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I. Coq au vin.

– È amaro.
– …?
– l’ho assaggiato tempo fa. Ma non l’ho mangiato. Hanno la carne scura. E amara.
Stavamo guardando un gruppetto di cornacchie grigie, io e Gustave. Stavamo appoggiati alla staccionata che ha costruito più di dieci anni fa con il legno dei suoi abeti e che suo figlio Bernard ha riparato in questi giorni; io pensavo fossimo entrambi interessati alla strategia con cui le cornacchie avrebbero dissuaso il vecchio Filù dall’avvicinarsi alla carogna che intendevano contendersi tra simili. Invece la curiosità di Gustave non riguardava l’etologia.
Filù batteva la ritirata mostrandosi fieramente superiore alla disputa per quei pochi resti di carne maleodorante. Quelle, non paghe, gli gracchiavano contro gli ultimi insulti mentre il vecchio bobtail passava sotto lo steccato e tornava a casa.

Victor non ha mostrato alcuno stupore per l’episodio:
– quando ero bambino mi portava con sé nel fienile. Piazzava delle cassette di legno fra trave e tegola – e mi mostra come venivano sospese mimando il gesto di tenere il filo tra pollice e indice – e quando i colombi ci facevano il nido tornavamo a prendere i piccoli. È una carne prelibata – e cala pollice e indice pinzati sulle labbra chiuse per rafforzare l’idea della bontà del boccone – una vera squisitezza.
Siamo nella campagna normanna, punteggiata di torri colombaie – vi sono più piccionaie che villaggi che danno il nome a un formaggio e il dato mi pare significativo – e tuttavia la modalità con cui Gustave compiace i suoi appetiti e sperimenta pietanze inedite mi procura una certa tristezza.
Probabilmente lo sbaglio è mio: devo abbandonarmi alla rilassatezza della campagna e ai suoi istinti. Victor è pienamente a suo agio – torna alle origini – e i nostri cani sono diventati dei selvaggi. Persino la Senna da queste parti ha l’aria di prendersi meno sul serio: è lo stesso fiume su cui si riflette Parigi ma qui rallenta, si allarga tra le rive su cui vegliano fila di salici carichi di vischio e sbatte flemmatica sul molo dei piccoli villaggi raggruppati attorno a un campanile di pietra. Come il ventre libero dal corsetto si rilascia, molle e disteso, così fa la Senna, affrancata dagli argini in muratura che la contengono in città.

L’unica costrizione a cui Gustave si sottopone senza disagio è la cintura dei pantaloni stretta a metà ventre. A ottantaquattro anni Gustave indossa il pantalone della festa di quando pesava una taglia in più; lo racimola sopra l’ombelico e lo assicura alla cintura in pelle a cui ha fatto aggiungere due buchi. Il risultato è atipico ma molto personale.
In verità, tutto quanto in lui può apparire ingenuo costituisce un aspetto della granitica filosofia di Gustave: sopravvivere ai cambiamenti del mondo perseverando nel proprio stile di vita.
La scorsa estate ci aveva mostrato i nomi che i dottori davano alle macchie che ha in  volto – cheratosi attiniche, epiteliomi, granulomi – e adesso ci ha chiesto se ci sembravano credibili le ragioni che intendeva accampare per evitare i rimbrotti del medico.
La nuora, Margot, ha pensato che io o Victor potessimo indurlo alla ragione – magari non osa contraddirvi – e noi abbiamo parlato molto seriamente della necessità di sottoporsi alle cure. Gustave si è fatto grave e si è detto d’accordo – sono loro i medici e bisogna seguire i loro consigli, loro sanno ciò che è meglio – e ho il sospetto che si sia molto divertito prendendosi gioco di noi tutti.Insomma Gustave è un contadino normanno d’altri tempi. Rispetta i suoi animali e a modo suo prova dell’affetto per loro. Ciò nonostante pensa che un animale debba cavarsela da sé e, malgrado non ne faccia una questione di soldi, rifiuta di portare il cane o il gatto dal veterinario.
Una vacca è un’altra cosa: è un investimento e quindi il veterinario può essere convocato in cascina per preservarne il buon andamento. Altra faccenda se il malato non produce reddito e pur rendendosi utile non è indispensabile: il gatto che caccia i topi è utile ma agevolmente rimpiazzabile. In questo caso Gustave conta sulla buona volontà dell’interessato e su una sorta di auto rigenerazione che dovrebbe essere in grado di sviluppare.
Sabato l’ho visto chino sotto la siepe che circonda la sua rimessa.
– Sto cercando la gatta. L’altra era sparita da giorni e poi l’avevo trovata morta qui sotto.
Posto che tutti i suoi animali vadano a morire sotto la stessa siepe, mi è parso scoraggiante pensare al peggio senza concedere alla gatta un’alternativa.
In effetti Gigi, la micia che in casa di Margot ha un nome e un posto sul divano, è stata avvistata accanto alla legnaia, macilenta e con un rigonfiamento sospetto dietro l’orecchio.

Victor ha accompagnato Anne, una delle figlie di Margot, alla clinica dei dottori Moreau. Più tardi li ho raggiunti anch’io, in bicicletta. Abbiamo trascorso quasi tutto il pomeriggio tra la sala d’aspetto e il cortile dell’ospedale, un basso edificio ecosostenibile. Un sabato pomeriggio trafficato con due urgenze: due cani finiti sotto una macchina, l’uno perché investito e non soccorso e l’altro perché ha attaccato una jeep sulla strada a margine del campo di barbabietole che ha creduto di difendere.
Un uomo che faceva visita a un jack russell, un uomo alto e tarchiato, lo chiamava il mio piccolo coglione. Lo guardava dall’alto mentre la moglie si era seduta a terra accanto al cane immobilizzato da un’armatura di fasce. Era chiaro l’imbarazzo con cui il padrone cercava di gestire la tenerezza che provava per quel coso di pelo. Quando l’ha sollevato piano per restituirlo all’infermiera aveva gli occhi lucidi; li ha seguiti con lo sguardo sino a che non sono scomparsi alla vista.
Ero da solo quando una macchina è stata avviata nel parcheggio, vicino a me: un bambino inginocchiato sul sedile posteriore stava piegato sul vano del bagagliaio per consolare il suo cane, disteso inerme. Quando il bimbo si è girato per sedersi, probabilmente per ubbidire a chi stava alla guida, l’ho visto piangere. Ho pensato che tutti gli animali dovrebbero avere un compagno pronto a piangere per loro.

Scusandosi per il tempo di attesa la dottoressa ha preso Gigi in braccio e l’ha accarezzata un poco. L’ha visitata a lungo per approfondire una prima diagnosi: otite. Gigi aveva la febbre alta e necessitava di una cura antibiotica. Con l’occasione è stato fatto sfogare un ascesso che covava dietro l’orecchio ed è stato notificato lo sfratto a una numerosa colonia di parassiti alloggiati nel suo lungo pelo.
Lo spirito con cui siamo tornati a casa era uno spirito lieto. Il nonno non ne avrebbe saputo nulla – evitando discussioni sterili – e gli avremmo raccomandato semmai di vigilare sui pasti di Gigi. Avevamo salvato il diritto dell’animale alla vita dignitosa.
Victor stava facendo manovra davanti casa e io svoltavo in cortile quando Margot ci è venuta incontro. Tempo di raccontarle sommariamente com’era andata e ci ha raggiunti la voce di Gustave:
– questo ve lo portate a Parigi e ve lo fate al vino.
Teneva il braccio sollevato e portava in trionfo quello che considerava un bel regalo: aveva ucciso il gallo e aveva lavorato per più di un’ora per spennarlo scrupolosamente. Sorrideva.
– Oh ecco dov’eri, la mia gatta. Vieni che ti do da mangiare.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

19. Un’ancia palustre nell’acquario.

Georges è a Parigi. Georges e il suo oboe sono a Parigi. Ha tre concerti in programma prima della fine del mese e ci ha telefonato per informarci e combinare una cena insieme.
Il figlio di Bernard e di Margot è molto importante per Victor. Credo sia in parte perché è uno dei primi bambini che ha visto crescere; Victor aveva poco più di vent’anni quando nacque Georges e proprio non si capacita di come sia diventato un uomo.
Nello spirito che anima Georges, nel suo modo di proporsi agli altri, ritrovo la compostezza dei faggi e delle querce della foresta di Brotonne, ai bordi della quale Georges è cresciuto, e un naturale senso di libertà che deve aver appreso giocando nei campi tutto intorno e che fa di lui un uomo accessibile e cordiale.
Georges ha lavorato molto per farsi una solida cultura musicale e oggi si esibisce con formazioni di genere diverso: nei prossimi giorni suonerà con l’Orchestre de Paris e a febbraio tornerà a Parigi con un quartetto jazz. Alloggia da un’amica, una cantante, stazione La Motte-Picquet-Grenelle e coinvolgiamo anche lei per una cena venerdì sera; lasciamo che sia Victor a prenotare dove crede.

Ma io e Georges ci vediamo prima. È passato al chiosco di giornali finite le prove e mi ha chiesto di accompagnarlo in un negozio nel XV dopo la chiusura.
Gli dico di sì senza capire dove vuole andare. Lo scopro quando siamo già seduti in métro: siamo diretti a un grande magazzino dove è possibile trovare una singolare varietà di pesci diversi, procurarsi il necessario per garantire il loro benessere e trascinarsi in casa acquari di dimensioni imbarazzanti.
Ignoravo che Georges nutrisse tanto interesse per i pesci e in quanto a me ho creduto di potermi affezionare a un pesce rosso solo quando avevo 13 o 14 anni. Ma la conversazione tra noi languiva e me ne sono presto disinteressato.
Comunque ho seguito Georges e lui mi ha insegnato a osservarli. Mi ha raccontato che si è accorto dell’universo che può contenere un acquario quando ha dovuto ripescare un’ancia:
un momento di rabbia. Stavo discutendo ed è finita dentro.
Esattamente cos’è un’ancia?
Sorride: è una linguetta, una lamina che vibra e fa suonare gli strumenti a fiato. E mima il movimento. Poi sta fermo accanto a me, sento il suo respiro e il mio: ci passerei delle ore a osservarli. È molto rilassante.
Georges non insiste ma seguiamo insieme le evoluzioni di un pesce palla – un canthigaster valentini – in un acquario di dimensioni medie posto all’inizio di un lungo corridoio: un pesce come questo quando è affamato non si da pace sino a che ha trovato qualcosa. Vedi come esplora ogni angolo?
Provo seriamente a osservare il comportamento del pesce e scopro che ha dei raggi azzurri attorno all’occhio: sono di una lucentezza potente e molto bella.
Georges continua il suo racconto e mi dice che l’acquario in questione era piuttosto grande, soprattutto in proporzione all’appartamento in cui stava. La proprietaria era un’interprete, una francese che viveva nella periferia di Vienna, e lei e Georges si sono amati tanto quanto consentivano due temperamenti inconciliabili. Di più non era possibile:
sulle cose importanti eravamo troppo lontani. Non potevamo costruire nulla insieme.

Christian Dior. 1967, Londra. Corbis.

Nella vasca vicina c’è una coppia di hypancistrus contradens, di una bellezza aerea: indossano un doppio strato di piumette bianche e nere su un abito da sera Dior.   Davvero, è elegantissimo in quella guaina nera maculata di pois bianchi.
Il corridoio è molto lungo e percorrendolo non diminuisce la mia curiosità: i contorni netti delle figure geometriche sui loro corpi, la trasparenza delle pinne e la lentezza con cui ondeggiano i lunghi baffi di alcuni. Alla fine andiamo verso una saletta e ci sediamo a un tavolino e acquistiamo due cioccolate bollenti dal distributore di bevande. Una renna con il berretto di lana ci ricorda di approfittare delle promozioni natalizie ma noi usciamo senza aver fatto acquisti.
Gli chiedo se ha più visto il nonno, Gustave, e Georges si mette a ridere e mi narra una delle ultime telefonate. Era indispettito perché non riusciva più a vedere France 2. Al nipote era parso strano ed era andato a controllare: il canale si vedeva perfettamente ma non andava in onda la trasmissione che segue ogni sera perché il presentatore aveva avuto un incidente. Ti rendi conto? Identificare un canale con una persona? Quando gli ho detto dell’incidente era preoccupato come se si trattasse di un amico.

La cena di venerdì è stata divertente e inoltre molto rilassante. Georges e la sua amica, una soprano di Nanterre, ci hanno parlato di musica come se io e Victor fossimo in grado di capire. Mi ha fatto pensare a un amico a cui piaceva che il professore di letteratura dell’università ripetesse spesso come voi certamente saprete: finalmente qualcuno che non generalizzava sull’ignoranza dei più giovani; si sentiva rispettato.
Il giorno dopo ho saputo da Georges che l’amica gli aveva consigliato di aprire gli occhi al cugino di sua madre. Era sicura che io nutrissi un certo interesse per Victor – non vedi come lo guarda? – e che Victor non potesse ricambiare.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

1. Parentesi chiusa.

Difficile torni utile un flacone di crema protezione solare numero cinquanta. Difficile torni utile a me o a Victor che di norma rifiutiamo l’idea di esporci al sole. In ogni caso trovo un posto nell’armadio per il flacone 60 ml: un regalo non si getta e questo in particolare.
Avvolto nella carta verde della Farmacia Fratelli Gautier, stava nelle mani di Gustave, il padre di Bernard, il giorno della nostra partenza per Parigi.
La mattina in cui la nostra macchina stava in moto in mezzo al cortile della fattoria di Margot e Algernon seduto nel bagagliaio tendeva il tartufo a fiutare l’aria dal finestrino abbassato, tutta la famiglia di Bernard era presente per i saluti.
Gustave rigirava il suo pacchetto tra un callo e l’altro del palmo, le gambe allargate e ancorate a terra dagli zoccoli pesanti. Quando è stato il suo turno ha abbracciato Victor e improvvisato una battuta sulla vita inutile dei parigini e poi ha stretto anche me facendo scivolare nelle mie mani il suo elisir: così lo provi anche tu.

Gustave è un fiero contadino normanno di ottantatre anni e non si rassegna all’idea di dover seguire le prescrizioni del medico che giudica alquanto ingenue – è giovane, deve farsi.
Gustave ha le proporzioni di un armadio a due ante, basso e capiente; la natura ha cosparso le sue braccia e il petto di una folta peluria ormai canuta, ma il cranio che ama grattarsi come a racimolare i pensieri è definitivamente calvo e il vecchio gira calzando un cappellino di cotone a larga tesa su cui campeggia fluorescente il nome del suo fornitore di gasolio.

Gustave non riesce a comprendere come possano essere pericolosi quei rigonfiamenti della pelle che maturano attorno agli occhi. Gli danno fastidio ma gli da più fastidio dover correre in ospedale per farseli cavare; addirittura l’ultima volta un’infermiera lo ha attaccato con un termos che sprigionava fumo.
Di fatto la crioterapia con azoto liquido poco ha giovato. Cheratosi attiniche, epiteliomi, granulomi: parole che il dottore mette in fila sulla sua cartella clinica e pretesti per raccomandargli di evitare l’esposizione al sole.
Il cappellino di cotone a larga tesa è più che sufficiente secondo Gustave, ma ha acconsentito ad acquistare la crema protezione 50 e ha pure deciso di provarla: ne ha spalmato un po’ sulla palpebra e sul naso prima di coricarsi e si è risvegliato la mattina con la pelle liscia liscia.
Adesso la raccomanda a tutti. Ne basta poca, prima di andare a dormire.

Dono squisitissimo di una squisitissima amica.

La parentesi sulla stagione estiva può dirsi chiusa. Detesto la città senza cittadini: non odora più, tace e sopravvive a sé stessa. A Victor a metà agosto già mancavano i voli delle anatre alla foce della Senna. A me mancavano i passaggi del tram alla fermata del 54.

Torna a scorrere la solita umanità davanti al chiosco e torno a impilare giornali sugli espositori.
Torna Madame Pilot, sempre più grassa. Madame non ha mai messo in discussione il suo guardaroba che credo risalga a una giovinezza meno florida. Oggi indossava un paio di pantaloni kaki che era riuscita ad abbottonare sotto la pancia, con sforzo supremo di un unico bottone impiccato all’asola e un misero tentativo di chiusura della cerniera che lungo la salita si arrendeva a qualche centimetro dalla meta, rimanendo aperta e svelando il candore della pelle di Madame.

Madame acquista sempre le stesse cose e ha sempre gli spiccioli contati; nel caso ci sia stata una variazione di prezzo si sente in dovere di giustificare la mancanza di altro denaro: sta comprando per conto di altri e non le hanno dato abbastanza, ha scordato il portafoglio, ha preso la borsa sbagliata. Se ne va e torna più tardi con la somma giusta.
Non è una necessità la sua. Piuttosto un’abitudine. Madame Pilot non ha problemi economici, non in particolare. Ha sempre fatto la bustaia, alle dipendenze di Monsieur Armand Clobel, Confezione busti Corsetteria, rue S. nel Marais.
È curioso che la signora che cammina trattenendo il fiato per appiattire il ventre sia in grado di capire che tipo di biancheria indossiamo, che un suo sguardo frettoloso sia capace di individuare i difetti che potremmo correggere.

Inizia a scendere qualche goccia. Algernon entra nel chiosco. Si alza l’odore della pioggia.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.