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IX. Dove vanno i 7nani d’inverno?

Chi sa dove vanno le anitre
quando il laghetto del Central Park è tutto gelato.
J.D.Salinger, Il giovane Holden.

– Era surreale capisci? L’ho visto dall’auto mentre trascinava il suo nano da giardino fino alla rimessa.
Jerome s’immagina la scena e ride.
– Una casetta a schiera a Périgny, di quelle con il giardino. Il tale stava sotto la pioggia, con il cappello del giaccone calato fin sul naso; aveva caricato sul carrello, di quelli a due ruote su cui caricano i sacchi – e mimo l’intera faccenda – ci aveva caricato il nano di gesso, sarà stato alto un metro, e questo rimaneva rigido, in posa, continuando a vacillare a ogni buca nel prato.
– Credevo si ritirassero solo le piante in inverno. Io ho un vaso di menta sul balconcino; credi che dovrei metterlo dentro?
– Victor ha messo al sicuro le sue piante grasse Vorrei che morissero tutte: odio le piante grasse.
Ma Jerome pensa ancora al nano rimosso per evitare le infreddature:
– Credi che avesse anche gli altri sei? Altri sei traslochi? – e ride di nuovo.
Jerome è sempre stato pronto a cogliere il lato ridicolo delle situazioni; si divertiva e aveva il talento di far divertire anche chi gli stava accanto. Stiamo camminando lungo il marciapiede di rue de Rennes in direzione del cinema Arlequin per un docufilm su Jerome Robbins, il coreografo degli spettacoli di Broadway in cui il mio amico avrebbe voluto lavorare come costumista.
– Sei gentile a essere venuto – mi dice e tira fuori dal taschino due caramelle mentolo ed eucalipto; ne allunga una a me e sfila l’altra dalla carta.
– Grazie. Io ci vengo perché mi interessa davvero.
Ci esce il fiato dalla bocca e condensa in larghe boccate di fumo. Jerome srotola la sciarpa di lana fatta a mano per stringerla meglio al collo e dopo aver annodato mollemente i due capi sul petto, scioglie le frange ingarbugliate lisciandole piano. Lo fa senza avvedersene ma io lo riconosco in quel gesto: l’abitudine a scorrere la stoffa tra le mani, l’attenzione per il dettaglio.
– Oggi ho sentito Natale nell’aria per la prima volta – dico io fregando le mani inguantate.
– Un po’ presto ti pare?
– Mica puoi decidere quando sentirlo. Arriva e basta: è arrivato il freddo e ho pensato a Natale.
– Fa un freddo becco.
– Sì: bellissimo.
– Lo dici tu, perché il gelo non ti fischia nelle ossa rotte – e ride di sé – ormai quando mi alzo dalla sedia lo faccio in due stadi; a metà mi fermo per stirare la schiena.
– Vuoi qualcosa di caldo?
– No. Semmai dopo il film.
Cammino al suo fianco pensando a quanto mi renda felice farlo. Specie dopo il suo ictus intendo. Victor farebbe di tutto per Jerome e ieri sera mi ha detto di aver davvero creduto di perderlo; lo ha detto a distanza di mesi, dopo aver sempre sdrammatizzato.
Jerome rompe il silenzio per comunicarmi qualcosa con serietà. Pare sia il vero motivo per cui ha voluto vedermi:
– ho pensato di  ritirarmi alla Casa per anziani Saint Jacques. Ho visto le stanze: sono più grandi di casa mia e ci posso mettere i miei mobili – sorride di nuovo ma stavolta non è credibile.
Aveva previsto la mia sorpresa e sa di dover spiegare ancora:
– se mi succede ancora non sarò più solo. Sono diventato un problema; non sono nemmeno più utile a mia sorella: ci va una vicina a farle la spesa. Lo decido io prima che  debbano farlo gli altri per me – Poi dice qualcosa a denti stretti come se non sopportasse tornare sull’argomento: mi spiace solo che Nureyev non possa seguirmi.
Perché non possono accettare un coniglio? Non esce dalla sua stanza e non rappresenta un pericolo per gli altri ricoverati. Forse può diventare un precedente ma Nureyev è la famiglia di Jerome: perché rinunciarci, perché farli soffrire?
Incasso il colpo e reagisco:
– e a noi non ci pensi? Cosa cazzo facciamo senza di te?
– non sparisco mica – questa volta il suo sorriso è bonario.
Spinge la porta del cinema e la tiene per farmi entrare. Dentro vede un collage di fotografie di scena affisse alla parete e si avvicina: Robbins con Robert Wise, insieme a Leonard Bernstein, con Natalie Wood.
Il mio amico sta sotto a quelle fotografie e sogna a occhi aperti: il talento, le tavole del palcoscenico, di quel palcoscenico. Pura energia.
Non credo che ci andrà davvero in quella casa per vecchi. Non ancora.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

 

46. La pallina da golf.

– Qual è la vita media di un lenzuolo? – Victor analizza controluce un lato del lenzuolo lacerato dall’affondo della zampa di Ernest: – ma non si può riparare?
– ormai è liso tutto intorno. Ci vedi attraverso.
– ma ci sono parti ancora buone – Non so da cosa gli derivi un intermittente spirito di conservazione che gli impone di tentare il tutto prima di separarsi da certi oggetti.
Avanzo una giustificazione ragionevole:
– è naturale che un lenzuolo non si consumi in ogni sua parte. Se non fosse già ridotto male lo strappo non si sarebbe allargato tanto… non puoi continuare a portare una camicia che ha collo e polsini sciupati solo perché il taschino è come quando l’hai acquistata.
Prendo io il lenzuolo: prima viene sottratto alla vista e prima Victor trova un altro argomento di conversazione.

Comunque ci risiamo: il cielo di Parigi si è tinto di un azzurro carico di luce che francamente con Parigi non ha nulla a che fare. Tocca aspettare che torni l’autunno; lo farei chiuso in uno sgabuzzino se solo potessi.
Madame Poulain dev’essere rientrata dal suo soggiorno al mare. Il profumo di sugo che sento salendo le scale può provenire solo dalla sua cucina: l’aroma dei soffritti, il profumo del pomodoro, i vapori degli stufati cotti a lungo.
Sono entrato in casa in tempo per rispondere al telefono: Margot ci ha invitato a trascorrere qualche giorno a casa loro, nella campagna di La Haye-Aubrée.
Non manca mai di farlo, con squisita gentilezza. Ha pure annunciato una ghiotta novità: il fienile della fattoria è stato trasformato in un bilocale e adesso compare fra le gîtes de France in affitto nel parco delle anse della Senna normanna:
– abbiamo pensato che poteva essere una risorsa in più per le ragazze.
– allora lo prenotiamo noi.
– no, voi dovete stare con la famiglia… abbiamo anche un sito nostro; lo ha fatto David, il figlio di Pascal.
Victor se lo ricorda David, lo ha visto crescere.
– ormai è un uomo. Alleva maiali e costruisce siti internet.
– …?
– per lavoro. Alleva maiali e costruisce siti internet. Tutti quelli che ne avevano bisogno qui intorno si sono affidati a lui – Margot ribadisce il concetto e io mi abituo all’idea.

Ieri ho visto Jerome. Abbiamo mangiato un panino da André. L’ho visto incuriosito dalla combinazione degli ingredienti proposti da André; ha scelto subito una salsiccia e poi è rimasto a lungo davanti al menu delle verdure. Non c’erano altri clienti e André ha intuito la situazione: fare una scelta in un elenco di voci significa per Jerome compiere uno sforzo per organizzare nella propria mente quelle voci dando loro un senso.
Ha avuto tutto il tempo di farlo. Quando ha ordinato il suo panino ha cercato di cogliere nello sguardo di André un cenno di approvazione.
– anch’io ci metto sempre i funghi con la salsiccia. Ottima scelta Monsieur!
Jerome ha sorriso e conoscendolo sono certo che ha apprezzato la delicatezza di André che ha dissolto l’imbarazzo del mio vecchio amico. Perché Jerome si rende conto della sua fragilità: talvolta si arrabbia, più spesso – purtroppo – si lascia vincere dalla malinconia.
Ci siamo seduti al tavolo e abbiamo chiacchierato a lungo, anche dopo aver terminato il nostro pranzo. André è uscito dal furgoncino per fumarsi una sigaretta e passandoci accanto ci ha sorriso:
– tutto bene Messieurs?
Quando ho chiesto a Jerome che cosa avesse voglia di fare mi ha risposto senza esitazione:
– mi piacerebbe andare lungo la Senna per guardare la gente che passa.
Io sono rimasto in silenzio e lui è stato più preciso:
– mi piace vedere quelli che corrono.  Sai, quelli che fanno jogging – e ha mimato l’oscillazione delle braccia durante la corsa, ridendo – è una cosa che non ho mai fatto. Non ho mai avuto il fiato. Ma mi sarebbe piaciuto perché dà un senso di libertà. Di energia.
Ci siamo incamminati lungo il fiume.
– sai che porto i cani lungo il fiume, a Ivry? Percorriamo un sentiero lungo un campo da golf e l’altro giorno ho trovato una pallina volata oltre la rete. Me la sono presa. Non ho mai avuto una pallina da golf.

 

Je vous souhaite un bel été. Merci.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi en automne.

 

38. Venezia. La città sull’acqua.

Non credo che un individuo dovrebbe mai lasciarsi andare completamente davanti a un’altra persona, tanto meno con la persona amata. E per abbandono intendo la sciatteria, la trasandatezza cui aspiriamo tutti in verità nei momenti di riposo: è notorio che ci si rilassa meglio con una vecchia maglietta chiazzata di caffè, i capelli spettinati e i calzini dimenticati ai piedi del letto.
Ma nella vita di coppia è fondamentale conservare un margine di attrattiva agli occhi dell’altro. Naturalmente Victor non se ne preoccupa affatto ma mi infastidisce constatare che ho contravvenuto alla regola.
Con la gola in fiamme mi sono coricato con il maglione a collo alto. Da quanto giungeva indistinta la sua voce, Victor doveva essersi calato nel cesto della biancheria da lavare; di là chiedeva aiuto:
– dove diavolo sono finite tutte le mie magliette?
– non c’era il carico sufficiente e non ho fatto partire la lavatrice.
Poi ho aggiunto, giustificando il mio abbigliamento:
– tengo la maglia perché sto male.
Lui entrando in camera ha risposto: tengo la canottiera perché non ho altro.
Come posso essere finito con un uomo simile? Come è successo?
Domenica abbiamo discusso al mercatino di quartiere perché Victor ha mandato in frantumi una trattativa che stavo conducendo brillantemente. Mi avevano chiesto 7 euro per un libro. Erano scesi a 6 mentre io ne offrivo 5. Avevano accettato ma Victor ha aggiunto:
– 1 euro lo metto io così siete contenti entrambi.
No. Non si può interrompere il mercanteggiare altrui. Mercanteggiare fa parte della partecipazione al mercatino delle cianfrusaglie. È mio dovere, in quanto cliente, tirare al ribasso.
Intanto un bassotto alle calcagna del padrone, assorbito da un catalogo di francobolli, stava per inumidire l’immagine di Venezia, una locandina pubblicitaria anni Ottanta appoggiata a terra contro uno scatolone di fumetti. Victor ha guardato la gondola e poi si è fatto serio:
– ci pensi che a Venezia non c’è rete fognaria e scaricano tutto nei canali?
– credo sia la cosa più romantica che potessi dire su Venezia.
Ma Victor stava già al banco successivo con il modellino di una Mustang in mano: è quella di Un uomo una donna. Mi dice mostrandomela e io mi calmo perché non si può rimanere in collera pensando alla spiaggia e al mare di Deauville.
In fondo l’incursione al mercatino è stata divertente e ci ha reso una piccola fortuna: 3 dvd, qualche libro e un porta cerini da parete. La vista di un servizio da pinzimonio – vassoio e piattini a forma di ortaggi sbiaditi – ha ispirato a Victor la pietanza per la cena: gli asparagi. Non ho colto il nesso ma Victor sembrava chiaramente lieto di aver scelto. Jerome è tornato a casa e andiamo da lui con la cena pronta.

Ci vuole la maionese. No, ci vuole l’aceto. Impossibile, va aggiunta la maionese.
Ne è nata una scommessa. Abbiamo telefonato a Rose, la mamma di Daniel, per sapere come prepara l’intingolo che serve con gli asparagi lessati. Lei sminuzza il tuorlo d’uovo con la forchetta e aggiunge sale, aceto o limone. Ho perso.
Non sentivo da mesi Rose e quando le ho chiesto come stava mi ha risposto che non è riuscita a cogliere i suoi tulipani viola per metterli in vaso: la pioggia ha disfatto tutti i petali prima che li tagliassi per portarli in casa.

Ernest ha un nemico immaginario: un pacifico golden retriever che per lo più lo ignora. Forse ha risposto con un abbaio ai primi incontri, ma poi ha scelto l’indifferenza. Abita in zona ed esce a orari precisi: lo si può evitare.
Algernon lo incrociava e ricambiava l’indifferenza. Ernest all’uscita di casa fiuta nell’aria il suo passaggio e ne segue le tracce irrigidendosi in un atteggiamento rissoso. Come un duellante di Conrad ha un conto in sospeso e crede di ricordarne la ragione.
Ernest è un giovane che gioca alla guerra e quando si annoia torna a farsi massaggiare la groppa.
Adesso i cani ci seguono in camera da letto appena spegniamo le luci. Credo che per loro sia naturale condividere il sonno come condividiamo il resto della giornata. Ci addormentiamo con un cane racimolato contro la gamba o dimenticando una mano intorpidita sulla sua schiena: è qualcosa di fisicamente rassicurante. La fiducia che il cane ripone nel padrone regola il suo respiro nel sonno.
La mattina è più difficile scendere dal letto, smettere di guardare Gwendolen che si distende sul dorso e chiude gli occhi, per farsi accarezzare piano la pancia, ancora calda per essere stata rannicchiata. Ernest sbadiglia e poi le lecca il muso e mira alle nostre orecchie. Mordicchia l’elice – lo pizzica come fanno i cuccioli nel gioco – e con la zampa attira il nostro braccio a sé.
Mi seguono in cucina e prendono il loro biscotto. Lo tengono fra i denti e vanno a mangiarlo sul letto.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

33. La taumaturgica impudenza della follia.

Il nome lo ha scelto Jerome. Abbiamo trascorso due sere a pensare a un nome per Babuche. Alla fine eravamo indecisi tra Georgette, Antoinette, Audrey e Gwendolen.
Volevamo che per cominciare una nuova vita Babuche avesse innanzitutto un nuovo nome. Al telefono Jerome mi ha detto che gli piaceva Gwendolen e con questo nome in tasca domenica pomeriggio siamo tornati in canile per rivedere Babuche e portarla a casa, con noi.
La potremmo chiamare più spesso Gwenda, specie quando sarà lontana e un nome più corto si rivelerà di gran lunga più pratico. In gallese Gwendolen significa arco bianco ed è stata una sorpresa scoprirlo; noi lo avevamo scelto perché ci piaceva il suono della parola ma ci è parso ideale quando abbiamo saputo che raccontava l’arco di pelo bianco che lei ha dipinto sul petto.
È difficile spiegare cosa significhi andare in un posto del genere e uscirne con un animale che di lì in poi farà parte della tua vita. Si aggirerà in casa e in casa avrà scelto per sé angoli a cui non avevi pensato; tu avrai voglia di tornare in quella casa che non sarà mai vuota e presto avrai bisogno di capire perché la sua intelligenza ha ragione dei tuoi propositi educativi.

Il nome di Victor è stato scritto di seguito al codice identificativo di Babuche sul modulo di affidamento. Così, mentre lui siglava l’adozione in una stanza al pianterreno della casa principale, io mi sedevo sul ceppo di un vecchio ciliegio nel giardino a cui la cagnetta ha accesso direttamente dal suo box e lasciavo che lei provasse ad avvicinarmi. Lo ha fatto fermandosi a un passo dal mio piede, stendendo il muso perché le sue narici potessero cogliere più indiscrezioni possibili sul mio conto. Teneva gli occhi spalancati e lo sguardo vigile; il corpo teso e pronto alla ritirata in caso di pericolo. Ho provato a chiamarla Gwendolen per vedere “come le stava”.
Ha gli occhi piccoli e scuri, mansueti. Tutto in lei è piacevolmente femminile: si muove istintivamente con misura, si siede composta, appena è certa di essere al sicuro, e lo fa con armonia. Molte donne non riuscirebbero a eguagliarne la grazia e forse nemmeno a comprenderla per invidiarla.
La presenza di un altro cane la rassicura; lo osserva e prova a fidarsi di quello che fa l’altro che non mostra alcun tipo di ansia.

Un ragazzo è tornato con Victor. Ha aspettato che le facessimo una fotografia per ricordare questo momento e poi le è andato incontro. Gwendolen ha fatto qualche passo indietro, reclinando il muso e appiattendo il corpo a terra. Con le spalle al muro della rimessa si è arresa, ma poi ha ricominciato a torcersi per fuggire alla cattura, pazza di fronte all’ignoto. La sua vescica ha rilasciato una scia di piscio che ha bagnato la braga del suo rapitore mentre la caricava in macchina.
Con lei però è salito anche l’altro cane, Paul, e lei si è appoggiata al suo fianco mentre lui si accucciava. Paul che non è più Paul, ma Ernest.

Ernest che è entrato in casa sabato pomeriggio – entusiasta, al solito – e che il giorno dopo è venuto con noi a prendere l’ultimo tassello mancante alla nostra famiglia rinnovata.
Poteva diventare Edgar, ma abbiamo optato per Ernest. Un omaggio alla nonna di Victor –  Ernestine, che gli ha insegnato a pretendere qualità nella vita e la qualità della vita con un animale – e un omaggio letterario al caro vecchio Algernon.

Una follia indubbiamente. Ci pentiremo assai presto della sconsiderata imprudenza: due cani giovani e cacciatori, un piccolo appartamento, le fobie di Gwendolen.
Adesso spetta a Ernest mostrarle la leggerezza. Non ho dubbi: funzionerà.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.