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VIII. Il ciclamino pigro.

ciclaminoÈ l’ora in cui la luce sull’acquaio, un neon,
soppianta la fiamma del sole morente
e la finestra di cucina diventa uno specchio.

     [Jill Ciment, Heroic Measures]

 

Oggi mi sono ricordato di farlo e ho controllato. L’angolo del soffitto sopra lo scolapiatti è rimasto a lungo chiazzato di un malinconico giallo sbiadito, atto d’accusa manifesto contro una perdita d’acqua trascurata. Vi ho posto rimedio qualche tempo fa, dopo aver convinto Victor che sarei stato perfettamente in grado di gestire vernici e pennelli, anche se poi ho scoperto una predisposizione naturale per l’uso del rullo. Fatto sta che mi sono documentato e ho trattato la macchia con un approccio scientifico. Tuttavia la prudenza è d’obbligo e quindi sorveglio regolarmente il punto in questione temendo una ricaduta.

Lo stretto vano della cucina è lo spazio del nostro appartamento in cui amo maggiormente stare. Tutto l’appartamento è piccolo, intendiamoci, ma io e Victor siamo certi che sia il luogo esatto dove noi dovremmo stare. Come se un sarto ce lo avesse ritagliato addosso.
In cucina mi piace riporre quanto acquistato, estraendolo dalle borse mentre Algernon elemosina qualcosa di appetitoso – quando rientro con la spesa lascia la poltrona per vedere cosa nascondo nei sacchetti – e in cucina mi piace preparare il caffè della mattina.

Al muro stanno fissati due stretti pensili bianchi, di metallo, che erano nella casa della nonna di Victor, a Beaumont-en-Auge, e sul marmo grigio della nicchia davanti la finestra, ho cura di un ciclamino bianco da quattro anni, che è di natura piuttosto indolente e quindi non porta a compimento la fioritura ogni inverno.
In cucina stanno i souvenirs dei nostri soggiorni fuori Parigi: tappi di bottiglia, magneti, pietre raccolte sulla spiaggia. L’ultimo a esser stato appeso vicino alle presine è stato un amo, con filo trasparente e finto pesce incluso, raccolto da Victor fuori le mura di Saint Malo, in riva al mare. A noi rammenta il vento e gli schizzi di acqua salata sulle labbra in una giornata d’inverno e comunque è bene che dondoli sulle piastrelle della nostra cucina ogni volta che sfilo la presina piuttosto che serva a lacerare la gola di un ingenuo pesce malouino.

Quando abbiamo amici a cena io e Victor ci dividiamo i compiti e le portate in menu, discutendo a toni alti perché procediamo con metodi diversi. All’arrivo degli ospiti le dimensioni della cucina mutano improvvisamente: non mi spiego in altro modo come i nostri amici possano concentrarsi in una superficie tanto ridotta per mettere in forno le loro teglie, assicurare il loro vino al fresco e cercare di carpire qualche anticipazione sulla cena. Fra l’altro io detesto che si entri nella mia cucina e loro invece forzano la mia intimità sapendo di essere indelicati e assaggiano il sugo o rubano un gambo di sedano per andarlo a intingere nella salsa che è già in tavola.

Del resto ognuno di noi ha gli amici che si merita. E poi io e Victor – che non lo ammette ma lo dimostra – amiamo circondarci dei nostri a tavola e imbastire con loro conversazioni infinite, attaccando a filosofeggiare sulla vita solo dopo il caffè.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

 

VI. Ricordi su un filo di lana.

pakbLa nonna di Victor è stata la persona più importante della sua vita e l’ultima ad andarsene nella sua non numerosa famiglia. Ripensandoci Victor è certo che lei lo abbia sempre incoraggiato a essere felice, a dispetto di tutto.

Lui la ricorda china sul lavoro a maglia, occhiali sul naso e rapido accavallarsi di ferri interrotto soltanto per sbrogliare un po’ di filo dal gomitolo con un disinvolto gesto della mano, mentre il braccio serrava al fianco il ferro lasciato libero.

Quando il nipote era ancora un bambino lo portava con sé a Pont Audemer, nella bottega di Madame Thérèse, al piano terra di un edificio con i tramezzi a spazi regolari che aveva ospitato in passato gli essicatoi dei conciatori. Lì Ernestine, questo il suo nome, si riforniva di lana: sempre occhiali sul naso chiedeva di poter esaminare le matasse alla luce del giorno. Così il piccolo Victor se ne stava a guardare Madame Thérèse che sfilava voluminose scatole di cartone dagli scaffali in cerca di qualcosa che soddisfacesse i gusti della nonna mentre Ernestine, appena fuori della porta, procedeva alla verifica scrupolosa della tonalità. La nonna diceva che Madame Thérèse era “troppo cara ma aveva la lana più bella” e quindi trattava sul prezzo mentre il nipote dondolava sulle assi del pavimento producendo uno scricchiolio di sottofondo e fiutava nell’aria un profumo cloroformizzante di naftalina.

 

Nella nostra libreria conserviamo il manuale illustrato dei punti a maglia consultato da Ernestine, un po’ sgualcito e con i suoi appunti. Lei sperimentava volentieri e se constatava un errore sfilava il ferro senza esitazione; con un po’ di rammarico e molto rigore… ricominciava daccapo.

A Natale i pacchi incartati dalla nonna, informi e morbidi, non riservavano grandi sorprese e suo figlio, il padre di Victor, la ringraziava prima di aprire il suo: “grazie per la maglia, mamma”.

Nelle fotografie di famiglia il piccolo Victor indossa quasi sempre i manufatti della nonna e nei primi anni di scuola continuava a vestirsi con quello che gli veniva detto di mettere. Prossimo alla maturità e a confronto con i coetanei, iniziò a preferire i capi fatti in serie e fu soltanto molto più tardi che Victor recuperò il piacere di quelle creazioni artigianali. Di fatto Victor ha ricominciato a portare quei maglioni quando la nonna non era più in grado di farne altri.

Sono io che ripongo nei cassetti gli indumenti – mentre di solito è Victor che si occupa di stenderli ad asciugare, per quanto indelicato sia il suo modo di appuntare ai fili i capi di biancheria, più il risultato di un’impiccagione corale si direbbe – e constato il passare del tempo. Ormai si sta esaurendo la possibilità di indossare capi che sono già stati rattoppati dove possibile.

E Victor se ne rammarica sinceramente adesso che dava per certa la consuetudine con i pullover che Ernestine aveva cavato dalle sue mani, piccole e nodose negli ultimi anni. Per me è lo stesso poiché i suoi maglioni li ho portati anch’io – il guardaroba ereditato dal padre di Victor, di corporatura più simile a me che al figlio – e ogni volta che ho scelto di metterne uno era perché avevo voglia di qualcosa che tradisse una provenienza intima, un’esecuzione casalinga. Io poi mi infilo volentieri in un vecchio cardigan caldo e cedevole, specie per una passeggiata in autunno con il cane o per starmene in poltrona a leggere o disegnare.

Io l’ho conosciuta Ernestine, ma non abbiamo avuto il tempo di affezionarci l’uno all’altra. Subito però ci ha legati l’amore per Victor e lei ha compreso che poteva contare sui miei sentimenti, poiché era questo che le stava a cuore: a tormentarla non erano tanto le scelte di Victor quanto il fatto che non mostrasse alcuna propensione per un rapporto stabile, non avesse ancora compreso la piacevolezza di un legame coltivato negli anni.

cropped-cropped-logo-url.jpgOn se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.