’arma e mi invitò al concerto di Natale. Lui è un vigile urbano, molto garbato e solitamente di poche parole. L’unico pettegolezzo su di lui in tanti anni è stato a proposito del suo scooter: dopo essere caduto di sella in più di un’occasione, ha preteso che gli abitanti del palazzo approvassero uno specchio in cortile per agevolare le sue manovre.
Ha faticato per ottenerlo perché nessuno contava tanto su quello specchio quanto lui, ma finalmente ha avuto ciò che chiedeva. Così io mi sono accorto della nuova installazione lo stesso giorno in cui ho visto Monsieur Morelli intento a mostrare il suo scooter a due uomini: aveva deciso di venderlo.

Si avvicina al chiosco una coppia anziana, a braccetto; dei due parla sempre lei e lui approva per inerzia tutto ciò che dice la moglie. Lei acquista il quotidiano e quando lo ha pagato gli rivolge la stessa domanda: volevi qualcosa anche tu?
Dietro appare Madame Rose al braccio della signora portoricana che sopporta i suoi capricci. Madame è quasi completamente cieca ed è ancora bellissima; veste in atelier e ha in programma due messe in piega la settimana come quando gestiva la vita mondana del defunto marito, immobiliarista e giocatore fortunato.
Madame Rose passa al chiosco a prendere il giornale perché così faceva una volta; dice che non riesce a fare il sonnellino pomeridiano se prima Zaira non le ha letto l’articolo di fondo e poi dice parecchie altre cose pur di apparire ricca e far apparire gli altri meno ricchi di lei.
Ultimamente ama spendersi per le cause munifiche, convinta di dover essere d’aiuto a chi non lo ha chiesto in cambio della propria morale e assolutamente certa di poter puntare il dito contro chi giudica apatico.
La compatisce il cliente che alla sua sinistra mi sporge una rivista e i soldi contati. Fa sgranchire le gambe al cane che lo accompagna la notte nel giro di consegna dei vassoi di pasticceria. Ha circa sessant’anni e l’aspetto di un rocker, ma quando parla della moglie la chiama la sua signora.
– Anche questo; per la mia signora – e sfila il mensile che porta il nome di un format televisivo di successo. Conta la moneta e recupera l’auricolare che si è sfilato e urla heavy metal nelle orecchie di Madame Rose: oh dio, ma cos’è questa roba? – dice allargando il sorriso con cui sa di sedurre.
Fra poco vedrò passare il proprietario del locale notturno all’angolo, Les gros mots du chat, con la giacca e l’ascot anche sudando e la camicia chiazzata, sempre. Probabilmente gli da fastidio essere guardato e cammina lisciandosi i baffi bianchi che porta lunghi sulle labbra come le falde di un sipario all’italiana. In alternativa si liscia i basettoni incolti, giallicci. Va da Marius a fare colazione e io so che al ritorno controllerà di non avere briciole sul revers.
Non ha mai acquistato nulla al chiosco ma si fermava quando aveva il cane, un vecchio mastino che fiutava la presenza di Algernon e adesso si ferma quando ha bisogno di parlarmi di quanto gli manchi la sua compagnia: lei mi può capire.

– Le ho portato le foto di scena – è arrivata la ricamatrice. Non so come si chiami ma so che ha lavorato come ricamatrice tutta la vita e adesso aiuta una nipote nella sua scuola di ballo.
– Ho lavorato una settimana solo per fare le ostriche, per le bambine: 10 veli, 3 tipi di grigio, due di verde.
Poi nessuno. Controllo se l’uccello rosso che ho trovato sul platano all’ora dell’apertura sta ancora là: una borsa di plastica che il vento ha incastrato tra i rami, con la sagoma di un pellicano a caccia su un marciapiede del Marais. Guarda in direzione di un autista del bus che aspetta di iniziare il turno e mangia una banana tenendo in mano la buccia di un’altra.
Lui  osserva un ragazzo che assicura la sua bicicletta al palo del semaforo e vi appoggia lo zaino. Sembra un impiegato di banca che prende possesso dello sportello a cui è stato assegnato e invece il bistro gli cerchia gli occhi: si calca una tuba in testa e inizia a giocolare.

– Quanto le devo? – mi chiede un donnone in prendisole nero a pois bianchi, con la pelle del seno seccata al sole, che per la fatica di parlare non è riuscita a richiudere completamente la bocca. Ha gettato tre giornali davanti a sé e ora stancamente li infila in borsa. È grossa lei, ha labbra grosse, grosse zeppe che trascina come ciabatte e tira fuori un portafoglio enorme. Penso che sia la personificazione della canicola di questi giorni, sciatta e pigra.

Bibip-bip: questa sera ti porto a cena fuori. Ho visto le tovaglie a quadretti rossi e bianchi di un ristorantino. Mi è venuta voglia di andarci. Con te.
È un messaggio di Victor. Gli rispondo:
vuol dire che mi ami.
No. Vuol dire che non devi fare la spesa per la cena.
Me ne vado.
Impossibile. Ormai ho prenotato.
Lo amo perché guarda le tovaglie a quadretti e pensa ancora a me. Lo amo anche se a colazione parlava con i suoi storici mocassini  per congedarsi ufficialmente da loro prima di gettarli nella spazzatura.
L’idea della cena mi rende felice e stasera glielo voglio dire.
Speriamo anche in un temporale.

Je vous souhaite un bel été. Merci.

XXXIX. Il marito della signora Bonnet.

– L’ha vista la puntata di ieri sera?
Avvolgo la voce che mi ha raggiunto alle spalle, aggomitolandola per capire da dove sia partita e mi viene incontro il sorriso disteso di Madame Mercier che si sporge dalla finestra perché io possa vederla dal cortile. Ha steso un asciugamano minuto, come minuta è Madame, al filo teso ai capi della grata alla finestra; lo scosta un poco con la mano come se così potessimo parlarci più agevolmente.
Dal lato del cortile la sua finestra al pianterreno sta in alto come se fosse al primo piano; di qui mi pare di godere della sua vecchiaia discreta incorniciata alla finestra come in un quadro, il volto struccato, proporzionato ed elegante. Tiene il sorriso senza smorzarne la grazia: è il suo modo di accogliermi e di darmi la parola.
Spero non si accorga del mio sforzo di ricordare di cosa stia parlando; quando mi torna in mente l’interesse con cui mi aveva parlato di un reportage di viaggio visto in tv devo confessare:
– era ieri sera, ha ragione. Mi sono dimenticato, mi spiace.
– Non importa. Sabato pomeriggio c’è la replica. Si imparano tante cose.
Le prometto che lo farò e mi riprometto di farlo sul serio.

Lei si ritrae lasciando la finestra spalancata e io vado a gettare la spazzatura e intanto vedo Monsieur Noel del numero civico 29 che affretta il passo nei suoi sandali francescani per assicurare al suo sacco nero un ricovero nel bidone della plastica prima che io occupi lo spazio rimasto.
Accellerando divarica le ginocchia nelle bermuda lunghe e controlla con la mano libera se il suo aspetto è presentabile, lisciando il colletto della camicia con le maniche corte abbottonata fin sotto il collo.
Cambia espressione quando vede che ho con me solo carta e i rifiuti organici. Allora passa ai convenevoli – forgiando un sorriso che dura molto meno di quello di Madame Mercier – e poi mi dice di essere stato in Sologne, al paese della moglie:
– il cugino sta male – e pare sinceramente rattristato ma accompagna le parole con un’espressione più diretta che significa che il cugino della moglie sta per rendere l’anima a Dio. Finisce abbassando lo sguardo – come si fa in queste occasioni – e quando torna a guardarmi mi spiega:
– ho dovuto vendere la casa al mare. La Rochelle, capirà: quasi 500 km e quando arrivi magari ti tocca ripartire perché è morto. Il cognato poi sta anche peggio…
Mi descrive la spiaggia e il mare ed è evidente che gli mancheranno molto. Monsieur Noel è un uomo per bene, prova certamente sentimenti affettuosi per i suoi familiari ed è chiaramente consapevole di non essere più giovane nemmeno lui, ma non può fare a meno di pensare che un parente in fin di vita rovini le vacanze.
E mentre parla mi viene in mente che la scorsa estate lui e la moglie erano stati via per oltre due mesi e al ritorno Monsieur stringeva la mano a chiunque incontrasse nel quartiere e forniva – non richiesto – un breve resoconto del suo soggiorno marino, come si faceva negli anni Settanta dopo una lunga villeggiatura ai bagni di mare.
Monsieur Noel dovrebbe parlarne con la signora delle pulizie. L’impresa è nuova nel palazzo: padre, madre e figlio barbuto e bene in arnese ma noioso. Per ora sono impeccabili e le scale profumano dopo il loro passaggio perché vogliono distinguersi dall’impresa precedente di cui hanno creduto necessario parlare malissimo. La signora disserta di medicina; è ferrata un po’ su tutto – specie la celiachia – e ama approfondire: mio figlio è depresso. Secondo lei gli farebbero bene i fiori di Bach?

Monsieur Noel ha affrettato il congedo quando ha visto uscire dalla porta del mio palazzo Leval. Non è bastato perché ha dovuto subire parte di una requisitoria sul tubo di scarico comune alle nostre case.
– E la moto ce l’hai ancora? – gli ha chiesto infine Monsieur Leval. I due si conoscono da che Noel teneva la sua motocicletta all’entrata del garage e non sotto un lenzuolo di cotone spesso contro la parete in fondo. E poi Monsieur Noel si è sempre prestato con tutti per le piccole riparazioni.
Riconosco il momento propizio alla mia uscita di scena e mi avvio. Ma oggi Monsieur Leval non fa sconti e mi dice:
– ancora una cosa – e riattacca col tubo.
In realtà la questione annoia anche lui ed esce nuovamente di tema:
– io non me la potevo permettere la moto da ragazzo e l’affittavo. Sono sempre stato moderno. Ci andavo a trovare la mia ragazza, Joséphine. I miei non volevano.
Non posso andarmene ora.
– Quando sono tornato a casa dei miei l’ultima volta, mi hanno detto che c’è ancora: è ancora viva.
Non so se cogliere in lui la tenerezza o l’orgoglio di una conquista di gioventù. Tuttavia è lui a offrirmi l’occasione di andare via mostrandomi una bolletta:
– vado a pagarla. È dell’alloggio di mia figlia: io sono solo usufruttuario ma poi chi paga tutto sono io – si compiace: non è il solo genitore a intestare le proprietà ai figli per poterglielo rammentare continuamente e celebrarlo in pubblico.
Ce ne andiamo insieme e al momento di separarci mi fa una confidenza:
– il marito di Madame Bonnet viene da una famiglia di odontoiatri. Sono tutti o-d-o-n-t-o-i-a-t-r-i.
Si fa serio e allora mi faccio serio anch’io. Dunque il compagno di Madame Bonnet passa di ruolo per meriti acquisiti da altri: lo scaldaletto è stato promosso marito.

 

La sera, prima di andare a dormire intravedo dalla finestra della cucina il giovane Aumont nel cortile che butta la sua immondizia: rapido, agile, efficiente. Persino il sacco che gli dondola al dito è agile e snello – poca roba – e agilmente salta nel bidone. Nessuna interruzione.


On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.