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XXXIX. Il marito della signora Bonnet.

– L’ha vista la puntata di ieri sera?
Avvolgo la voce che mi ha raggiunto alle spalle, aggomitolandola per capire da dove sia partita e mi viene incontro il sorriso disteso di Madame Mercier che si sporge dalla finestra perché io possa vederla dal cortile. Ha steso un asciugamano minuto, come minuta è Madame, al filo teso ai capi della grata alla finestra; lo scosta un poco con la mano come se così potessimo parlarci più agevolmente.
Dal lato del cortile la sua finestra al pianterreno sta in alto come se fosse al primo piano; di qui mi pare di godere della sua vecchiaia discreta incorniciata alla finestra come in un quadro, il volto struccato, proporzionato ed elegante. Tiene il sorriso senza smorzarne la grazia: è il suo modo di accogliermi e di darmi la parola.
Spero non si accorga del mio sforzo di ricordare di cosa stia parlando; quando mi torna in mente l’interesse con cui mi aveva parlato di un reportage di viaggio visto in tv devo confessare:
– era ieri sera, ha ragione. Mi sono dimenticato, mi spiace.
– Non importa. Sabato pomeriggio c’è la replica. Si imparano tante cose.
Le prometto che lo farò e mi riprometto di farlo sul serio.

Lei si ritrae lasciando la finestra spalancata e io vado a gettare la spazzatura e intanto vedo Monsieur Noel del numero civico 29 che affretta il passo nei suoi sandali francescani per assicurare al suo sacco nero un ricovero nel bidone della plastica prima che io occupi lo spazio rimasto.
Accellerando divarica le ginocchia nelle bermuda lunghe e controlla con la mano libera se il suo aspetto è presentabile, lisciando il colletto della camicia con le maniche corte abbottonata fin sotto il collo.
Cambia espressione quando vede che ho con me solo carta e i rifiuti organici. Allora passa ai convenevoli – forgiando un sorriso che dura molto meno di quello di Madame Mercier – e poi mi dice di essere stato in Sologne, al paese della moglie:
– il cugino sta male – e pare sinceramente rattristato ma accompagna le parole con un’espressione più diretta che significa che il cugino della moglie sta per rendere l’anima a Dio. Finisce abbassando lo sguardo – come si fa in queste occasioni – e quando torna a guardarmi mi spiega:
– ho dovuto vendere la casa al mare. La Rochelle, capirà: quasi 500 km e quando arrivi magari ti tocca ripartire perché è morto. Il cognato poi sta anche peggio…
Mi descrive la spiaggia e il mare ed è evidente che gli mancheranno molto. Monsieur Noel è un uomo per bene, prova certamente sentimenti affettuosi per i suoi familiari ed è chiaramente consapevole di non essere più giovane nemmeno lui, ma non può fare a meno di pensare che un parente in fin di vita rovini le vacanze.
E mentre parla mi viene in mente che la scorsa estate lui e la moglie erano stati via per oltre due mesi e al ritorno Monsieur stringeva la mano a chiunque incontrasse nel quartiere e forniva – non richiesto – un breve resoconto del suo soggiorno marino, come si faceva negli anni Settanta dopo una lunga villeggiatura ai bagni di mare.
Monsieur Noel dovrebbe parlarne con la signora delle pulizie. L’impresa è nuova nel palazzo: padre, madre e figlio barbuto e bene in arnese ma noioso. Per ora sono impeccabili e le scale profumano dopo il loro passaggio perché vogliono distinguersi dall’impresa precedente di cui hanno creduto necessario parlare malissimo. La signora disserta di medicina; è ferrata un po’ su tutto – specie la celiachia – e ama approfondire: mio figlio è depresso. Secondo lei gli farebbero bene i fiori di Bach?

Monsieur Noel ha affrettato il congedo quando ha visto uscire dalla porta del mio palazzo Leval. Non è bastato perché ha dovuto subire parte di una requisitoria sul tubo di scarico comune alle nostre case.
– E la moto ce l’hai ancora? – gli ha chiesto infine Monsieur Leval. I due si conoscono da che Noel teneva la sua motocicletta all’entrata del garage e non sotto un lenzuolo di cotone spesso contro la parete in fondo. E poi Monsieur Noel si è sempre prestato con tutti per le piccole riparazioni.
Riconosco il momento propizio alla mia uscita di scena e mi avvio. Ma oggi Monsieur Leval non fa sconti e mi dice:
– ancora una cosa – e riattacca col tubo.
In realtà la questione annoia anche lui ed esce nuovamente di tema:
– io non me la potevo permettere la moto da ragazzo e l’affittavo. Sono sempre stato moderno. Ci andavo a trovare la mia ragazza, Joséphine. I miei non volevano.
Non posso andarmene ora.
– Quando sono tornato a casa dei miei l’ultima volta, mi hanno detto che c’è ancora: è ancora viva.
Non so se cogliere in lui la tenerezza o l’orgoglio di una conquista di gioventù. Tuttavia è lui a offrirmi l’occasione di andare via mostrandomi una bolletta:
– vado a pagarla. È dell’alloggio di mia figlia: io sono solo usufruttuario ma poi chi paga tutto sono io – si compiace: non è il solo genitore a intestare le proprietà ai figli per poterglielo rammentare continuamente e celebrarlo in pubblico.
Ce ne andiamo insieme e al momento di separarci mi fa una confidenza:
– il marito di Madame Bonnet viene da una famiglia di odontoiatri. Sono tutti o-d-o-n-t-o-i-a-t-r-i.
Si fa serio e allora mi faccio serio anch’io. Dunque il compagno di Madame Bonnet passa di ruolo per meriti acquisiti da altri: lo scaldaletto è stato promosso marito.

 

La sera, prima di andare a dormire intravedo dalla finestra della cucina il giovane Aumont nel cortile che butta la sua immondizia: rapido, agile, efficiente. Persino il sacco che gli dondola al dito è agile e snello – poca roba – e agilmente salta nel bidone. Nessuna interruzione.


On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

XXXVI. Lancette ferme.

Il fondo delle tende si muove in modo quasi impercettibile ma fuori sul terrazzino le foglie ovate dell’ortensia bianca si agitano inequivocabilmente. L’aria inquieta che prelude al temporale attraversa la porta aperta sul cielo grigio e muove la balza della bergère su cui dorme Ernest.
Gwendolen ha già fiutato nell’aria che odora di umido la minaccia di un rovescio, di un acquazzone come quelli di cui abbiamo udito l’eco tutto il giorno. Sta sull’avviso da quando siamo rientrati a casa; diffida di ogni mio gesto abituale perché è imprudente di fronte al pericolo e mi gira intorno a passi furtivi per attirarmi dove ha scelto di aspettare che tutto passi.
Chiudo una finestra per evitare correnti d’aria e mi tolgo le scarpe in bagno. Compare sulla soglia e corre a sedersi tra la mia gamba e la vasca.
– Andiamo in cucina? – la guardo negli occhi, rimpiccioliti a due punte di spillo dall’intensità dello sguardo. Le accarezzo il cranio indugiando sull’osso marcato in cima all’attaccatura delle lunghe orecchie: di solito le piace ma ora non serve a nulla.
In cucina viene a racimolarsi sotto il lavello e allora arriva anche il maschio che riesce ad occupare lo spazio rimasto tra il lavello e il gas. Io faccio scivolare nella vasca i pomodorini acquistati per Victor ma riesco a fatica a ruotare il rubinetto dell’acqua con loro tra i piedi.
È tardi ma non ha più importanza: a questo punto della giornata le lancette rallentano la loro marcia, rompono le righe.
A quest’ora Madame Poulain ha già rassettato la cucina e scelto cosa guardare in televisione prima di andare a dormire. “Adesso che sono sola non voglio andare a letto senza prima aver sistemato tutto. Se dovesse capitarmi qualcosa devono trovare la casa in ordine” mi ha detto qualche giorno fa sul pianerottolo dove era uscita per salutare i cani.

– È tornato lo scaldaletto! L’ho visto che posteggiava qui sotto…
Victor entra in casa e i cani si distraggono per andargli incontro.
– Sei pettegolo e moralista- mi avvicino anch’io.
– È Leval che lo chiama così. Io mi adeguo.
Victor si beffa del puritanesimo posticcio su cui si erge Leval per puntare il dito contro il compagno di Madame Bonnet – che è divorziata e ha figli – un rappresentante di commercio che capita di incrociare per le scale con una certa discontinuità.
Lo guardo mentre sta accovacciato nell’entrata e lascia che Ernest gli lecchi l’orecchio. Mi allunga la posta che io ho scordato di ritirare in buca e mi chiede cosa voglio nella crêpe salata:
– dobbiamo mangiare in fretta perché poi voglio fare i pomodorini confit.
– Te li ho messi di là ma non li ho ancora sciacquati.
Nessuno sa portare dei capi vecchi con l’eleganza di Victor. Anche adesso che si alza a fatica da terra e si asciuga la guancia con il fazzoletto.

Il temporale è durato pochi minuti. Qualche goccia di pioggia è arrivata sul vetro e il buio ha tinto di scuro le foglie dell’ortensia che di giorno appaiono ingiallite tra le nervature malgrado il trattamento che Honoré mi ha detto di ripetere ogni settimana.
Finalmente Gwendolen si è abbandonata al sonno nella piega del corpo più lungo di Ernest. Solo domani al risveglio si offrirà completamente alle carezze, supina, a bocca socchiusa, aspettando di essere toccata lungo la schiena per distendere le gambe.
Prendo un libro con l’intenzione di finirlo ma scivola lungo il fianco della poltrona mentre scopro un documentario sulla Tate in tv. I quadri di Alfred Wallis: uno sconosciuto fino a stasera.
I muretti bianchi e il mare di Wallis mi ricordano la Bretagna, di cui ho sempre un disperato bisogno. Mi pare di essere ancora sulla spiaggia, una sera d’estate, quando l’imbrunire si allunga oltre l’ora di cena. Dietro il muro basso a cinta di una casa di pietra una donna e i suoi ragazzi pescavano da una pentola nera i gusci schiusi delle cozze bollenti.
In seguito ho immaginato tante volte di sedere a quella tavola, a pochi passi dal mare.
Lo dico a Victor credendo che abbia dimenticato ma la sua voce è chiara:
– Locquirec. Eravamo a Locquirec.
Non lo ha dimenticato.

– Cazzo! Perché le cose vengono messe in frigo senza il coperchio?
Non lo vedo ma so ugualmente come sta lavorando, tenendo in punta di dita gli ingredienti, chino sulla teglia, con i barattoli delle spezie disposti in fila e gli avanzi dell’aglio raccolti in un piatto.
Ovviamente lo ignoro.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

XXI. Inventario.

31, Rue Simonet – Paris 13

Il giovane Aumont abita nell’appartamento che è stato del nonno. Lo si vede rientrare tardi la sera e il sabato pomeriggio salire le scale con la sua ragazza per mano. Vanno a chiudersi in casa e a Sébastien piace incrociarli e sentire le loro risa salire di piano in piano: sono loro adesso la coppia più giovane nel palazzo.

Madame Poulain. Vedova di Monsieur Poulain, Madame conserva due cose della vita coniugale: il figlio e il gatto. Monsieur Poulain era orologiaio, cantava in un coro e ha continuato a credere per anni nell’amicizia maschile tra i suoi vicini piuttosto che rassegnarsi a condividere il pianerottolo con una coppia gay.  Madame Poulain spolvera la foto del marito accanto alla bomboniera di Limoges e finalmente sorride. Adesso si perde volentieri in chiacchiere e compare sulla soglia quando sente i cani di Sébastien di ritorno dalla passeggiata.

I Bonnet. La giovane Madame Bonnet e i suoi tre figli. Ultima ad essere entrata nella citofoniera di palazzo, la vita da divorziata di Madame Bonnet è monitorata con disapprovazione da Monsieur Leval che la sospetta di relazioni immorali di cui probabilmente sente egli stesso la mancanza.

Madame Mercier. Arriva in punta di piedi allo spioncino da cui sorveglia il resto dell’umanità di cui diffida. È ancora molto bella; di poche parole ma gentile. Tiene la televisione spenta e ascolta la musica lirica alla radio.

Monsieur Leval. Impiegato della Société Générale in pensione, consigliere di palazzo auto eletto. Maschera la sua propensione al pettegolezzo fingendo un responsabile interesse per tutto quando possa pregiudicare una quieta vita condominiale. Pedante ma fondamentalmente per bene.

Gli amici di Sébastien e Victor.

 

Coco.

All’anagrafe César, Coco veste da donna da quando aveva tredici anni e sognava di diventare una bluebelle. Commessa in un’esclusiva pelletteria di rue Marceau, veste Chanel  fripe  e nessuno conosce la sua età esatta.
È incapace di cucinare, incline a trasporti passeggeri e ha una risata imbarazzante. Tuttavia è  autenticamente impossibile fare a meno della sua rara umanità una volta conosciuta.

 

 

Jerome.

Una vecchia checca di squisita gentilezza, riservatezza garbata e fine gusto sartoriale. Vive con un coniglio, Nureyev, e con le conseguenze di un attacco ischemico.

 

 

 

 

Sara e Daniel  sopravvivono con alterna fortuna alle numerose attività in cui sono coinvolti i loro quattro figli: Marie, Louis, Amandine e il piccolo Gilbert.
Rose, la mamma di Daniel, abita in Alvernia e non ha nessuna intenzione di trasferirsi a Parigi – non posso: qui ho il mio giardino. Una sua visita significa un invito a cena per mangiare il suo aligot.

  Nora. Deve il suo nome alla madre, danese e lettrice di Ibsen. Ha un’erboristeria, due bassotti e cucina i biscotti con la cannella ogni Natale. Riprende a fare la maglia ogni volta che una delle sue imprudenti storie d’amore finisce.

XV. Il pattume di santo Stefano.

Preferisco muovermi a sipario calato, tra gli indizi di ciò che sarà o le tracce di ciò che è stato. Non si tratta affatto di una rinuncia al frastuono della vita. Affatto. In effetti è dietro le quinte che accadono le cose più eccitanti, esplode la verità.
Così la sera della Vigilia ho diretto i passi al seguito del lampeggiante del furgone che girava in tondo per spazzare la piazzetta del mercato. A quell’ora le borse della spesa stavano già nelle cucine dove sarebbero state svuotate per preparare il cenone; in piazza restava la luce del lampeggiante che illuminava a intermittenza cassette della verdura, scarti di pesce nel ghiaccio triturato del polistirolo, mazzetti sfatti di prezzemolo, i petali legnosi dei carciofi, i mandarini ammaccati.
Il macellaio passava lo strofinaccio sul banco di lavoro e il pescivendolo innaffiava con la pompa gli scalini del suo furgone. La panettiera aggiungeva altro scotch agli angoli del foglio affisso al suo furgoncino: “guasto”.
Io camminavo in mezzo a loro, illuminato a intermittenza dal lampeggiante, ed era come se riuscissi a percepire lo sfrigolio della cipolla nelle padelle, lo sfumare del vino, l’arrugginire della sfoglia nel forno.
Una volta a casa ho messo in tavola i vecchi piatti bordati di filo dorato e ho cercato i tovaglioli rossi, quelli che vanno lavati da soli perché stingono. Intanto Victor stava probabilmente adagiando una quenelle ai funghi porcini nella vaschetta mentre l’ultimo cliente del negozio osservava i suoi gesti.
Quando sono sceso in cantina per prendere l’acqua la famiglia Bonnet stava sul portone. In partenza: la figlia reggeva le borse con i pacchetti, al figlio le bottiglie e la madre con una teglia oscurata dalla carta stagnola. Madame Bonnet si è avvicinata per baciarmi e il figlio ha chiamato l’ascensore per me. Le cose stanno cambiando: all’inizio stavano sulle loro e il ragazzo era un adolescente, sfuggiva ai saluti e respingeva il genere umano di cui ora deve essersi reso conto di far parte.
Dall’ascensore è uscito Monsieur Leval che, prima di qualsiasi altra cosa, mi ha detto:
– cos’è quello? – rizzando l’indice contro le mie sei bottiglie.
– acqua.
– quanto sodio ha?
Inizio a sentirmi in colpa quando mi interroga e non so rispondere. Mi ha detto che il medico è stato categorico: 1,3.

Al pari dell’albero con il vecchio filo di luci fisse, il cassonetto del 26 è qualcosa che mi aspetto di trovare esattamente uguale ogni anno. Non è Natale, o meglio non è stato Natale se il giorno dopo non sbordano dai cassonetti la carta da pacco e le confezioni di cartone. E quelle che mi commuovono sono sempre le scatole che hanno contenuto i giocattoli.
Dunque tutto secondo il copione anche questa volta e oggi si rappresenta l’ultimo dell’anno e di nuovo sto come un direttore di scena a osservare: i fondali, le luci, le entrate e le uscite degli attori.
Servo un cliente mentre sfreccia sul marciapiede un ragazzo che non vedevo da un po’. Guida una bike sharing arancione; sorrido: certamente rubata. È un ladro di quartiere, denunciato e poi tollerato da tutti perché non fa gran danno.
È piccolo e magro ma veste abbondante; ha il naso aquilino e pupille di pece diffidenti come quelle di un cane randagio: biglie senza iride. Probabilmente si starà augurando grosse refurtive per l’anno a venire.
– Paris Match per favore. E Le Point.
– Ecco: a lei. Buon anno.
– Grazie. Buon anno.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.