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40. Un cuore incastrato.

Pranzo insieme in Square Léopold-Achille come capita di tanto in tanto, quando non c’è tempo per il Jardin Francs-Bourgeois che è il mio preferito. Victor prepara i tramezzini e io penso al dolce. Oggi vado nella pasticceria italiana aperta nel Marais, a gestionefamigliaredimezzata: padre, figlio e uno zio a Parigi, madre e due figli a Milano nel negozio inaugurato dal nonno nel 1914. Sta tutto scritto in un pannello a fianco della porta d’entrata, come è usanza da una decina d’anni. In passato si leggeva molto meno delle intenzioni di un locale e della biografia dei suoi proprietari prima di entrare. Adesso c’è bisogno di spiegare o c’è bisogno di sapere o l’uno crede che l’altro nutra un interesse nei suoi confronti e quindi alla porta di ingresso ci accolgono manifesti esplicativi che paiono didascalie sotto un quadro.

I dolci sono gioielli isolati in vetrina per essere meglio ammirati e isolati nel pacchetto in cui vengono rinchiusi per essere portati via. La commessa posiziona in equilibrio il dolce in una scatola bicolore – marrone e crema –  poi incastra alla base del bijou tre fasce di cartoncino con cui erige una sorta di gloriette attorno al dessert, una gabbia di epoca vittoriana fissata con un punto di pinzatura. A confezione terminata il pacchettino marrone e crema passerà nelle mani del cliente e ciondolerà al suo dito come un emblema, la versione edulcorata della Tiffany Blue Box o degli scrigni rosso Cartier.
Credo che un cliente su quattro apprezzi più di ogni altra cosa la preparazione del pacco e rimanga a guardare le dita della commessa che addomesticano il nastro e le piegature della carta. Intanto il proprietario offre l’assaggio di un cioccolatino – una pralina, un cremino, un tartufo – che pinza con eleganza e elegantemente sistema su un piattino che porge al cliente. Noi lo teniamo tra pollice e indice, lo gustiamo lentamente e giuriamo che torneremo sempre.

Temevo un salasso e invece mi sono potuto permettere due porzioni di Tiramisù – golosità italiana di mascarpone e caffè – ricoperte da un velo di cacao profumatissimo. Il dessert in carta marrone e crema ha sortito un certo effetto su Victor che avrebbe volentieri saltato i salati per arrivare subito al piccolo capolavoro. Ciò nonostante abbiamo proceduto con ordine, masticando e scorrendo insieme le rubriche del giornale, sbriciolando sui titoli degli spettacoli in scena il prossimo fine settimana. Alla fine il dolce è stato gustato, in silenzio, con calma rispettosa, e ci ha trasmesso una sensazione di … comodità. Tutti i dolci dovrebbero farlo.
Victor è stato affettuoso: sono felice tutte le volte che mangiamo insieme.
Non ho risposto ma voltandomi ho trovato un minuscolo cuore di metallo, più piccolo dell’unghia del mio mignolo, in una fessura della panchina; l’ho estratto e messo sul ginocchio di Victor. Lui ha sorriso.
Victor non ha mai amato le dichiarazioni melate – non è capace di farne e non gradisce riceverne – e il disegno di un cuore non ha mai figurato nei suoi biglietti di auguri. Sono stato io a riporlo accanto alla fessura da cui lo avevo tolto. Poi ho accompagnato Victor in negozio e sono tornato al lavoro.
Ripassando di là ho visto che il piccolo cuore stava ancora appoggiato sulla panchina, ma dove sedevo io adesso c’era un giovane che non aveva più di trent’anni. Ho istintivamente rallentato domandandomi se si fosse accorto della presenza dell’amuleto.
Si guardava attorno come si fa quando si cerca di indovinare da che parte arriverà la persona che stiamo aspettando, per coglierne la presenza appena si fa percepibile, fare un cenno per essere riconosciuti e poi restare a guardare il suo avvicinarsi, accompagnarne i passi verso di noi.
Ho immaginato che stesse aspettando un amore a cui avrebbe potuto farne dono. No, meglio: qualcuno a cui riuscire finalmente a rivelarsi attraverso l’araldo di latta che il caso ha messo a disposizione e qualcuno ha visto e rifiutato. Curioso come vanno le cose, come un oggetto passa di mano in mano o resta invisibile sulla stessa scena mentre si avvicendano attori diversi.

La sera Victor mi ha raccontato di aver incontrato Monsieur Leval, consigliere di scala, nell’entrata del palazzo. Stava appiccicando in bacheca un avviso in cui aveva scritto che coloro che lamentano un cattivo funzionamento dei termosifoni – cioè quanti come lui non riescono a spegnerli – avrebbero dovuto telefonare all’amministratore,  già avvertito, e lasciare un messaggio in segreteria indicando un recapito telefonico.
– voi avete problemi?
– no, nessun problema.
Il dialogo forse era stato un po’ smilzo ma certamente non si poteva rimproverare agli interlocutori la mancanza di chiarezza.
Pure Monsieur Leval non è parso sollevato e puntando l’evidenziatore giallo sull’ultima frase in cui intimava di registrare il messaggio in segreteria ha letto ad alta voce l’intero messaggio a Victor. Lui dice di non essersi scomposto e di aver ribadito:
– non abbiamo problemi.
– ma questo è per chi ha problemi.
Quasi certamente era pronto a una seconda lettura, ma stava entrando il giovane Edouard Renaud – quarto piano interno 11 – e Victor ha colto il momento propizio e si è dileguato.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

27. Quarantotto ore.

Quando Nureyev ha paura comincia a battere a terra la zampa posteriore e accelera rapidamente il movimento per scaricare la tensione. Il coniglio di Jerome conosce bene la vicina di pianerottolo, Madame Colette, ma quando lo abbiamo portato da lei e insieme a lui abbiamo traslocato la sua cassetta e la coperta arancione – quella che sfilaccia un poco ogni sera dopo aver mangiato il suo gambo di sedano – ha compreso che non si trattava di una visita di cortesia e non ha nascosto il suo disappunto.
Poverino, ha continuato ad agitarsi per tutta la mattina. Ha trovato un po’ di pace nella cesta dei gomitoli… crede che possa farsi del male con i ferri da maglia?
Madame si è subito resa disponibile a tenere con sé Nureyev in assenza di Jerome. È a lei che Jerome ha chiesto aiuto quattro giorni fa ed è lei che gli ha tenuto compagnia in attesa dell’ambulanza.
Lo hanno portato via in piena notte e Madame ha pensato che gli avrebbe fatto piacere avere i suoi amici accanto. Ha scorso la rubrica nel telefonino di Jerome e ha inoltrato la chiamata:
Signor Victor? Madame Colette tradiva l’imbarazzo che aveva deciso di vincere per il bene del caro Monsieur Jerome. Insomma si scusava per l’ora, per aver violato il telefono altrui, per non essere salita sull’ambulanza.
Ha fatto benissimo. Andiamo noi. Grazie… no, ha fatto benissimo.
La voce di Victor si è fatta subito seria; lui si è seduto sul letto e ha meccanicamente racimolato calzini e jeans mentre congedava Madame Colette.
Jerome ha avuto un ictus. Lo hanno portato in ospedale.
Jerome? Ma cosa ti ha detto, ha perso conoscenza, è grave? Ho formulato qualche domanda inutile mentre mi legavo le scarpe. In macchina non abbiamo più detto nulla: avevamo solo una gran voglia di vederlo.

Lo abbiamo intravisto cinque ore più tardi. Un attacco ischemico ha calcato sul volto di Jerome un ghigno obliquo che non ha nulla a che vedere con il suo spirito quieto e accogliente. Il suo braccio sinistro è piegato, accartocciato su sé stesso, e la mano è rimasta chiusa in un pugno impotente, la punta delle dita che preme sul palmo.
Mi accorgo solo ora che la sua discrezione ha custodito il segreto di un’esistenza che ignoro. Non gli avremmo mai chiesto di parlarcene, è ovvio, ma l’idea di fare a meno della sua presenza nella nostra vita ci ha fatto riflettere sulla sua.
Jerome ha compiuto ottantadue anni lo scorso novembre ed è uno degli uomini più amabili che conosca. Negli anni della sua giovinezza è stato costretto a tacere la sua omosessualità contro la codardìa di chi non mancava certo di epiteti sguaiati, mortificanti, per marchiare definitivamente un individuo. Più tardi non ha imparato a contestare tanto pudore però è il sostenitore più combattivo delle follie di Coco e osserva compiaciuto anche me e Victor. Jerome non è capace di nutrire invidia; semplicemente è felice quando ci vede insieme, liberamente insieme.
Non ha mai fatto cenno a un legame particolare che abbia solcato profondamente il suo grande cuore, ma sarebbe davvero un peccato se un uomo come lui non avesse incontrato un’anima capace di fondersi con la sua. Completamente. Lungamente. Impudemente.
E adesso ha dovuto lasciare il suo appartamento e il coniglio che lo segue di stanza in stanza: un distacco crudele di cui soffriranno entrambi.

Passate le prime 48 ore la vita di Jerome è stata dichiarata fuori pericolo. Victor si è fermato con lui e io gli ho promesso che sarei tornato presto con pigiama, pantofole e rasoio.
Mi sono chinato su di lui per posare un bacio sulle sue grosse guance flaccide: è passata Jerome.
Lui ha sorriso, paziente, e ha alzato la mano sino a toccare il mio volto. Ho sentito il calore e il peso di quella mano rimasta a lungo immobile.

Nel suo appartamento ho radunato in breve il necessario e poi ho suonato il campanello di Madame Colette, per darle notizie e chiedere se le servisse nulla nella convivenza con Nureyev.
Madame è comparsa sulla soglia con una ciocca di capelli sugli occhi e il resto della frangia  fissata a due grossi bigodi gialli e rossi. Stava ridendo:
mi sono appena sfilata un bigodo che è finito sotto il divano e mentre cercavo di raccoglierlo ho visto due occhi neri… Almeno è uscito dalla cesta…
Mi sono offerto di recuperarle l’aggeggio arriccia capelli, ma Madame ha deciso di sacrificarlo per buona pace del coniglio:
sembra divertirsi… tanto ne ho altri. Li metto per rendere più vaporosa la frangia…
Madame è davvero gentile ma io me ne vado pensando a Jerome e al suo conglio. Allora mi sale un pianto malinconico rievocando la mia vita con Algernon.
Non concepisco la  vita di un uomo senza un cane al fianco. La nostra casa senza un cane. Ho letto la raccomandazione di un architetto paesaggista a proposito della necessità di spostare regolarmente il proprio angolo di visuale per guardare lo stesso giardino in modo sempre diverso. Ecco, vivere con un cane significa trascinare continuamente la sedia da un angolo all’altro.

In ospedale Victor cerca il rasoio nella borsa che ho appoggiato sul tavolo: vanità di una vecchia checca: ecco qui il tuo rasoio. Poi con premura prepara Jerome per la rasatura e il nostro amico mostra sollievo, il pelo duro lo solletica. L’irriverenza di Victor, il sarcasmo – che in questo momento deve costargli caro – ci fanno sentire uniti e ci convincono che andrà tutto per il meglio.

La sera tornando a casa mi cade l’occhio su un avviso stampato su foglio A4 nella bacheca dell’entrata nel palazzo.  Monsieur Leval ha corretto l’ultima frase – forse un indirizzo – e poi ha ribadito la necessità di rispettare la regola n.5:  il sacco della plastica va esposto  il martedì sera: Ricordare. Non prima che puzza.
Disponiamo di un consigliere di scala che corregge con la biro blu i comunicati stampati in inchiostro nero. Meraviglioso.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

18. Caffè senza zucchero.

Caffè nero e amaro. Tanto amaro. Mangio ininterrottamente da due giorni: assaggi delle pietanze che Victor prepara, il piatto servito a tavola, gli avanzi riproposti a cena. Il tempo rimasto lo abbiamo passato a scrivere la lista della spesa per acquistare altro cibo.
Di solito Victor non ama chiudersi in cucina dopo aver lavorato perché i suoi clienti non dovessero chiudersi nelle loro. Ma in queste ultime ore si è divertito a creare; l’ho visto autenticamente felice – a tratti cantava – ed evidentemente ispirato da una Musa niente affatto a corto di idee.
Ho provato a rammentargli che in casa eravamo soli e tentato di proporgli di invitare qualcuno per la cena di capodanno. Ho trascurato invece di ricordargli il risultato delle sue ultime analisi e le raccomandazioni che gli aveva fatto il dottor Fernandez dopo averlo insultato.
Comunque mi è piaciuto andare a fare la spesa insieme sotto casa e constatare che le scorte di panna e salmone affumicato erano terminate. Rimanevano due confezioni di ostriche – due famigliole di molluschi bivalvi dimenticate tra il ghiaccio tritato del banco pescheria – e quando ho domandato al commesso dove avrei potuto rintracciare del mascarpone, lui mi ha scortato al frigo e poi mi ha risposto: non in questo negozio.
Ma non è meraviglioso essere tra coloro che cercano la stessa cosa?

Dunque oggi caffè amaro. E lavoro. Prima però scendo al negozio per prendere pane e latte. È molto presto e trovo gli scaffali vuoti, i corridoi occupati dagli scatoloni, gli addobbi a terra. Spettacolo finito, si smontano fondale e quinte.
Sono tornato a casa a svegliare Algernon, ma è meglio rimanga a casa in questa giornata molto fredda. Esco dal lato del cortile per prendere la mia bicicletta e mi raggiunge la voce di Monsieur Leval. La porta delle cantine è aperta e lui dalla sua può controllare ogni passaggio:
sto cercando i miei tergicristalli mi informa.
E io ricambio: vado a prendere la bicicletta.
E lui si illumina: Ah…volevo dirle. Ha visto le offerte al supermercato?
Ho nominato la bicicletta e ho visto che qui di fronte avevano esposto delle bici in vetrina. Gli dico di aver notato qualcosa, ma di non essere interessato perché fedele alla mia vecchia bicicletta senza pretese. Temo di averlo deluso e mi corregge irritato:
ma cosa ha capito?! Io dicevo le pizze. Sono scontate del 50% quasi. Conviene. Le prenda. Io vado adesso.
Fatico a trovare una risposta. Non la trovo.
Arrivederci Monsieur Leval.
Arrivederli Monsieur Chevalier.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

4. In prima fila alla sfilata.

Dovevano ancora consegnare loro le chiavi dell’appartamento e Monsieur Leval ci aveva già servito un ampio resoconto sul passato della giovane Madame Bonnet e sul futuro dei suoi figli adolescenti: Luc e Louis – i gemelli di 14 anni – e Blanche, la ragazza di tre anni più vecchia.
Credo abbia raccolto la maggior parte delle informazioni interrogando l’agente immobiliare che li ha convinti ad acquistare la casa due piani sopra il nostro appartamento. Forse anche l’amministratore del palazzo ha ceduto all’insistenza di Leval e ha confessato ciò che sapeva.
Il fatto che Madame sia divorziata non depone a suo favore: Monsieur Leval disapprova e teme che essendo giovane e bella attiri una schiera di corteggiatori (che probabilmente si distribuiranno lungo le scale).
Io di notevole ho visto il marito di Madame, mentre riaccompagnava i gemelli. Giacca sulle spalle e cravatta sciolta; un bel sorriso e splendidi denti.

Il giorno del trasloco sono stati occupati cinque stalli del parcheggio sotto casa e un trio di ragazzi in tuta blu ha gestito il trasporto degli arredi della famiglia Bonnet cercando di evitare con educazione le intromissioni di Monsieur Leval.
Pare si sia fermato a osservare il loro lavoro di ritorno dalla prima uscita del mattino, quella destinata all’acquisto del giornale e del pane, una faluche per la colazione e due baguette per il resto della giornata. Di seguito deve aver trovato pretesti sufficienti per sostare, considerare il mobilio e porre domande.
Io ho visto altrettanto ma faticato molto meno. Stavo alla scrivania a compilare ordini per i clienti, lo sguardo allo schermo del computer; per caso ho notato la sfilata di mobili e suppelletti davanti alla finestra aperta.
Obiettivamente il gusto di Madame Bonnet è condivisibile: uno shabby chic in tinte pastello, sobrio e accogliente. Curioso come un’infilata di oggetti lungo il vano della finestra possa svelare l’intimità di uno sconosciuto.

Monsieur Leval ha trascorso l’estate a casa del figlio, in Spagna, come ogni anno e ne ha parlato in abbondanza, come sempre. Lui ha uno spiccato senso della ciclicità delle stagioni.Mi spiego: con l’arrivo dei mesi estivi lo sento parlare delle vacanze con il tono compiaciuto che doveva avere quando ancora lavorava e sospirava le ferie. Se lo si incontra sorride ed è come se si aspettasse uno scambio di auguri, come a Natale.
Anche quest’anno ha trovato l’occasione di chiedermi quando saremmo partiti e per quale destinazione. L’idea che io e Victor trascorriamo la maggior parte dell’estate a Parigi e preferiamo progettare viaggi durante i mesi più freddi lo delude e smorza il suo entusiasmo infantile. Ha commentato: ma quelle non sono vacanze.

Figurarsi come ci siamo rimasti quando nella nostra buca delle lettere è calata una cartolina che porgeva i cordiali saluti di Madame e Monsieur Leval. Eppure non c’erano dubbi: l’indirizzo era proprio il nostro. Devono aver creduto che in fondo avremmo goduto anche noi di una settimana al mare e qualcosa di simile alla commozione deve averli condotti fino all’espositore di cartoline. L’ho trovato tenerissimo ed esilarante al tempo stesso.

Dunque Monsieur Leval ha un cuore. O certamente ne ha uno durante i mesi più caldi.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.