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39. Doc.

– Capisco cosa voleva dire. I petali del tulipano appassiscono in pochi giorni. Per goderseli è bene tagliarli e tenerli in vaso, in casa. Se recidi lo stelo dai modo alla pianta di accumulare le sostanze nutritive nel bulbo, dove serve. In caso contrario la pianta spreca tutte le risorse per produrre i semi.
Honoré ha compreso pienamente quanto intendeva dire Rose.
Ci ho ripensato in questi giorni: io che le domando come se la passa e lei che si rammarica per i tulipani sciupati dai temporali.
– non mi ha praticamente detto nulla di sé.
Honoré non ci vede nulla di strano:
– chi coltiva un giardino lo accoglie nella sua vita.
Finisce di sistemare un cesto di azalee bianche e rosa in vetrina. Poi ritorna al bancone, avvolge il nastro verde e infila il roccolo sul piolo alla parete, dietro di lui.
– io ho un piccolo spazio dietro casa – mi dice guardando altrove – poco più di una grossa aiuola – sorride girandosi verso di me.

D.PAULVE, J.L.BERTINI, La campagne à Paris, Paris, Hoebeke.

Honoré mi ha invitato a casa sua. Ci conosciamo da anni ma insieme non siamo mai stati oltre la linea immaginaria che unisce il mio chiosco di giornali al suo negozio di fioraio. Ho deciso di andare a trovarlo perché quando me lo ha proposto sembrava tenerci davvero.
Vive nel seminterrato di un palazzo a tre piani in rue Buot, Butte aux Cailles. Oltre una piccola cucina vicina alla porta d’entrata, ha una stanza abbastanza ampia, stretta e lunga, illuminata da un’ampia vetrata che occupa quasi interamente la parete più corta.
– è bellissimo qui – gli ho detto mentre mi mostrava una poltrona su cui sedere.
– sapessi gli spifferi d’inverno.
Sono rimasto in piedi sperando mi mostrasse le sue piante e lui lo ha fatto tradendo un sentimento misto di eccitazione e di esitazione.
Uno zoccolo basso di cemento delimita una striscia di terra lunga una decina di metri e disposta a ferro di cavallo. Contro la vetrata e intorno alle finestre del piano terra s’inerpica una Princesse Marie, una rosa di cui adesso vedo solo i boccioli.
– fiorisce più avanti e non ripete la fioritura – mi spiega Honoré – è una varietà antica.
In terra riconosco i mughetti e l’aria è pregna della fragranza del gelsomino attorcigliato alla grondaia. Per un lungo tratto l’aiuola è riempita dalla lavanda; ancora non spuntano i gambi dei fiori che presto sovrasteranno il compatto cespuglio di pallido verde.
Ma ciò che inorgoglisce maggiormente Honoré sono i tulipani – gli Esther, i Negrita, i Regina della Notte – alternati ai muscari là dove l’aiuola si piega in un arco, di fronte alla vetrata.
Intanto è arrivato un ragazzo sulla trentina. Quando me ne sono accorto ormai era vicinissimo, alle mie spalle. Teneva un braccio piegato sul petto, col pugno chiuso come a contenersi, e sembrava impaziente di superarmi. Mi sono scansato e lui ha fatto qualche passo ed è andato a estirpare l’erba cresciuta tra i mughetti. Sembrava soddisfatto e tenendo in mano il ciuffo di erbaccia eliminata mi ha finalmente rivolto un saluto.
– lui è David, mio fratello – Honoré ci ha presentati; mi ha stretto la mano ma pareva interessato ad altro. Poi è sparito dietro una porta rossa.
– devi vedere i lavori di cui è capace – ha detto Honoré e lo ha seguito invitandomi a fare altrettanto.
In effetti dietro quella porta David era già tornato al lavoro. Pareva molto concentrato nella riproduzione di una margherita su cui si arrampicava una minuscola coccinella rossa. Attorno al tavolo a cui stava seduto erano appesi altri disegni simili, acquerelli che ritraevano fiori e insetti.
Mentre li osservavo, senza smettere di ripassare i contorni dei petali, David ha raccontato quanto fosse liberatorio annullarsi nell’arte miniata di un erbario dipinto.
Sembrava compiaciuto dalla mia curiosità e parlava volentieri:
– non mi interessa la botanica e nemmeno gli insetti, ma mi perdo nei dettagli di cui sono fatti.
– David è un illustratore di libri per l’infanzia – ha rivelato Honoré, ma è stato subito ripreso:
– lo sono stato.
Honoré è tornato in giardino e io con lui. Ha accennato a un licenziamento di qualche tempo fa e io sono rimasto zitto. È uscito anche David ed è andato vicino alla fontana; sembrava fissare il buco di scarico. È rimasto immobile in quella posizione per un paio di minuti – interminabili – e poi ha passato l’indice attorno alla vasca assicurandosi che rimanesse asciutto.
Honoré ha creduto di dover spiegare:
– teme che il rubinetto perda. – Poi mi ha invitato a entrare in casa – È meglio se andiamo dentro.
Fuori la nostra presenza irritava David. Come se temesse che noi alterassimo in qualche modo l’armonia del piccolo giardino.
– si chiama disturbo ossessivo compulsivo, doc. Si sta curando – mi ha detto Honoré e poi mi ha chiesto se gradissi da bere.
– è esasperante ma cerco davvero di capirlo. Sta migliorando. Lo scorso anno prima di uscire di casa si assicurava che non ci fossero crepe nel tubo del gas. Torna ad assomigliare a ciò che era solo quando disegna.
Si è alzato ed è andato a prendere un piattino con i cioccolatini.

– mi sono sempre chiesto come facciano a infilare la velina nei calzini.
Victor sta liberando un paio di calzini da cartoncino e punti di pinzatura. Oggi li inaugura. Sappiamo quanto tenga agli accessori e in particolar modo al lembo di stoffa che si intravede tra la scarpa e il pantalone.
Mi raggiunge al tavolo della colazione e stende il polpaccio:
– allora…che ne dici?
Mando giù il mio sorso di caffè macchiato: dico che l’ultimo è diventato un bassotto.
Sul calzino figurano sagome di cani. Sono cani di taglia grande, tozzi come labrador, ma quelli che stanno sotto il ginocchio si ritrovano il corpo appiattito e stiracchiato nello sforzo di contenere il generoso polpaccio di Victor. Sono diventati bassotti.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.