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24. Rientro a Parigi.

E poi lamentano la bassa natalità. Guarda qui quanti cavoli. Sto con la fronte appoggiata al finestrino mentre percorriamo in macchina la D 201: i campi sono quasi interamente coltivati a cavoli e la strada invasa dalla sabbia nel tratto in cui si avvicina alla spiaggia du Verger. Le mie constatazioni di viaggio non suscitano alcun interesse:
dovrei prendermi un aiuto in negozio. Ma credi che riuscirei a mantenerlo, con le spese e tutto intendo? A quanto pare i pensieri di Victor erano altrove.
Credo che dovresti almeno provarci.
Provo a mettere un annuncio e vediamo chi si presenta.
Sembra soddisfatto e cambia argomento:
ci ho ripensato a quei tre di ieri. Hai ragione, sembravano il ritratto della felicità.
In effetti il giorno prima, uscendo da un ipermercato appena fuori Cancale, abbiamo notato entrambi, nel parcheggio, un uomo molto giovane, di pelle nera e fisico asciutto, intento a spingere e poi roteare sempre più velocemente un carrello in cui stava seduta una bambina folle di gioia, con il capino riverso, abbandonato all’ebbrezza. Ridevano insieme e intanto una ragazza cercava di riprenderli con lo smartphone.
Caricata la macchina siamo passati accanto a loro, in direzione dell’uscita; hanno interrotto il gioco e la bambina è finita tra le braccia dell’uomo mentre la ragazza mostrava loro la registrazione.

Di ritorno a casa, a Parigi, Victor si avvicina all’ascensore con un borsone a tracolla e due borse della spesa in cui la sera prima siamo riusciti a far stare bottiglie di sidro, scatole di biscotti al burro, due libri di poesie, una zuppiera verde pisello e due magliette Parole de marin (Quando si vedono bene le isole, sta per piovere. Quando non si vedono più…sta già piovendo).
Io ritiro la posta in buca e richiudo lo sportello che, al solito, esce dalle guide  a cui dovrebbe essere ancorato. Appoggio a terra il mio borsone, ricolloco nella sua sede il rettangolo di vetro e giro la chiave nella serratura. Raggiungo Victor e intanto si apre la porta dell’appartamento di Madame Mercier e lei esce sul pianerottolo:
Buonasera Monsieur Chevalier. E mi sorride. Poi vede anche Victor, lo saluta e dispensa un sorriso anche a lui.
Volevo chiedere…e il principino? Non l’ho più visto.
Le spieghiamo che cosa è successo e Madame Mercier ci dice che lo supponeva. Le dispiacerà non incontrare più quel vecchio cane buono nel palazzo.
Vi mancherà così tanto. Era sempre con lei Monsieur Chevalier; mi dispiace davvero.
Victor la ringrazia; gli fa piacere che la gente che lo ha conosciuto spenda una parola in ricordo di Algernon. Nel frattempo l’ascensore è arrivato al piano.
Sto uscendo. Madame ci confessa di aver iniziato a seguire la stagione della Royal Opera House al cinema e di esserne affascinata. Ci vado con Madame Blanchard, la mamma di Madame Rose che lavora alla farmacia all’angolo con rue Gérard.Credo ce lo dica per ottenere la nostra approvazione, a conferma che il suo è un ottimo pretesto per correre il rischio di uscire di casa.
Ottiene la nostra benedizione, si sistema la sciarpa rosso corallo al collo e controlla di aver chiuso bene la porta.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

23. Les viviers de la Houle.

Alle 6 di mattina non avevo più voglia di dormire. Tanto il sonno non poteva ristorarmi più di così e poi non intendevo passare altro tempo a occhi chiusi sognando di essere altrove. Sogno quasi ogni notte e la maggior parte delle volte non è un’esperienza piacevole. È stato il mare a rammentarmi che la sera prima avevamo preso possesso della stanza al primo piano di una casa di pietra, bianca con gli infissi azzurri, al porto de la Houle. Non avrei voluto essere altrove.
Ho udito l’acqua e il vento prima di aprire gli occhi e quando poi ho spalancato la finestra per fiutare la presenza del mare, ho compatito la fatica di un gabbiano che si manteneva in quota, fermo con le ali tese ad assecondare la corrente. L’aria odorava di freddo e di umido e naturalmente di sale.

La casa in cui siamo alloggiati è di proprietà di un pescatore; la moglie e una figlia gestiscono la rivendita di ostriche di loro produzione – Les viviers de la Houle  – e al primo piano affittano due piccoli appartamenti. L’altro mi è parso vuoto.
Indossati i nostri maglioni e la giacca impermeabile scendiamo in strada e ci incamminiamo sul molo. Da lì riconosco Monsieur Barbé, il nostro padrone di casa – la faccia seccata dall’aria, una bocca stretta con grandi denti accavallati in disordine sotto il labbro superiore. Alzo un braccio in cenno di saluto; lui ricambia e poi torna ad annodare una corda e parlare con un tale seduto su una cassetta capovolta alla base dello scafo di una barca ormeggiata:
chi saluti?
Monsieur Barbé, non lo vedi?
Non l’ho riconosciuto, ha i denti nascosti dal berretto.

È nuvolo quando entriamo in un caffè per la prima colazione e più nuvolo quando usciamo, ma volevamo tornare alla Pointe du Grouin ed è ciò che decidiamo di fare. I bagagli li disferemo poi.
Non v’è pensiero malinconico che non sia stato mitigato dal panorama che si offre a una scogliera. Sulla Pointe le urla dei gabbiani e la signoria del vento che piega i fili d’erba, agita le armerie e le spergularie nella brughiera. Per quanta foga accumulino in viaggio, le onde si rompono contro le rocce con un tonfo sordo e diventano muri di schiuma disgregati in un subito. Ci si sente meno potenti su una scogliera e si sta bene. C’è qualcosa di più grande di noi, che vanifica la nostra vanità ma consola la nostra fragilità, la comprende.
Io resto seduto a guardare in direzione del faro e Victor rimane in piedi a pochi passi da me e fissa l’orizzonte. Credo di sapere a cosa sta pensando.
Non mi stanco mai del vento. Mi dice voltandosi.
Non mi stanco mai delle onde. Gli rispondo.

Il pranzo è stato un’improvvisata. Sulla strada del ritorno abbiamo fatto qualche acquisto e abbiamo consumato una colazione al sacco sul muretto della spiaggia di Port Mer. Deserta.
Se si esclude un giovane che ha attraversato la spiaggia per raggiungere il casotto della scuola di vela all’altra estremità e una donna che ha steso la biancheria su un terrazzo alle nostre spalle, non un’anima ha interrotto il nostro pranzo. La temperatura era piacevole e avevamo comprato formaggio e dolci e del patè di maiale.
Prima di ripartire ho letto le locandine affisse alle porte dei ristoranti: ancora gli auguri di Natale e l’annuncio della riapertura a febbraio inoltrato. Tutto molto piacevole.

La mattina di giovedì Victor ha ritrovato la macchina rigata, una riga marcata lungo la fiancata sinistra. Tutto molto meno piacevole:
c’era sempre quel furgoncino bianco, l’hai visto anche tu. Evidentemente lo considera il suo stallo personale. Nemmeno a Parigi me l’hanno mai conciata così.
Probabilmente l’idea di danneggiare l’auto di un parigino deve aver risoluto l’autore del crimine. Una rivendicazione e un monito. Un modo di comunicare, un linguaggio simbolico forse, in questo angolo singolare, suggestivo, autentico di Bretagna.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

 

XXXI. Cidre fermier.

Mi appoggio al telaio bianco della porta, aperta sul nostro balconcino, e guardo la grandine cadere e intanto stringo la tazza in cui ho versato un po’ di sidro, dolce. Annuso l’aria e bevo un poco di quel succo che odora di mele mature e mi fa sentire più vicino alla costa bretone, nel nord.

Siamo tornati dalla Bretagna pochi mesi fa, ma già mi manca. Ci ho pensato anche l’altro giorno, riponendo le sciarpe per il prossimo inverno; avevo in mano quella che avevo portato in viaggio, una stretta e lunga sciarpa fatta a mano, di una bella lana melange riciclata da un vecchio maglione. Ho pensato a quando la indossavo il primo giorno a Cancale, nella baia di Mont Saint Michel. Era la prima settimana del nuovo anno e pioveva, come piove oggi.

Abbiamo scelto di pranzare al porto. Abbiamo deciso guardando un ristorante dal dehors vuoto, ma pieno di volti soddisfatti all’interno; se ci avessero servito nel dehors, riscaldato e molto accogliente, Algernon non avrebbe dato fastidio a nessuno e avremmo avuto spazio e intimità. Così è stato, per un po’; poi altri hanno avuto la nostra stessa idea. L’acqua cadeva battente sul tendone sopra le nostre teste e il vento soffiava tormentando la balza, infilandosi sotto i festoni, gonfiandoli e inarcandoli come gonfiava e inarcava le onde in mare, di fronte a noi.

Noi che eravamo pienamente felici. Non era previsto un pranzo fuori e l’abbigliamento mio e di Victor era molto comodo: calzoni sportivi con imbottitura in pile, scarpe da ginnastica inzuppate e maglione in lana a collo lungo, con la sciarpa di lana che accomodavo sulla spalla con il garbo che avrei usato se fosse stata di seta.

La prima pietanza che ordino in Bretagna è sempre una zuppa di pesce; non può essere altro. Non è solo la nostalgia del sapore; si tratta di molto di più: della zuppiera tête de lion, dei cubetti di pane tostato, della salsa rouille e del formaggio. Inoltre la zuppa comporta una serie di gesti – si spalma, si raccoglie il brodo nel cucchiaio, si inclina la zuppiera – e mischia temperature diverse: il brodo fumante, la salsa più fredda, la consistenza del pane tiepido e l’inconsistenza delle sottilissime frange di groviera grattugiata.

Quando l’enorme quantità d’acqua che il cielo scaricava su Cancale ha iniziato a pesare sul tendone scavando delle sacche di raccolta, solcando di occhiaie marcate l’estremità inferiore della falda di quel tetto spiovente, si sono palesati proprietario, in giacca nera, e cameriere – giovane, smilzo, in giacca spencer rosso scuro, una sorta di ussaro senza alamari – che, su precise indicazioni del suo principale, ha brandito un ombrello e ha iniziato a respingere l’acqua puntando il manico ricurvo  al centro delle anse ormai traboccanti. Lo faceva con grande classe: puntava, esercitava la pressione necessaria e passava oltre.

Tutti noi lo abbiamo ritenuto del tutto naturale.

Ancora l’ascensorista.

Si è ricordato il nome del cane e lo ha chiamato. Io non lo avevo visto ed è stato lui ad avvicinarsi: aveva voglia di parlare e io non avevo tempo.
Così per i successivi quindici minuti lui ha ripetuto l’aneddoto sugli attori visti nei grandi alberghi – se non altro confermando ciò che ci aveva già raccontato la prima volta – per poi passare alle soddisfazioni avute sul lavoro. Intanto io formulavo almeno una decina di frasi di congedo domandandomi per quanto ancora avrei dovuto sorbirmi i suoi resoconti, che nel frattempo si facevano particolareggiati. Ciò che stavo tentando di fare era meschino, senza dubbio, ma io avevo davvero bisogno di proseguire per la mia strada.

Monsieur Macé venga lei per favore. Monsieur Macé ci pensi lei. Ma come ha fatto Monsieur Macé a riparare il guasto? Io sapevo fare il mio lavoro. Innanzi tutto perché ero andato a scuola; bisogna distinguere la parte meccanica da quella elettrica.
Tentativo di augurargli buona giornata.
E poi tutto sta nei contatti. E nella manutenzione.
Convengo sul valore della realizzazione sul lavoro e improvviso sulla necessità di seguire il cane, che in realtà non si allontana.
Se le porte fanno bene contatto, l’ascensore funziona bene. Sta tutto lì. Io ne ho visti tanti.
Devo essere stato esplicito anche con il corpo perché mi ha teso la mano e ha terminato. Mi sono sentito in colpa; la prossima volta aspetterò che sia lui a dirsi soddisfatto della chiacchierata. È un uomo mite Monsieur Macé, che prima di allontanarsi porta la mano al cappello in rispettoso segno di saluto e lo fa con stile; oltre ad aver amato gli ascensori di Parigi deve aver amato molto anche la moglie di cui parla con molto affetto.

Intanto io sto acquisendo una competenza tecnica che potrebbe essermi utile – si informi sul tipo di ascensore che avete nel vostro palazzo e poi io le insegno cosa fare – e mi spiace che Victor la sottovaluti e non mi creda capace di intervenire in caso di necessità.
Non ho imparato per corrispondenza, Santi Numi. Sono un allievo di Monsieur Macé!

Ha i tasti di plastica? Velocità doppia? Manuale, semiautomatico, automatico?

A quanti condividono la vita con un cane: scelgouncane