II. Tisana curcuma e zenzero.

Siamo arrivati sotto casa che era calata la notte. Al solito ho sentito Gwendolen avvicinarsi alla porta mentre la chiave girava nella serratura. Si siede davanti alla porta di casa e aspetta che venga aperta per metà. Lo faccio piano per non guastarle il piacere del momento: i nostri sguardi si incrociano e lei si alza per salutare. Io pronuncio il suo nome, le dico quanto mi sia mancata e lei attacca a scodinzolare dimenando la parte posteriore del corpo come se fosse svincolata da quella anteriore – che frattanto rimane composta.
– Ed Ernest dove l’hai lasciato? – Coco si è chinata per stare sullo stesso piano di Gwendolen e ricambiare le attenzioni che ha ricevuto da lei. Coco è capace di comprendere cosa significhi per Gwendolen tutto questo dispendio di energia, la libertà di manifestare i suoi sentimenti. Quindi si lascia annusare rimanendo accovacciata sul pavimento.
– Ernest starà dormendo. Ma arriverà. È più lento di lei – e infatti lo vediamo oltrepassare la soglia della camera e venirci incontro sbadigliando rumorosamente e iniziando a scodinzolare di lontano, senza precipitarsi. Una volta vicino pretende una certa esclusività; si alza sulle zampe posteriori e allunga quelle davanti sul mio petto spingendo il naso bagnato sino all’attaccatura delle mie orecchie.
Ordiniamo qualcosa alla gastronomia cinese e io mi infilo sotto la doccia.

Io e Coco abbiamo percorso una decina di chilometri su boulevard de l’Hopital e poi lungo la Senna: quasi sempre camminando e correndo per brevi tratti.
È stata una sua idea venire a correre con me. Tuttavia, se si esclude l’acquisto del completo in tessuto traspirante e la scelta delle scarpe con tecnologia di ammortizzazione e perfetta aderenza, l’esperienza è stata deludente. Conoscendola sembrava annoiata e al ritorno ha tentato una mezza dozzina di conversazioni salottiere alle quali ho opposto un muro di silenziosa disciplina sportiva. Poi ho ceduto e abbiamo rallentato il passo:
– così però ti dai per vinta subito.
– non ce la faccio a correre e respirare nello stesso tempo. Mi sento il cuore battere contro il palato.
– mi dici perché hai voluto provarci?
– perché alle donne dopo i cinquanta si affloscia il ventre.
– ma tu non sei una donna.
– e tu non sei un gentiluomo. Cretina.
Debbo ammettere che non avevo fatto molto affidamento sulla sua eccitazione per la corsa. Forse però mi ero illuso che potesse compiere un percorso netto di camminata veloce.
Comunque non è mia abitudine fare il giro in compagnia. È inutile credere di poter condividere le proprie abitudini: nel migliore dei casi l’uno si adatta a quelle dell’altro con il risultato di fare qualcosa di piacevole che comunque non è quello che avremmo voluto fare.
La corsa per me è un momento della giornata che serve a pensare o a non pensare affatto. A volte rifletto e prendo decisioni, altre – e sono le più numerose – mi annullo nei rumori di una città che riconosco come mia. Mi sta attorno e io ne faccio parte; specie ora che l’autunno le sta restituendo l’aria umida di freddo e inizia a sfogliare i grandi alberi del lungofiume.
Quando sono uscito dal bagno ho trovato sul tavolo un tazzone fumante con il coperchio scompagnato calato malamente sopra. Coco è uscita dal cucinino con la sua tazza:
– ho fatto una tisana zenzero e curcuma. Depurativa e antiossidante – ha letto sulla scatola – l’ho comprata stamattina e ce l’avevo in borsa. Non hai del miele?
– una tisana prima di cena? Non crederai davvero che la beva?
Coco ha sollevato il coperchio dalla mia tazza confidando nel profumo aromatizzato della bevanda e me l’ha messa sotto il naso costringendomi a un suffumigio  medicamentoso.
Appoggiata al lato più corto del tavolo, Coco sorseggiava l’infuso caldo e assumeva la posa dell’ascolto: il braccio piegato sotto la guancia, lo sguardo accogliente con cui mi ha sempre estorto le confidenze.
In fondo ci speravo di poterne parlare con lei: soffro del poco tempo che Victor riesce a dedicarmi. Soffro del fatto che ne dedica poco anche a sé stesso ultimamente.
Parlandone prendo in considerazione la possibilità che sia una proiezione sbagliata di ciò che avrei voluto fosse o che il ricordo distorto di ciò che è stato esasperi una situazione che in verità è in linea con ciò che è sempre stato. Contorto come tutti i pensieri. No, è il tentativo di spiegare il pensiero ad essere contorto.
È necessario capire per non proiettare sull’altro delle aspirazioni basate sull’immagine idealizzata degli inizi. Voglio dire: credere che l’altro non è più così attento come agli albori di un rapporto è un’affermazione che deve passare attraverso la ricostruzione oggettiva di quei primi tempi.
Il fatto è che io sono vittima di periodici accertamenti su quanto la vita sia breve. Lo constato di tanto in tanto e di conseguenza organizzo il restante tempo a disposizione per goderne con gli affetti più cari. Se nel frattempo quelli sono impegnati in altre attività ne faccio una questione personale.
– mi detesto quando do per scontato che una conquista sia fatta una volta per tutte. Diventi adulto credendo che in una coppia ci si debba conquistare continuamente ma poi chi lo fa veramente? Io lo pretendo senza farlo. Eh? Do questa impressione?
Che significa tra l’altro covare la certezza di essere sempre attraenti allo stesso modo senza mettersi mai in discussione. È presuntuoso.
Ho continuato a parlare, a confessarmi e ragionare sulle affermazioni che andavo facendo, sviscerandole sul tavolo come un babilonese versato in epatoscopìa, fino al suono del campanello di casa.

Ho tolto di mezzo le tazze per far spazio alle monoporzioni in alluminio mentre Coco cercava di identificare le vaschette con i primi. Solo poggiando le tazze sul fondo del lavello mi sono accorto che anche la mia era vuota: l’avevo sorbita per intero.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

 

I. Coq au vin.

– È amaro.
– …?
– l’ho assaggiato tempo fa. Ma non l’ho mangiato. Hanno la carne scura. E amara.
Stavamo guardando un gruppetto di cornacchie grigie, io e Gustave. Stavamo appoggiati alla staccionata che ha costruito più di dieci anni fa con il legno dei suoi abeti e che suo figlio Bernard ha riparato in questi giorni; io pensavo fossimo entrambi interessati alla strategia con cui le cornacchie avrebbero dissuaso il vecchio Filù dall’avvicinarsi alla carogna che intendevano contendersi tra simili. Invece la curiosità di Gustave non riguardava l’etologia.
Filù batteva la ritirata mostrandosi fieramente superiore alla disputa per quei pochi resti di carne maleodorante. Quelle, non paghe, gli gracchiavano contro gli ultimi insulti mentre il vecchio bobtail passava sotto lo steccato e tornava a casa.

Victor non ha mostrato alcuno stupore per l’episodio:
– quando ero bambino mi portava con sé nel fienile. Piazzava delle cassette di legno fra trave e tegola – e mi mostra come venivano sospese mimando il gesto di tenere il filo tra pollice e indice – e quando i colombi ci facevano il nido tornavamo a prendere i piccoli. È una carne prelibata – e cala pollice e indice pinzati sulle labbra chiuse per rafforzare l’idea della bontà del boccone – una vera squisitezza.
Siamo nella campagna normanna, punteggiata di torri colombaie – vi sono più piccionaie che villaggi che danno il nome a un formaggio e il dato mi pare significativo – e tuttavia la modalità con cui Gustave compiace i suoi appetiti e sperimenta pietanze inedite mi procura una certa tristezza.
Probabilmente lo sbaglio è mio: devo abbandonarmi alla rilassatezza della campagna e ai suoi istinti. Victor è pienamente a suo agio – torna alle origini – e i nostri cani sono diventati dei selvaggi. Persino la Senna da queste parti ha l’aria di prendersi meno sul serio: è lo stesso fiume su cui si riflette Parigi ma qui rallenta, si allarga tra le rive su cui vegliano fila di salici carichi di vischio e sbatte flemmatica sul molo dei piccoli villaggi raggruppati attorno a un campanile di pietra. Come il ventre libero dal corsetto si rilascia, molle e disteso, così fa la Senna, affrancata dagli argini in muratura che la contengono in città.

L’unica costrizione a cui Gustave si sottopone senza disagio è la cintura dei pantaloni stretta a metà ventre. A ottantaquattro anni Gustave indossa il pantalone della festa di quando pesava una taglia in più; lo racimola sopra l’ombelico e lo assicura alla cintura in pelle a cui ha fatto aggiungere due buchi. Il risultato è atipico ma molto personale.
In verità, tutto quanto in lui può apparire ingenuo costituisce un aspetto della granitica filosofia di Gustave: sopravvivere ai cambiamenti del mondo perseverando nel proprio stile di vita.
La scorsa estate ci aveva mostrato i nomi che i dottori davano alle macchie che ha in  volto – cheratosi attiniche, epiteliomi, granulomi – e adesso ci ha chiesto se ci sembravano credibili le ragioni che intendeva accampare per evitare i rimbrotti del medico.
La nuora, Margot, ha pensato che io o Victor potessimo indurlo alla ragione – magari non osa contraddirvi – e noi abbiamo parlato molto seriamente della necessità di sottoporsi alle cure. Gustave si è fatto grave e si è detto d’accordo – sono loro i medici e bisogna seguire i loro consigli, loro sanno ciò che è meglio – e ho il sospetto che si sia molto divertito prendendosi gioco di noi tutti.Insomma Gustave è un contadino normanno d’altri tempi. Rispetta i suoi animali e a modo suo prova dell’affetto per loro. Ciò nonostante pensa che un animale debba cavarsela da sé e, malgrado non ne faccia una questione di soldi, rifiuta di portare il cane o il gatto dal veterinario.
Una vacca è un’altra cosa: è un investimento e quindi il veterinario può essere convocato in cascina per preservarne il buon andamento. Altra faccenda se il malato non produce reddito e pur rendendosi utile non è indispensabile: il gatto che caccia i topi è utile ma agevolmente rimpiazzabile. In questo caso Gustave conta sulla buona volontà dell’interessato e su una sorta di auto rigenerazione che dovrebbe essere in grado di sviluppare.
Sabato l’ho visto chino sotto la siepe che circonda la sua rimessa.
– Sto cercando la gatta. L’altra era sparita da giorni e poi l’avevo trovata morta qui sotto.
Posto che tutti i suoi animali vadano a morire sotto la stessa siepe, mi è parso scoraggiante pensare al peggio senza concedere alla gatta un’alternativa.
In effetti Gigi, la micia che in casa di Margot ha un nome e un posto sul divano, è stata avvistata accanto alla legnaia, macilenta e con un rigonfiamento sospetto dietro l’orecchio.

Victor ha accompagnato Anne, una delle figlie di Margot, alla clinica dei dottori Moreau. Più tardi li ho raggiunti anch’io, in bicicletta. Abbiamo trascorso quasi tutto il pomeriggio tra la sala d’aspetto e il cortile dell’ospedale, un basso edificio ecosostenibile. Un sabato pomeriggio trafficato con due urgenze: due cani finiti sotto una macchina, l’uno perché investito e non soccorso e l’altro perché ha attaccato una jeep sulla strada a margine del campo di barbabietole che ha creduto di difendere.
Un uomo che faceva visita a un jack russell, un uomo alto e tarchiato, lo chiamava il mio piccolo coglione. Lo guardava dall’alto mentre la moglie si era seduta a terra accanto al cane immobilizzato da un’armatura di fasce. Era chiaro l’imbarazzo con cui il padrone cercava di gestire la tenerezza che provava per quel coso di pelo. Quando l’ha sollevato piano per restituirlo all’infermiera aveva gli occhi lucidi; li ha seguiti con lo sguardo sino a che non sono scomparsi alla vista.
Ero da solo quando una macchina è stata avviata nel parcheggio, vicino a me: un bambino inginocchiato sul sedile posteriore stava piegato sul vano del bagagliaio per consolare il suo cane, disteso inerme. Quando il bimbo si è girato per sedersi, probabilmente per ubbidire a chi stava alla guida, l’ho visto piangere. Ho pensato che tutti gli animali dovrebbero avere un compagno pronto a piangere per loro.

Scusandosi per il tempo di attesa la dottoressa ha preso Gigi in braccio e l’ha accarezzata un poco. L’ha visitata a lungo per approfondire una prima diagnosi: otite. Gigi aveva la febbre alta e necessitava di una cura antibiotica. Con l’occasione è stato fatto sfogare un ascesso che covava dietro l’orecchio ed è stato notificato lo sfratto a una numerosa colonia di parassiti alloggiati nel suo lungo pelo.
Lo spirito con cui siamo tornati a casa era uno spirito lieto. Il nonno non ne avrebbe saputo nulla – evitando discussioni sterili – e gli avremmo raccomandato semmai di vigilare sui pasti di Gigi. Avevamo salvato il diritto dell’animale alla vita dignitosa.
Victor stava facendo manovra davanti casa e io svoltavo in cortile quando Margot ci è venuta incontro. Tempo di raccontarle sommariamente com’era andata e ci ha raggiunti la voce di Gustave:
– questo ve lo portate a Parigi e ve lo fate al vino.
Teneva il braccio sollevato e portava in trionfo quello che considerava un bel regalo: aveva ucciso il gallo e aveva lavorato per più di un’ora per spennarlo scrupolosamente. Sorrideva.
– Oh ecco dov’eri, la mia gatta. Vieni che ti do da mangiare.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

46. La pallina da golf.

– Qual è la vita media di un lenzuolo? – Victor analizza controluce un lato del lenzuolo lacerato dall’affondo della zampa di Ernest: – ma non si può riparare?
– ormai è liso tutto intorno. Ci vedi attraverso.
– ma ci sono parti ancora buone – Non so da cosa gli derivi un intermittente spirito di conservazione che gli impone di tentare il tutto prima di separarsi da certi oggetti.
Avanzo una giustificazione ragionevole:
– è naturale che un lenzuolo non si consumi in ogni sua parte. Se non fosse già ridotto male lo strappo non si sarebbe allargato tanto… non puoi continuare a portare una camicia che ha collo e polsini sciupati solo perché il taschino è come quando l’hai acquistata.
Prendo io il lenzuolo: prima viene sottratto alla vista e prima Victor trova un altro argomento di conversazione.

Comunque ci risiamo: il cielo di Parigi si è tinto di un azzurro carico di luce che francamente con Parigi non ha nulla a che fare. Tocca aspettare che torni l’autunno; lo farei chiuso in uno sgabuzzino se solo potessi.
Madame Poulain dev’essere rientrata dal suo soggiorno al mare. Il profumo di sugo che sento salendo le scale può provenire solo dalla sua cucina: l’aroma dei soffritti, il profumo del pomodoro, i vapori degli stufati cotti a lungo.
Sono entrato in casa in tempo per rispondere al telefono: Margot ci ha invitato a trascorrere qualche giorno a casa loro, nella campagna di La Haye-Aubrée.
Non manca mai di farlo, con squisita gentilezza. Ha pure annunciato una ghiotta novità: il fienile della fattoria è stato trasformato in un bilocale e adesso compare fra le gîtes de France in affitto nel parco delle anse della Senna normanna:
– abbiamo pensato che poteva essere una risorsa in più per le ragazze.
– allora lo prenotiamo noi.
– no, voi dovete stare con la famiglia… abbiamo anche un sito nostro; lo ha fatto David, il figlio di Pascal.
Victor se lo ricorda David, lo ha visto crescere.
– ormai è un uomo. Alleva maiali e costruisce siti internet.
– …?
– per lavoro. Alleva maiali e costruisce siti internet. Tutti quelli che ne avevano bisogno qui intorno si sono affidati a lui – Margot ribadisce il concetto e io mi abituo all’idea.

Ieri ho visto Jerome. Abbiamo mangiato un panino da André. L’ho visto incuriosito dalla combinazione degli ingredienti proposti da André; ha scelto subito una salsiccia e poi è rimasto a lungo davanti al menu delle verdure. Non c’erano altri clienti e André ha intuito la situazione: fare una scelta in un elenco di voci significa per Jerome compiere uno sforzo per organizzare nella propria mente quelle voci dando loro un senso.
Ha avuto tutto il tempo di farlo. Quando ha ordinato il suo panino ha cercato di cogliere nello sguardo di André un cenno di approvazione.
– anch’io ci metto sempre i funghi con la salsiccia. Ottima scelta Monsieur!
Jerome ha sorriso e conoscendolo sono certo che ha apprezzato la delicatezza di André che ha dissolto l’imbarazzo del mio vecchio amico. Perché Jerome si rende conto della sua fragilità: talvolta si arrabbia, più spesso – purtroppo – si lascia vincere dalla malinconia.
Ci siamo seduti al tavolo e abbiamo chiacchierato a lungo, anche dopo aver terminato il nostro pranzo. André è uscito dal furgoncino per fumarsi una sigaretta e passandoci accanto ci ha sorriso:
– tutto bene Messieurs?
Quando ho chiesto a Jerome che cosa avesse voglia di fare mi ha risposto senza esitazione:
– mi piacerebbe andare lungo la Senna per guardare la gente che passa.
Io sono rimasto in silenzio e lui è stato più preciso:
– mi piace vedere quelli che corrono.  Sai, quelli che fanno jogging – e ha mimato l’oscillazione delle braccia durante la corsa, ridendo – è una cosa che non ho mai fatto. Non ho mai avuto il fiato. Ma mi sarebbe piaciuto perché dà un senso di libertà. Di energia.
Ci siamo incamminati lungo il fiume.
– sai che porto i cani lungo il fiume, a Ivry? Percorriamo un sentiero lungo un campo da golf e l’altro giorno ho trovato una pallina volata oltre la rete. Me la sono presa. Non ho mai avuto una pallina da golf.

 

Je vous souhaite un bel été. Merci.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi en automne.

 

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: