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XLI. Chez nous. Avec plaisir.

Io credo proprio che potrebbe funzionare. Non è la prima volta che ci penso e lo potremmo chiamare Chez nous o qualcosa come Avec plaisir, facile da ricordare e accogliente, senza eccesso di fronzoli.
Se potessimo disporre di un piccolo appartamento accanto al nostro sarebbe eccitante farne una chambre d’hôtes per quanti decidessero di eleggerlo a loro buen retiro durante il soggiorno a Parigi. Dovrebbe innanzi tutto essere molto parigina, sofisticata ma niente affatto lussuosa, a mezzo tra lo studio di un impressionista e l’abitazione di uno studente: essenziale, confortevole, poetica.
L’ospite che consegna le chiavi di una stanza è una delle prime persone – escluso il tassista – che il viaggiatore incontra: spetta a lui essere anfitrione della città. E comunque rimane forse l’unica  persona che mostrerà come si vive realmente, quotidianamente a Parigi.
A cominciare dal pasto del mattino a cui Victor è molto attento quando pernottiamo in un B&B. L’ultima volta che ciò è accaduto è andato in visibilio quando ha scoperto che il padrone di casa, che ci aveva atteso per preparare il caffè, è uscito subito dopo per andare ad acquistare il pane appena sfornato nella panetteria di fronte. Lo ha messo in tavola che era ancora tiepido. Non importa se i vasetti di marmellata erano già consumati per metà e il succo di frutta era in un contenitore tetrapak a marchio di una nota catena di supermercati.
Ci aveva già fatto una buona impressione all’arrivo quando ci era venuto incontro con cordialità, finendo di masticare qualcosa, un assaggio di cucina preso tra le mani che infatti stava nettando in un asciugamano. Brizzolato, rilassato in un corpo floscio di cui disponeva molto disinvoltamente, ha lasciato che prendessimo possesso della nostra camera riuscendo a far sì che noi tenessimo in equilibrio l’impressione di vivere in un’abitazione privata con la consapevolezza di essere clienti.
Solo la mattina seguente abbiamo scambiato qualche impressione sulle nostre città: lui innamorato di Parigi, noi ancora a digiuno del suo villaggio, in Alvernia. Di sé ha raccontato che da quando era andato in pensione si dedicava all’incisione a bulino.

Ripensando al breve tempo trascorso in quel villaggio, due notti appena in tardo autunno, mi viene in mente di aver spiato all’interno delle basse costruzioni che, infilate una dietro l’altra come le perle di un girocollo, seguono il dipanarsi della strada di pietra sino alla piazza maggiore. Non un’anima in strada dalle sette del pomeriggio. Le finestre basse e prive di tende si aprivano direttamente in strada e la vita che vedevo svolgersi nelle stanze tutto a un tratto sembrava svolgersi su un palcoscenico.

A teatro la casa è sezionata e offerta al pubblico che assiste alle azioni di due persone in camere diverse. Persone che appartengono a una famiglia e probabilmente convivono da sempre, eppure in quel momento l’una ignora cosa stia facendo l’altra mentre lo spettatore controlla i movimenti di entrambi.
Io rammento una donna seduta davanti al televisore, l’unica fonte di luce di quello che mi parve un salottino senza pretese, e un uomo, dall’altra parte della parete, intento a togliere un pentolino dal gas, in una cucina rimasta come doveva esserlo negli anni Sessanta.


Oggi in macchina appena fuori Garches una corsia era occupata per una decina di metri da un cantiere, due lavoratori in indumenti fluorescenti e un terzo di cui emergeva la sola testa, immerso in un tombino.  Per una decina di metri si percorreva dunque la corsia di marcia opposta. Victor al volante ha commentato:
proprio come stare in Inghilterra, tu che ci volevi andare.
Io ho lasciato che il capo abbassato dallo sconforto trovasse appoggio nel palmo della mano: voglio morire.
Gli ho sentito dire: non è difficile. Basta continuare a viaggiare nella corsia sbagliata.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.