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XXIX. 5 fragole.

Ci siamo accorti che stava iniziando a piovere quando la moglie di Marius si è avvicinata al nostro tavolo per chiederci se ci dava fastidio la porta aperta. Allora abbiamo sentito, Marie ed io, l’odore metallico delle prime gocce sul marciapiede.
A quell’ora, il sabato, al caffè non c’eravamo che noi, una donna che sbadigliava sulle pagine del suo smartphone mentre il suo tè si raffreddava e il signore che siede al tavolino in fondo, contro la parete che in quel tratto rientra un poco. Ogni sabato lui siede al suo angolo: un pensionato di cui non è dato indovinare il volto, il cranio lucido sempre chino su una massa di fogli, ma piuttosto la necessità di un cambio di montatura dato che passa il tempo a respingere gli occhiali che gli scivolano lungo il naso. Sempre intento a incolonnare tutte le combinazioni della schedina del Loto; d’inverno porta la giacca sul gilè di maglia e una cravatta fuori moda; l’estate indossa i bermuda e i fogli gli si appiccicano all’avambraccio scoperto e sudato.
Marie è venuta a salutarmi al chiosco e io le ho proposto di cenare con noi. Non abbiamo più molte occasioni di vederla: è giusto, sta crescendo e sta provando a farlo in autonomia frequentando i corsi del Conservatorio e vivendo nella scuola.
Ha quasi diciassette anni e continua ad avere lo stesso sogno che aveva quando era una bambina che piroettava per noi nel corridoio di casa con le pantofole ai piedi: essere ammessa alla scuola dell’Opéra.
Sabato era venuta nel Marais in cerca di un regalo per i suoi genitori:
– forse avrebbero preferito un cuscino per le meditazioni – mi dice sorridendo mentre osservo il candelabro a tre bracci, di vetro, che ha acquistato d’occasione. È minuto, equilibrato e senza fronzoli:
– a me piace che un figlio pensi a qualcosa per una cena romantica dei genitori.
– se riescono a liberarsi degli altri figli – aggiunge lei, lisciandosi contemporaneamente le due ali di capelli lungo il viso. Poi le ferma dietro le orecchie e accenna qualche atteggiamento da grande che ancora le riesce goffo ma che ormai sorge istintivamente nei suoi gesti e nei suoi sguardi.
Usciamo e facciamo salire in macchina i cani. Lascio il finestrino posteriore un poco abbassato perché Gwendolen possa spingere il naso a odorare l’aria umida di pioggia.
Honoré esce dal retro del suo negozio di fioraio con la bicicletta; tira su il bavero della giacca, sale in sella e inizia a pedalare velocemente verso la fermata del métro.

Al semaforo Marie mi racconta che da qualche tempo sua madre trascorre il dopocena sdraiata sul tappeto del soggiorno mentre suo padre rimesta nella campana tibetana che un collega gli ha regalato per il compleanno:
– mamma dice di riuscire a dormire come una bambina, di rilassarsi moltissimo.
– con la vita frenetica che fa credo che si addormenterebbe comunque, anche sul tappeto della cucina con tuo padre che passa la spugna sui piatti.
Io provo a focalizzare Daniel inginocchiato al fianco di sua moglie e mi chiedo se perseveri a orchestrare le vibrazioni universali anche quando Sara attacca a respirare profondamente di sonno. Intanto leggo sul parasole a ventosa sul finestrino dell’auto alla mia destra “non preoccuparti, mantieni la calma” e quando l’auto avanza mi accorgo che ha il lunotto posteriore in frantumi, come se qualcuno lo avesse preso a pugni.
Lo faccio notare a Marie ma diventa impossibile parlare: l’abbaio baritonale di Ernest contro un labrador che segue il padrone reggendo in bocca una manciata di legnetti satura l’abitacolo.
Durante la cena Marie e Victor parlano molto. Victor ha molti più argomenti per interessare Marie che è giovane e rischia di annoiarsi con noi. Dopo il dessert rimango a guardarli ma invece di ascoltare le loro chiacchiere la mia testa ripete la frase che ha pronunciato Marie dopo aver ricevuto il mio invito a cena. C’era della grazia in quella frase; c’erano freschezza e candore.
Ha detto con allegria:
– se avessi saputo di mangiare da voi vi avrei portato delle fragole – poi si è fatta pensierosa ed è parsa delusa – … ma forse ne ho solo più cinque.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

XXI. Inventario.

31, Rue Simonet – Paris 13

Il giovane Aumont abita nell’appartamento che è stato del nonno. Lo si vede rientrare tardi la sera e il sabato pomeriggio salire le scale con la sua ragazza per mano. Vanno a chiudersi in casa e a Sébastien piace incrociarli e sentire le loro risa salire di piano in piano: sono loro adesso la coppia più giovane nel palazzo.

Madame Poulain. Vedova di Monsieur Poulain, Madame conserva due cose della vita coniugale: il figlio e il gatto. Monsieur Poulain era orologiaio, cantava in un coro e ha continuato a credere per anni nell’amicizia maschile tra i suoi vicini piuttosto che rassegnarsi a condividere il pianerottolo con una coppia gay.  Madame Poulain spolvera la foto del marito accanto alla bomboniera di Limoges e finalmente sorride. Adesso si perde volentieri in chiacchiere e compare sulla soglia quando sente i cani di Sébastien di ritorno dalla passeggiata.

I Bonnet. La giovane Madame Bonnet e i suoi tre figli. Ultima ad essere entrata nella citofoniera di palazzo, la vita da divorziata di Madame Bonnet è monitorata con disapprovazione da Monsieur Leval che la sospetta di relazioni immorali di cui probabilmente sente egli stesso la mancanza.

Madame Mercier. Arriva in punta di piedi allo spioncino da cui sorveglia il resto dell’umanità di cui diffida. È ancora molto bella; di poche parole ma gentile. Tiene la televisione spenta e ascolta la musica lirica alla radio.

Monsieur Leval. Impiegato della Société Générale in pensione, consigliere di palazzo auto eletto. Maschera la sua propensione al pettegolezzo fingendo un responsabile interesse per tutto quando possa pregiudicare una quieta vita condominiale. Pedante ma fondamentalmente per bene.

Gli amici di Sébastien e Victor.

 

Coco.

All’anagrafe César, Coco veste da donna da quando aveva tredici anni e sognava di diventare una bluebelle. Commessa in un’esclusiva pelletteria di rue Marceau, veste Chanel  fripe  e nessuno conosce la sua età esatta.
È incapace di cucinare, incline a trasporti passeggeri e ha una risata imbarazzante. Tuttavia è  autenticamente impossibile fare a meno della sua rara umanità una volta conosciuta.

 

 

Jerome.

Una vecchia checca di squisita gentilezza, riservatezza garbata e fine gusto sartoriale. Vive con un coniglio, Nureyev, e con le conseguenze di un attacco ischemico.

 

 

 

 

Sara e Daniel  sopravvivono con alterna fortuna alle numerose attività in cui sono coinvolti i loro quattro figli: Marie, Louis, Amandine e il piccolo Gilbert.
Rose, la mamma di Daniel, abita in Alvernia e non ha nessuna intenzione di trasferirsi a Parigi – non posso: qui ho il mio giardino. Una sua visita significa un invito a cena per mangiare il suo aligot.

  Nora. Deve il suo nome alla madre, danese e lettrice di Ibsen. Ha un’erboristeria, due bassotti e cucina i biscotti con la cannella ogni Natale. Riprende a fare la maglia ogni volta che una delle sue imprudenti storie d’amore finisce.

35. Conversazione sull’arte contemporanea.

Per i suoi figli è un’esperienza sfibrante. Li ho visti crescere e defilarsi appena un margine di indipendenza gliene dava l’opportunità. Non si può dar loro torto: accompagnare Sara nelle sue uscite per gli acquisti può risultare davvero snervante.
Non sempre. Se dispone di poco tempo e ha con sé la lista della spesa si comporta come la maggior parte dei parigini: va di fretta e dimentica di comprare ciò di cui aveva più bisogno.
Tuttavia nella vita caotica di Sara ci sono delle interruzioni, sorta di bolle di sapone in cui viene risucchiata e sospesa. Dice di sentire quando è il momento giusto; dice che si tratta di un’esigenza fisica: allora si rilassa andando in cerca delle novità.
Non fa propriamente shopping, non si lancia in acquisti compulsivi per colmare l’insoddisfazione o compiacere la vanità. Lei dice che è necessario guardarsi intorno per vedere cosa c’è di nuovo sul mercato.
Spesso cerca di coinvolgermi e passa al chiosco a reclutarmi a fine giornata. Ieri mi ha trovato chino sulla mia vecchia bicicletta mentre ingrassavo il bullone arrugginito a cui era fissato il pedale.
Non è facile andare in bicicletta senza un pedale – parlo per esperienza – e io ne ho perso uno attraversando boulevard de Sébastopol. Ho evitato la caduta ma la bicicletta si è piegata a terra e la leva del freno è finita nei miei pantaloni: squarcio a L sopra il ginocchio.
Ho proseguito a piedi, a fianco la bici riaddomesticata, e ho incrociato i passi pesanti di Madame Pilot, sempre più grassa. Era riuscita a infilare le gambe in un paio di leggings a fiori; sulle cosce i petali si dilatavano e sbiadivano. Il tessuto era talmente teso che pareva trasparente, come la pasta del chewing gum quando ci si soffia dentro quanta più aria è possibile.
Monsieur Sébastien ha forato?
No, ho perso il pedale. E ho finto di riderne. Poi le ho mostrato il mio jeans rovinato e lei mi ha detto: andrà benissimo così. Sono in vetrina jeans stracciati che le costerebbero una fortuna.
Io ho finto conforto e lei si è accertata che non avessi ferite mentre si sfilava il golfino rosso e rimaneva in canotta:
fa troppo caldo e sono allergica al polline.
Anche Victor ha iniziato da qualche giorno a starnutire e imprecare contro la primavera. Starnutisce e impreca. Stamane a colazione – gli occhi lucidi e il naso gonfio – ha avuto una brillante intuizione: perché nessuno ha mai pensato a delle mutande con le tasche per tenerci i fazzoletti?

Stavo appunto cercando di sfilare il perno per agganciare il pedale rimediato dall’ex coinquilino di Miguel, che andandosene ha lasciato la bicicletta e un bigliardino in eredità, quando Sara è apparsa al mio fianco.
Questa volta si trattava di fare un sopralluogo nella bottega di prodotti leggeri, sfusi, aperta in rue Beaubourg. Ambiente un po’ asettico per me che avrei preferito l’accoglienza di un negozio di granaglie, ma pregevole la combinazione cromatica degli infiniti cassetti trasparenti in cui Sara ha pescato svariati tipi di pasta e fatto provvista di legumi.
I vasi delle spezie disposti in semicerchio mi hanno fatto pensare al particolare di un quadro sull’arte dei tintori medievali. Mi sarei fermato di più ma Sara ha voluto che la raggiungessi per scegliere insieme una combinazione per una tisana rilassante: ho insistito per il rosmarino anche se lei mi ha detto che con tanti profumi a disposizione mi rivelavo privo di originalità.
Sei prevedibile. Da te mi aspettavo qualcosa di meno banale. Non ti piaceva il sambuco?
Quando Sara dice così è perché da un gay si aspetta sempre eccentricità, arditezza e sensibilità, intesa come sinonimo di empatia sino alle lacrime. Ma io sono un uomo piuttosto convenzionale a cui piacciono gli uomini e il rosmarino nelle tisane.
Mi ha detto che voleva comprare qualcosa per me e mi ha messo in mano qualche sacchetto di carta. Io li ho riempiti con delle farine, di segale, di farro e di mandorle. Mi piaceva il suono delle parole tracciate a mano su un cartoncino; ci penserà Victor a cucinarle.
Nel reparto detersivi per la casa mi stavo annoiando e ho cominciato a chiacchierare mentre Sara studiava i componenti di ciascun prodotto. Sembrava mi ignorasse ma poi mi guardava, spingeva gli occhiali sulla fronte e mi rispondeva:
ma se hai sempre avuto cani.
Si ma all’improvviso ci siamo posti domande inutili. Tipo: una persona quanti cani può condurre al guinzaglio? Compriamo lo sdoppiatore?
Ci stanno da soli in casa?
In casa sono perfetti. E poi sono in due; non sono mai soli..
E allora?
E allora non lo so. Per ora vengono al chiosco con me. Lui è incuriosito dalla gente, lei sta volentieri sul cuscino, dentro. È tutto quasi perfetto capisci?
prendo questo, con cera d’api e birra. Mi passi un contenitore da un litro?

Sulla via di casa ho visto due ragazzi abbarbicati su una scultura, qualcosa simile alla cassa toracica di un cetaceo arenato nei giardini dietro casa. Parlavano e sembrava una di quelle conversazioni confidenziali e profonde fatte in piena adolescenza. Uno stava a penzoloni sulla costola in acciaio e l’altro lo ascoltava a gambe incrociate sullo sterno della carcassa.
Ho pensato che era un modo naturale di appropriarsi dell’arte contemporanea, di farne parte.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

 

5. Indovina chi viene a colazione.

 

Sono stato al saggio di danza di Marie, la figlia quattordicenne di Sara. Me lo sono potuto permettere: l’invito era per il tardo pomeriggio, in tempo perché i genitori fossero usciti dal lavoro e la direzione della Scuola di Madame Rose Fabre potesse offrire un piccolo buffet a base di clafoutis, pomodorini confit, crostoni di salmone, uova in salsa olandese e bignè di formaggio. Un bicchiere di vino scortava le mini porzioni onorandone il gusto, lodando l’arte del buon vivere e riappacificando i nervi con il mondo universo.
A nervi distesi ci hanno invitato ad assistere allo spettacolo nel salone grande e ci siamo accomodati, Sara, Daniel ed io vicini e due amiche di famiglia davanti a noi. Alla fine del programma un bambino della platea – che durante la seconda esibizione era rotolato in prima fila sui cuscini disposti a terra perché i più piccoli potessero stare in compagnia – ha commentato: finalmente!Io ho atteso il mio petit rat nell’atrio della scuola per stringerla tra le braccia e sussurrarle che mi aveva fatto emozionare. Avevo con me un pacchettino rosso in cui lei ha trovato un libro sulle giovani promesse dell’Opéra di Parigi; sapevo che lo desiderava e lei sapeva che prima o poi qualcuno lo avrebbe acquistato per lei ma non si aspettava di riceverlo dalle mie mani. Ha riconosciuto subito la copertina e lo ha stretto al petto mentre posava un dolcissimo bacio sulla mia guancia. Il dolcissimo bacio di una giovane donna.
Presto la mia Marie non sarà più la mia Marie. La danza ha dato al suo corpo una gentilezza delicata e guardarla – con un velo di cipria e i capelli raccolti – cancella ogni immagine della bambina e disegna invece i tratti della donna elegante che presto sarà. Come se, a sua insaputa, lei recasse in sé il presagio di una magnifica metamorfosi in divenire. È visibile a tutti tranne a lei, che continua a giocare come una bambina. Ha scelto la danza tra tutte le discipline che ha sperimentato negli ultimi anni – numerose discipline perché potesse comprendere quale attività più le si addicesse e soprattutto perché fosse occupata in qualche modo nelle ore in cui padre e madre non potevano badare a lei. Adesso si dedica seriamente alla danza e sembra ricavarne felicità.

Siamo usciti insieme e insieme abbiamo percorso il marciapiede sino alla fermata del bus: loro sono saliti sul 18 e io ho atteso il 15. Fuori era già buio e dietro e avanti a noi camminavano le altre ballerine, sacca a tracolla o in spalla al genitore, tensione esaurita e un chiacchiericcio inesauribile: ti è piaciuto?, Madame mi fissava, Dio ero nel panico totale, mi sentivo la calzamaglia prudere e pensavo solo a quello.

Marie si è appesa al mio braccio e si è raccomandata: avrei dovuto fare a Victor un resoconto preciso del saggio e dirgli che nella dedica in frontespizio il suo disegno di una topina in tutu rosa era davvero spaziale.

Una volta salito sul mezzo che mi avrebbe portato nel 13° ho trovato un angolino in piedi accanto a una donna con un bambino e a un ragazzo che sbrigava la sua corrispondenza sullo smartphone. L’unica voce che giungeva in quell’angolo di umanità era quella di una donna di generose proporzioni e ancor più generoso timbro vocale. Probabilmente costretto a rimanere inoperoso per altre sette fermate avrei finito comunque per origliare la sua telefonata, ma si da il caso che era impossibile fare altrimenti.

Madame era in comunicazione con qualcuno che le annunciava il suo prossimo arrivo a Parigi. Lei si diceva incantata dall’idea di incontrare il suo interlocutore e la sua famiglia e insisteva perché annullassero la prenotazione in albergo e alloggiassero invece dalla mamma. Probabilmente erano parenti e secondo lei la mamma non avrebbe accettato per loro altra sistemazione: dovevano essere suoi ospiti. Tempo di congedarsi e Madame chiamava la mamma ed esordiva con enfasi: mamma ti ho trovato ospiti. Poi spariva il sorriso dalle sue labbra e la conversazione continuava: ma no dai. Si fermano solo una notte o due… Una torta e una tazza di latte e hai risolto… No, no che non si fermano a cena… Mangeranno fuori. Alla fine Madame quasi sussurrava, mite: Scusa, grazie mamma.

Devo ricordarmi di questa conversazione quando qualcuno mi dirà di essere tanto contento di ospitarmi.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.