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33. La taumaturgica impudenza della follia.

Il nome lo ha scelto Jerome. Abbiamo trascorso due sere a pensare a un nome per Babuche. Alla fine eravamo indecisi tra Georgette, Antoinette, Audrey e Gwendolen.
Volevamo che per cominciare una nuova vita Babuche avesse innanzitutto un nuovo nome. Al telefono Jerome mi ha detto che gli piaceva Gwendolen e con questo nome in tasca domenica pomeriggio siamo tornati in canile per rivedere Babuche e portarla a casa, con noi.
La potremmo chiamare più spesso Gwenda, specie quando sarà lontana e un nome più corto si rivelerà di gran lunga più pratico. In gallese Gwendolen significa arco bianco ed è stata una sorpresa scoprirlo; noi lo avevamo scelto perché ci piaceva il suono della parola ma ci è parso ideale quando abbiamo saputo che raccontava l’arco di pelo bianco che lei ha dipinto sul petto.
È difficile spiegare cosa significhi andare in un posto del genere e uscirne con un animale che di lì in poi farà parte della tua vita. Si aggirerà in casa e in casa avrà scelto per sé angoli a cui non avevi pensato; tu avrai voglia di tornare in quella casa che non sarà mai vuota e presto avrai bisogno di capire perché la sua intelligenza ha ragione dei tuoi propositi educativi.

Il nome di Victor è stato scritto di seguito al codice identificativo di Babuche sul modulo di affidamento. Così, mentre lui siglava l’adozione in una stanza al pianterreno della casa principale, io mi sedevo sul ceppo di un vecchio ciliegio nel giardino a cui la cagnetta ha accesso direttamente dal suo box e lasciavo che lei provasse ad avvicinarmi. Lo ha fatto fermandosi a un passo dal mio piede, stendendo il muso perché le sue narici potessero cogliere più indiscrezioni possibili sul mio conto. Teneva gli occhi spalancati e lo sguardo vigile; il corpo teso e pronto alla ritirata in caso di pericolo. Ho provato a chiamarla Gwendolen per vedere “come le stava”.
Ha gli occhi piccoli e scuri, mansueti. Tutto in lei è piacevolmente femminile: si muove istintivamente con misura, si siede composta, appena è certa di essere al sicuro, e lo fa con armonia. Molte donne non riuscirebbero a eguagliarne la grazia e forse nemmeno a comprenderla per invidiarla.
La presenza di un altro cane la rassicura; lo osserva e prova a fidarsi di quello che fa l’altro che non mostra alcun tipo di ansia.

Un ragazzo è tornato con Victor. Ha aspettato che le facessimo una fotografia per ricordare questo momento e poi le è andato incontro. Gwendolen ha fatto qualche passo indietro, reclinando il muso e appiattendo il corpo a terra. Con le spalle al muro della rimessa si è arresa, ma poi ha ricominciato a torcersi per fuggire alla cattura, pazza di fronte all’ignoto. La sua vescica ha rilasciato una scia di piscio che ha bagnato la braga del suo rapitore mentre la caricava in macchina.
Con lei però è salito anche l’altro cane, Paul, e lei si è appoggiata al suo fianco mentre lui si accucciava. Paul che non è più Paul, ma Ernest.

Ernest che è entrato in casa sabato pomeriggio – entusiasta, al solito – e che il giorno dopo è venuto con noi a prendere l’ultimo tassello mancante alla nostra famiglia rinnovata.
Poteva diventare Edgar, ma abbiamo optato per Ernest. Un omaggio alla nonna di Victor –  Ernestine, che gli ha insegnato a pretendere qualità nella vita e la qualità della vita con un animale – e un omaggio letterario al caro vecchio Algernon.

Una follia indubbiamente. Ci pentiremo assai presto della sconsiderata imprudenza: due cani giovani e cacciatori, un piccolo appartamento, le fobie di Gwendolen.
Adesso spetta a Ernest mostrarle la leggerezza. Non ho dubbi: funzionerà.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

21. Ancora senza titolo.

Ho chiesto al veterinario di portarlo a casa per la notte. Domani mattina Algernon deve tornare in clinica.
La temperatura del suo corpo non accenna ad aumentare malgrado la terapia, il pullover, la coperta e il mio vecchio giaccone. In macchina mi rendo conto di sentire una felicità insulsa, come se lo avessero guarito. Invece è solo la mia ostinazione a voler credere che il momento sia felice: il mio cane è con me e presto saremo nel nostro appartamento, al solito. La giornata sta finendo e domani pare lontano.
Durante la cena il naso umido di Algernon non bagna l’avambraccio di Victor, le labbra non poggiano sulla sua coscia. Come lo abbiamo adagiato sulla trapunta ai piedi del tavolo è rimasto: stessa posizione, ugualmente sordo a ogni stimolo. Noi interpretiamo i nostri ruoli perché alle sue orecchie giungano i soliti suoni. Più tardi Victor sistema il suo cuscino sulla poltrona e prepara un letto anche a me: un cuscino e una coperta sull’altra poltrona, tra lui e il cane.

La luce rimane quasi sempre accesa durante la notte. Algernon abbaia senza posa a qualcosa che lo avvicina e il contatto delle nostre mani sul suo corpo stanco, la stretta dei nostri abbracci a difesa dal male, non valgono più a nulla: non reagisce al suono delle nostre voci e non reagirà più.
La mattina torniamo in clinica. Il dottore che lo ha operato tante volte si arrende: Algernon non lotta più.
Esco per telefonare a Victor e poi chiedo di poter tenere Algernon accanto fino a che Victor non ci avrà raggiunto. Resto in disparte con il mio amico stretto fra le braccia e cerco di trasmettergli tutta la tranquillità che adesso gli occorre. Quando Victor arriva lo vedo di spalle, nel parcheggio. Riconosco il gesto di asciugarsi gli occhi prima di entrare.
È come se stessimo accompagnando Algernon in stazione. Deve credere che la sua famiglia non è preoccupata per lui, che non si dispererà. Non deve credersi solo. Quando il treno si mette in marcia pesanti lacrime calde percorrono il viso contratto di Victor. Io scosto la lunga orecchia di velluto del nostro cane e sussurro: vai e non mangiare le solite porcherie.

L’altro giorno, poco prima di partire per raggiungere la clinica, stavo seduto accanto a quella cuccia improvvisata ai piedi della sua poltrona e lui aveva allungato il muso su di me e aveva attaccato a leccarmi la mano: gesto inconsueto per quel vecchio cacciatore restio alle dimostrazioni di affetto seppur grato a chi lo ricopriva di tenerezza. Mi stava già salutando.

20. Senza titolo.

Sto in coda alla cassa la domenica mattina con una confezione di carne di coniglio che probabilmente Algernon non mangerà. Approfitto della lunga coda e del suo lento smaltimento alle casse per rivolgere la parola a chi mi precede; colgo la prima occasione: ho bisogno di parlare. È una signora con i  capelli biondi, corti e aspetta il suo turno senza fare troppi commenti. Altri vociferano ma noi ci mostriamo più comprensivi.
Quando sorridendo mi dice che forse non valeva la pena perdere tutto quel tempo per un pacco di biscotti e una bottiglia di olio, le mostro la mia spesa: anch’io ho un solo acquisto e racconto perché. L’idea della carne di coniglio è di Victor: ad Algernon piace, è nutriente e leggera. Il nostro cane non si nutre da ieri sera e da ieri non riesce a sollevarsi.
La signora comprende il mio stato d’animo; ha dovuto rinunciare ad avere un cane quando un incidente l’ha costretta a letto per mesi. Parla dell’emorragia cerebrale come della dimostrazione spietata di quanto sia inconsistente la vita e di come un’opportunità ultima di sopravvivenza significhi riconsiderare la propria scala di valori.

Cassa numero 4.

Si congeda dicendomi rapidamente: ho il bar tabacchi all’angolo di rue Chéreau: se passa di là entri a darmi  notizie del cane.
Lo apprezzo molto. Però so che non la rivedrò presto e non credo ci riconosceremo in futuro.

La carne cotta e raffreddata non stimola l’appetito di Algernon. L’annusa e capisce di che si tratta, ma è un animale e riconosce la gravità del momento. Sappiamo entrambi che non trascurerebbe una seppur fiacca possibilità di reagire.
Algernon ripiega il muso sulla coperta distesa a terra e chiude gli occhi. Mi siedo alla sua destra, la schiena appoggiata al muro e le gambe allungate sul pavimento, e provo a lavorare un poco.
Nora telefona per avere notizie e poi Sara e poi Jerome. Coco invece è sotto casa e sale con un vassoio di pasticceria, due mille-feuille con crema Chantilly per me e per Victor. È il suo modo di stringersi a noi, di avere cura di noi:
adesso avete bisogno di panna montata e vaniglia.
Si assicura di non stropicciare la gonna a campana e si accovaccia a fianco del vecchio Algernon. Proviamo a parlare ma poi restiamo entrambi a guardare quel vecchio cane, così profondamente amato, per cui adesso ci sentiamo miseramente inutili; il nostro sguardo accucciato sulla soglia delle sue palpebre, nel caso aprisse gli occhi e volesse dirci qualcosa.
Quando arriva Victor, Coco rifiuta il nostro invito a pranzo e se ne va. Rimasti soli non mettiamo nemmeno i piatti in tavola; non adesso.

16. I cavoli della Vigilia.

Il telefono non trilla più di sei volte di seguito la domenica mattina. Se lo fa dall’altra parte c’è  Coco. E ha un problema.
Victor ha tempo per fare commenti ma non ne ha per alzare la cornetta. (Non alziamo più la cornetta ma è un’espressione talmente bella che la scrivo lo stesso).
In effetti è Coco e ha bisogno di sapere dove può acquistare un certo tipo di biscotti di cui ha letto in un blog: devo farcirli con crema al cocco, mascarpone, cioccolato e rotolarli in un trito di mandorle.
Chi devi uccidere? Le chiede Victor quando gli passo il telefono.
In effetti un dolcetto natalizio, per quanto goloso, dovrebbe permetterti di arrivare a Capodanno.

Victor oggi lavora, come ogni Vigilia. Gli ho visto preparare la vetrina ed era davvero spettacolare. Il cinico Victor ha superato se stesso disponendo i rami di vischio che avevo chiesto a Honoré lungo il perimetro del piano su cui disporrà le sue pietanze. Ne ha fissati alcuni alle travi del soffitto e ha preparato i tradizionali cinorrodi delle rose – lucidi, infiocchettati con il filo di lana bianca – minute gemme benaugurali che a Natale i suoi clienti si aspettano di trovare nelle vecchie tazze, sul bancone.

Io esco con Algernon e andiamo a passeggiare lungo la strada che conduce agli orti urbani di rue Rubens. Cammina volentieri, fiutando a terra con l’interesse dei suoi giorni migliori: indugia a lungo nello stesso angolo, qualche passo e torna dove la traccia è più chiara.
È un cane da caccia e fa ciò che il suo naso gli detta di fare. Negli anni ho visto una lunga sequela di lepri selvatiche e di scoiattoli dileguarsi prima che Algernon terminasse di seguire il loro percorso a terra. Un cane cacciatore non si guarda attorno.
Il padrone di un cane cacciatore invece ha tutto il tempo di guardarsi attorno mentre aspetta il suo cane. Oggi ho potuto accorgermi di quanto degno di attenzione possa essere un orto in pieno inverno. Lo si direbbe inespressivo perché a riposo, spoglio e stinto.
All’interno di una recinzione comune i singoli orti sono divisi tra loro da ordinate staccionate in legno o reti metalliche. Sono numerati e per alcuni di essi il numero è ripetuto su una mattonella fissata al casotto degli attrezzi, come un numero civico.
Evidentemente chi ottiene un orto urbano ne ha cura con la dedizione e l’orgoglio del collezionista. C’è chi lucida gli argenti e chi mette in fila i francobolli; il giardiniere ortolano semina il suo tempo libero nelle aiuole di ortaggi.
Gli entusiasti dell’orticoltura fanno circolo a sé e non badano ai curiosi come me. Sto con le mani in tasca a guardare le file dei cardi avvolti nella carta come io sto chiuso nel mio giaccone in questa mattina di freddo. E poi le larghe foglie dei cavoli, quelle aperte e distese sulla terra dura e quelle ripiegate sul frutto, sodo e umido di galaverna. Cavoli verdi e cavoli viola, ancora nella neve ghiacciata negli orti esposti più a nord.
Sento abbaiare e vedo due retriever che corrono nella nostra direzione. Quando sono finalmente vicini ad Algernon rallentano e poi decidono di ignorarlo per raggiungere il prato poco più in là. Procedono insieme e insieme prendono a giocare, rotolandosi addosso con leggerezza, sotto gli occhi innamorati della loro padrona. Un cane sa bene che il gioco è finzione e mima la lotta mitigando gli affondi, accennando le prese, simulando i morsi.
Il loro pelo chiaro, color dell’ambra, conferisce loro un’eleganza lieve che le confonde in un’unica figura in movimento fra gli arabeschi di nebbia che il loro alito caldo dissolve nell’aria fredda. Vederla mi fa pensare a una cucchiaiata di miele, denso e dorato, immerso nell’acqua calda in una tazza trasparente, rimestato lentamente e lentamente disciolto.
Le osservo e mi accorgo che anche Algernon le sta a guardare. Credo di capire che le raggiungerebbe se fosse certo di poter reggere il confronto con la loro giovinezza. Ci guardiamo e lo accarezzo, chino su di lui.
Davanti a me il piano di lavoro al riparo sotto un pergolato di vite, interamente piastrellato di mattonelle bianche. Pare tutto perfetto. Gli orti e i capanni paiono un presepe.
Meno male che risalendo la strada colgo le ingiurie che un uomo indirizza a un piccolo cane senza guinzaglio che ha tentato di esplorare la sua borsa della spesa. L’uomo si alza dalla panchina su cui si credeva al sicuro e caccia l’animale: di chi è la bestia?
La cattiveria e la maleducazione mi sono di conforto: la perfezione continua a manifestarsi con qualche imperfezione. E io rischiavo di credere nell’incantesimo della Vigilia.

Sébastien e Victor augurano Buon Natale e sono lieti di farvi dono di un piccolo calendario per il nuovo anno (scaricatelo qui).

Supplemento.

Cette semaine on se revoit Dimanche.