9. Invito a cena.

Gli applausi arrivano anche a Daniel, che stasera è particolarmente distratto, e lo inducono a voltarsi. Sono per la zuppa di verza e pane di segale che Victor porta in tavola. Daniel finisce la sigaretta, chiude la finestra e va a sedersi.
– uh uh! – festeggia Coco battendo le mani a braccia tese. Veste un abito corto bianco di lustrini e tiene le gambe accavallate in due stivali rossi a mezza coscia: la tenuta di capodanno che non ha potuto mostrare a causa dell’influenza e quindi ha deciso di mettere stasera.
– Attenzione. Sono bollenti – le dice Victor appoggiando il vassoio in tavola accanto a lei e cominciando a distribuire le ciotole di terracotta fumanti.
– Meraviglia Victor! – commenta Coco immobile con le mani in grembo, ubbidiente alle istruzioni di Victor. Poi si alza e porta in cucina il piattino per il pane che non usa:
– questo è pulito.
– Tienilo.
– No; non mettere tanti piatti: mi dici di sentirmi a casa e io a casa non lo userei.
E allora lascio che lo metta di là dove si macchierà comunque e finirà in lavastoviglie con gli altri.

– Questa senza formaggio per Sara – faccio io calando il tegamino sul sottopentola davanti a lei che si scosta appena, braccia conserte, senza interrompere le lamentele sulla sua stanchezza fisica e mentale; mi ringrazia e continua a lagnarsi. Lo fa con Coco che è l’unica a compatirla senza che questo le sia di conforto.
– Senza il formaggio non sa di nulla – insiste Victor fissandola con disapprovazione. Invece di godersi le facce soddisfatte degli altri, come faccio io, lui si dispiace di servire in tavola una pietanza cucinata male.
– Dimmi per quale ragione hai smesso di mangiare il formaggio – le chiede e lei ci illustra i vantaggi di una dieta priva di lattosio dilungandosi senza temere di annoiare gli altri; nessuno la contraddice per timore che il tema venga approfondito ulteriormente e da un solo oratore. E quando Victor cede all’istinto di fare qualche osservazione gli altri accolgono per primi le sue perplessità per deviare il discorso lontano dagli interessi specifici di Sara.
Ma stasera anche Sara è concentrata sul malessere che turba Daniel e cerca argomenti che lo possano coinvolgere nella conversazione.
Sappiamo da mesi che lo studio in cui lavora il nostro amico ha in progetto una riduzione del personale e pensiamo che possa essere un’opportunità per Daniel che da tempo desidera tentare un lavoro diverso, ma il cambiamento che auspica per ora è un salto nel buio che ingigantisce le paure di un uomo razionale come lui.

Il figlio più piccolo, Gilbert, è con mamma e papà questa sera. Mangia a grandi cucchiaiate la sua zuppa allungandosi sul piatto, in bilico sul cuscino che abbiamo messo sulla sua sedia. Ha compiuto sei anni prima di Natale e questa sera ha fatto un discreto bottino di regali.
Quando mi alzo per il dessert gli propongo di aiutarmi:
– Gilbert dobbiamo montare la panna e lo dobbiamo fare con questo – e gli punto contro il frullatore di mia madre – regalo delle nozze celebrate nel 1962 credo – che Victor si rifiuta di usare. Lo tengo per il manico come una pistola laser e Gilbert lascia il suo posto e corre a vedere.
Vuole tenerla lui – fai attenzione è pesante – mentre ci ritiriamo nel cucinino per lavorare. Coco si intromette – tieni Gilbert, il grembiule – e gli altri smettono di parlare per osservarci.
I bracci del frullatore iniziano a girare sollevando la panna liquida nella terrina troppo ampia. La sollevano e la schizzano ovunque con soddisfazione del bambino che preme sull’accensione per aumentare la velocità. In un attimo siamo tutti nello spazio concentrato del cucinino – io e Gilbert sul piano di lavoro e i suoi genitori, Coco e Victor schiacciati sulla porta alle nostre spalle.
Io urlo per far ridere il bambino e perché mi sto divertendo davvero con la folle giostra che sta sovvertendo l’ordine di Victor in cucina. Perché penso che siamo finiti tutti in quell’angolo della casa.
Le nostre voci si scavalcano e si confondono e ridiamo tutti. Anche Daniel.

L’ultima ad andare via è Coco. Prendo un ultimo caffè mentre lei carica la molla del carillon che hanno portato Sara e Daniel con le caramelle.
Le racconto di aver conosciuto la persona con cui Jerome ha deciso di partire per l’India: un uomo sugli ottanta, in total white – pantalone, maglia, blazer e giaccone invernale – molto distinto.
Caro mi ha detto dandomi la mano – e rido perché quando mi ha visto da vicino deve aver pensato che appartenevo a un’altra classe di estrazione e caro non me lo ha detto più.
– Jerome piace a tutti – dice Coco con l’orecchio poggiato al carillon e gli occhi chiusi. È vero: Jerome è una persona straordinaria, di gusto.
– Mi ha dato un passaggio in macchina e non ha mai tolto la freccia. Ha continuanto a guidare stando in mezzo a due corsie con la freccia a sinistra – racconto ridendo mentre Ernest si avvicina per ricordarmi l’ora della sua ultima uscita prima di andare a dormire.
– Pettegole – ci grida Victor uscendo dal bagno per mettergli la pettorina.

 

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi 28 janvier.

6. E allora parto.

– Qui il sabato ci trovi l’autentica trippa di Caen – mi ripete Jerome alitando nella sciarpa verso l’angolo del banco al fondo dove la trippa è accomodata su due vassoi bianchi rettangolari con i bordi ondulati: sul primo vassoio due tagli di trippa spugnosa ripiegati come una pezza di stoffa grigia e le porzioni di omaso millefoglie, più sottile meno carnoso, sull’altro.
– Sessantatre – chiama la signora al banco, passando al prossimo cliente che prende della salsiccia e due fette di sottofiletto se gliele taglia sottili. Quale vuole? Questo è più bello e quello più buono. Allora quello più buono. Sorride compiaciuto il cliente e si guarda attorno come a dire che a lui non era sfuggita la qualità della carne venata di grasso.
La signora adagia le fettine sulla carta e le incide con il coltello sul lato più lungo. E lui ne è soddisfatto: grazie, così non si arricciano.
Jerome acquista la carne – poca – al mercato sotto casa. Ci sono voluto andare anch’io per comprare la trippa. Uno dei pochi piatti che cucino io: Victor dice che a me riesce meglio e lui adora la trippa in umido.
– Gliela faccio alla Vigilia così riesco a fargli una sorpresa – racconto a Jerome di che umore è Victor ultimamente: sta seriamente minando la leggerezza con cui io solitamente attraverso i giorni delle feste. Non ha espresso desideri e forse preferirebbe non ricevere regali ma la cosa non mi preoccupa: avrà il suo pacchetto e io avrò il mio.
– Sessantacinque – è il turno della signora davanti a me ed è il macellaio a servirla. Ordina una rolata di coniglio continuando a tenere per mano la bambina che è con lei. Per un attimo si era sentita osservata dalla gente in coda mentre negava alla nipote i cordon-bleu di pollo – deciditi: o i cordon bleu o la rolata. L’altra volta li hai voluti e poi non li hai mangiati – e si era data un contegno raddrizzando la sua figura alta e magra nel cappotto nero imbottito per poi chinarsi in maniera affettata sulla bambina: dimmi cosa preferisci.
– E chi sarebbe questo amico con cui partiresti? – chiedo a Jerome che mi ha detto di aver deciso di fare un viaggio in India impedendomi di avanzare dei dubbi.
Strada facendo, da casa sua alla tettoia del mercato, ha continuato a parlare lui e ha parlato d’altro, mentre io provavo a capire quale diritto avevo di contraddirlo; un ictus, l’età avanzata e soprattutto i vuoti di memoria. Ha risolto lui:
– non credere che non me ne renda conto. E allora parto.
Ha conosciuto un vecchio come lui: è un viaggiatore e poi è sempre cosciente. È consapevole di quello che fa, non come me. E questo dovrebbe bastare per farmi stare tranquillo. Fa anche di più: mi mette allegria.
– Che alternative ho? Volevo ritirarmi in un ricovero e invece parto per un viaggio. Se mi sentirò male mi cureranno o finirà tutto. Qui o altrove che differenza fa?
– Sessantasette – tocca al mio amico che fa la sua spesa.
Adesso la gente in coda osserva l’uomo che paga con molta moneta un pacchetto di ali di pollo. Con un accento dell’est e il giubbotto di pelle fuori moda si allunga sul banco e conta: venti, cinquata, settanta. Mancano cinquanta centesimi.
– Va bene così – gli risponde la signora raccogliendo le monete.
– Domani le porto – insiste l’uomo in un francese slegato.
– Non si preoccupi. Va bene così.
Ma il resto della clientela si fissa su di lui. Lo ha già giudicato – un operaio, un rumeno – ma non fa commenti perché il gesto della signora li mette tutti a tacere.
Io gli guardo le scarpe: modeste e pulite. Mia nonna diceva sempre che le scarpe lucide dicono molto di una persona e si raccomandava che le mie fossero sempre presentabili.
Dopo Jerome è il mio turno. Il macellaio mi chiede se desidero che lui tagli la trippa a pezzi e io gli dico che ci penserò io.
– Va bene così? Guardi che bella – mi dice tenendo in aria la mia ordinazione.
Intanto l’uomo di prima si avvicina di nuovo al banco e sporge una moneta da cinquanta centesimi. Oltre alla borsa della macelleria ora regge un sacchetto con il pane.
– Non era necessario – ripete la signora e lo ringrazia.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi 24 décembre.

 

XXXV. Tosca

Finalmente Madame Pilot sa di essere grassa ed è diventata bella. Ha smesso di indossare il suo guardaroba vecchio di due taglie e ha cominciato a vestire il suo corpo tondo con gusto e ironia.
Prima riassumeva i chili di troppo nei soliti pantaloni, nelle solite magliette che a forza di tirare le andavano ancora, tese a ogni curva. Il grasso compresso sfogava impietoso svilendo l’impressione che Madame coltivava della sua figurina.
Del resto tutti noi abbiamo del nostro aspetto un’idea, la rappresentazione ferma agli anni della prima maturità. La nostra mente ci vede così e davanti allo specchio lavoriamo per avvicinarci il più possibile alla proiezione di noi stessi: ci mettiamo un poco di profilo, tratteniamo la pancia, tendiamo i muscoli del viso per sembrare tonici e più interessanti. È la nostra immagine riflessa all’improvviso che ci coglie impreparati: nel finestrino dell’autobus, in ascensore, nella vetrina di un negozio, nello specchio parabolico sopra il semaforo.
Oggi Madame Pilot girava l’angolo e puntava al chiosco di giornali ondeggiando sinuosa nel suo vestitino nero punteggiato di fiorellini rossi, che le scivolava addosso leggero fermandosi ben sopra le ginocchia. Portava le calze nere: un po’ fuori stagione forse ma di grande effetto nelle scarpe allacciate, aperte in punta, rosse come marasche mature. Rossa anche la stola di lino che cadeva dalle spalle e di un bel rosso acceso le labbra da far sembrare ancora più bianco il suo sorriso.
Il cambiamento ha fatto bene all’umore di Madame – le si legge in volto la soddisfazione per aver scelto di meritarlo – e fa bene a chiunque la guardi.
Ci vuole tempo perché una persona abbia cura del suo aspetto e a una persona grassoccia ne deve certamente occorrere di più perché tutto appaia disinvolto e chiaramente al meglio delle sue possibilità. Si è disposti a perdonare molto meno a una donna di proporzioni abbondanti.
E sospetto che Madame Pilot abbia scelto di rinnovare anche il suo guardaroba di biancheria, il suo dessous. Mi piace credere che il vento leggero che ha spinto Madame Pilot a svuotare gli armadi abbia scombinato anche il cassetto della sua lingerie: non può apparire così vezzosa senza nascondere qualcosa di davvero grazioso sotto quel suo abitino.
E poi Madame ha trascorso la sua vita a confezionare busti nel negozio di Monsieur Armand Clobel, Confezione busti Corsetteria e non è certo l’esperienza a mancarle.

Al chiosco è passato anche Jerome. Teneva fra le mani, incrociate sulle reni, una locandina arrotolata ma ha voluto mostrarmela solo prima di andarsene.
Ha atteso che io servissi i clienti e poi ci ha tenuto a dirmi con quali autobus era arrivato da me. I soliti, ho pensato io, ma ora Jerome sente il bisogno di fare e di dire cose che prima della sua malattia gli sarebbero parse banali.
– Ed eccomi qui – ha concluso sorridendo sotto le sue benevole guance cadenti, aspettandosi che io fossi felice del risultato quando lui.
Innanzi tutto si era accorto del messaggio che gli avevo inviato per il suo compleanno solo facendo colazione e voleva ringraziarmi personalmente.
– Mi hai commosso, veramente – mi ha detto e io ho taciuto che a quel messaggio lui aveva già risposto con una telefonata qualche giorno prima.
Per lo stesso messaggio di auguri ho avuto una reazione divertita – subito, al telefono – e una sentimentale a distanza di giorni. Tutte le nostre frasi potrebbero suscitare più di una reazione e a noi è dato conoscerne solo una.
– Adesso me ne vado e approfitto di essere da queste parti per comprare il formaggio da Monsieur Pier… Ti avevo portato questo.
Srotola la locandina e poi scorre la mano sull’abbottonatura ordinata del gilet di lana che indossa sulla camicia con le maniche corte: una Tosca alla Fenice di Venezia nel febbraio del 1989. Non capisco ma Jerome sa che non posso comprendere e mi spiega: ha deciso di disfarsi di alcune cose che lo hanno accompagnato nella vita e vuole che io e Victor passiamo a prendere la sua collezione di libretti d’opera. Io ignoravo persino che Jerome conoscesse l’opera.
E invece Jerome è stato un appassionato per gran parte della sua vita:
– andavo a comprare il libretto per preparami e ne ho un centinaio. Questa fu un’occasione rara: a Venezia addirittura.
– Devi tenerli tu. Devono stare con te.
Lui si fa grave. Non lo dice perché sa che mi dispiace ma continua a meditare un trasloco in una casa di riposo dove possano avere cura di lui. Prima di andarsene vuole essere lui a lasciare ciò a cui tiene di più alle persone care.
Sfilo dalle sue mani la locandina e vedo che in un angolo aveva appuntato qualche numero, un’ora forse.
– Saremo lieti di conservare la tua collezione. Contaci.
Esco ad abbracciarlo e lui pare contento: come se le cose fossero andate come sperava.
– Ho tenuto anche i biglietti e i programmi di sala – aggiunge. Poi libera la mano dalla mia e mi saluta:
– l’altra volta sono entrato per comprare il camembert ed è riuscito a rifilarmi il comté che per me non sa di nulla!
Ho cercato un giornale per una cliente e l’ho perso di vista mentre si avviava camminando piano.

 

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

XXI. Inventario.

31, Rue Simonet – Paris 13

Il giovane Aumont abita nell’appartamento che è stato del nonno. Lo si vede rientrare tardi la sera e il sabato pomeriggio salire le scale con la sua ragazza per mano. Vanno a chiudersi in casa e a Sébastien piace incrociarli e sentire le loro risa salire di piano in piano: sono loro adesso la coppia più giovane nel palazzo.

Madame Poulain. Vedova di Monsieur Poulain, Madame conserva due cose della vita coniugale: il figlio e il gatto. Monsieur Poulain era orologiaio, cantava in un coro e ha continuato a credere per anni nell’amicizia maschile tra i suoi vicini piuttosto che rassegnarsi a condividere il pianerottolo con una coppia gay.  Madame Poulain spolvera la foto del marito accanto alla bomboniera di Limoges e finalmente sorride. Adesso si perde volentieri in chiacchiere e compare sulla soglia quando sente i cani di Sébastien di ritorno dalla passeggiata.

I Bonnet. La giovane Madame Bonnet e i suoi tre figli. Ultima ad essere entrata nella citofoniera di palazzo, la vita da divorziata di Madame Bonnet è monitorata con disapprovazione da Monsieur Leval che la sospetta di relazioni immorali di cui probabilmente sente egli stesso la mancanza.

Madame Mercier. Arriva in punta di piedi allo spioncino da cui sorveglia il resto dell’umanità di cui diffida. È ancora molto bella; di poche parole ma gentile. Tiene la televisione spenta e ascolta la musica lirica alla radio.

Monsieur Leval. Impiegato della Société Générale in pensione, consigliere di palazzo auto eletto. Maschera la sua propensione al pettegolezzo fingendo un responsabile interesse per tutto quando possa pregiudicare una quieta vita condominiale. Pedante ma fondamentalmente per bene.

Gli amici di Sébastien e Victor.

 

Coco.

All’anagrafe César, Coco veste da donna da quando aveva tredici anni e sognava di diventare una bluebelle. Commessa in un’esclusiva pelletteria di rue Marceau, veste Chanel  fripe  e nessuno conosce la sua età esatta.
È incapace di cucinare, incline a trasporti passeggeri e ha una risata imbarazzante. Tuttavia è  autenticamente impossibile fare a meno della sua rara umanità una volta conosciuta.

 

 

Jerome.

Una vecchia checca di squisita gentilezza, riservatezza garbata e fine gusto sartoriale. Vive con un coniglio, Nureyev, e con le conseguenze di un attacco ischemico.

 

 

 

 

Sara e Daniel  sopravvivono con alterna fortuna alle numerose attività in cui sono coinvolti i loro quattro figli: Marie, Louis, Amandine e il piccolo Gilbert.
Rose, la mamma di Daniel, abita in Alvernia e non ha nessuna intenzione di trasferirsi a Parigi – non posso: qui ho il mio giardino. Una sua visita significa un invito a cena per mangiare il suo aligot.

  Nora. Deve il suo nome alla madre, danese e lettrice di Ibsen. Ha un’erboristeria, due bassotti e cucina i biscotti con la cannella ogni Natale. Riprende a fare la maglia ogni volta che una delle sue imprudenti storie d’amore finisce.