13. Tanti auguri.

 

– Ci sono le cose lì…le borse – Leval non si perde in convenevoli e va direttamente alla questione: il cane sta fiutando il contenuto delle borse della sua spesa.
Ha la faccia stanca Leval. Si regge al muro e aspetta che arrivi l’ascensore. Io raggiungo il cane e appuro che l’altro sia già salito a casa.
– Su Gwendolen, su – le dico ponendomi tra lei e la spesa e lei ubbidisce.
– Scusi ho lasciato il latte in mezzo – si scusa Leval che constata di aver occupato per intero i primi scalini. Diventa più gentile:
– come state? Sono andati a passeggio?
– Bene grazie. Il solito giro – rispondo imboccando la scala e aggiungo – oggi si festeggia: sono due anni che siamo insieme, noi e i cani.
– Già due anni – borbotta tra sé Leval – l’anniversario dei cani – con sarcasmo. Poi alza la voce per arrivare fino a noi che stiamo entrando in casa:
– buon compleanno!
E spingendo la porta dietro di me penso a quando lo racconterò a Victor.

Lo scorso anno non ci avevo fatto caso e la data era passata senza che ci ricordassimo di nulla. Ieri ho riflettuto e sono andato a vedere quando erano state scattate le foto al canile. Dunque sono passati due anni esatti.
Quando si tolgono due cani al canile si continua a guardarli sempre come due cani di canile. Non si dimentica mai da dove sono stati portati via e perché erano finiti là, anche se la loro storia non la si conosce davvero. Un cane felice non raggiunge la felicità di un cane di canile che diventa un cane felice. E non so descrivere cosa significhi assistere al cambiamento.
Ho detto dell’anniversario a una donna che aspettava qualcuno davanti a una porta e su cui Ernest ha fiutato l’assenza del suo cane. Lei si è messa a cantare tanti auguri e ha raccontato che quando lo accenna al suo mastino di sessanta chili riesce a distrarlo da qualsiasi agguato:
– una volta ci ho rimesso il braccio, frattura scomposta. Mi ha tirata a terra ed è corso dietro a una cagnetta. Sì, sì… adesso quando lo sento partire gli canto tanti auguri e lui va in palla.

4. Idraulica.

 

Oggi fa freddo a Parigi. Finalmente.
In Val d’Oise è caduta la neve. Il cielo di Parigi è bianco e nell’aria c’è l’odore del ghiaccio: metallico, rarefatto. L’aria è gelida e mi fa colare il naso.
Tolgo un guanto per infilare la chiave nel portone che con il freddo ricomincia a fermarsi prima di allinearsi al telaio e fare battuta. Appena Monsieur Leval se ne accorgerà compariranno i suoi avvisi: ordinerà a tutti di spingere la porta fino alla chiusura e la maggior parte di noi lo farà, perché ha senso farlo ma soprattutto per scansare le lamentele di Leval che starà di guardia. E mentre lui sorveglierà il comportamento degli abitanti del palazzo, sua moglie continuerà a lasciarsi alle spalle il portone socchiuso come faceva lo scorso inverno.
Sfilo il fazzoletto di tasca e mi soffio il naso salendo le scale.
– Buongiorno Monsieur Chevalier.
– Oh! Buongiorno! – li vedo all’ultimo, rialzando il viso e strofinando ancora il fazzoletto sulle narici.
È ora di pranzo. Il giovane Aumont e la sua ragazza sono sorridenti: scendono le scale ed escono in strada. C’è qualcuno che usa la pausa del pranzo per fare l’amore, penso. Sorrido e salgo a casa.
Sento che Gwendolen è già dietro la porta e quando entro è la prima a seguirmi in cucina per un biscotto. Io prendo un mandarino e preparo la caffettiera per dopo.
Deve arrivare Maurice. Il termosifone della camera da letto non funziona e Victor gli ha telefonato ieri sera: un muratore per un problema di idraulica. Ma Maurice ha esperienza di tutto.
Ora è in pensione ed è più impegnato di prima: fa il volontario due volte la settimana con i ragazzi dell’Istituto Pellier e poi va a imboccare i vecchi della casa di riposo a Montrouge, vicino a casa sua.
– Domenica li ho accompagnati in gita, i ragazzi – mi dice dopo un po’ che sta seduto davanti al suo caffè.
Ha portato con sé Molly – il boxer – che conosce l’appartamento e che non si lascia demoralizzare dal modo in cui la guardano i miei cani. Fa un giro nelle stanze mentre Maurice si scusa per l’invadenza – entra in cucina, nel bagno, in camera – e alla fine va a bere.
– Prendi un cioccolatino – gli dico togliendo il coperchio a una vecchia biscottiera di ceramica blu con i decori bianchi a occhio di pavone.
– Meglio di no, grazie. Questi sarebbe meglio evitarli – risponde, scartando il primo.
Facciamo due chiacchiere e poi lui mi chiede di vedere il lavoro, al solito:
– ebbene… guardiamo il termosifone? – dice alzandosi.
La cagna lo segue e gli sta addosso: via Molly! E via!
Malgrado il suo animale non smetta di leccargli le orecchie mentre lui sta piegato a terra, Maurice riesce a farsi un’idea del problema.Torna alla sua cassetta degli attrezzi, vicino al tavolo, e prende il necessario – una pinza, un cacciavite, uno straccio – e prima di tornare in camera scarta un altro cioccolatino.Sto a guardare mentre lavora e accarezzo il suo cane. Maurice ha bisogno degli occhiali; raccoglie il filo a cui li tiene appesi e li indossa – belli, con la montatura verde – e poi torna a chinarsi lasciando che i jeans allentati rivelino uno slip a righe che scivola sotto il peso dei pantaloni scoprendo abbondantemente la divaricazione delle natiche bianche.
– Così dovrebbe scaldare – dice rimettendosi in piedi dopo qualche minuto – lasciatelo al massimo per qualche ora.
Lo ringrazio. Ha sistemato tutto, come sempre.
Mi spiega di regolarlo come vogliamo e di fargli sapere:
– ci sono fino a dopodomani. Poi vado in Giappone.
Ormai ci abbiamo fatto l’abitudine ai viaggi di Maurice: mai mete troppo vicine. Gli interessa vedere come sta la gente; quando parla dei suoi viaggi racconta se ha visto persone ricche e troppe persone povere, se ha visto pulizia oppure no.
Rimane ancora il tempo di due chiacchiere sulla porta già aperta. Fa un bilancio della sua vita da pensionato e commenta con un sorriso timido:
– sono più occupato di prima.
E aggiunge una novità:
– mi hanno fatto consigliere del patronato – e ride – gli ho detto di fare qualcun altro ma.
Gli dico ciò che penso e cioè che è una persona seria a cui si dà fiducia e lui pare contento.
– A gennaio c’è l’incontro nazionale a Lione. Devo andarci – si fa serio. Rabbuiato da una preoccupazione:
– io non voglio parlare davanti al pubblico. Se devo dire come la penso alla nostra sezione lo faccio, ma davanti a tante persone io non sono capace di parlare. Gliel’ho detto: mandino un altro.
Quando esce sul pianerottolo e arriva l’ascensore Molly rifiuta di salire.
– ebbene…andiamo a piedi – e fa cenno al cane di seguirlo giù per le scale.
Li guardo scendere e vedo Maurice sul pianerottolo di sotto che apre il pugno e scarta l’ultimo cioccolatino che gli ho offerto quando richiudeva la sua valigetta portautensili.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi 3 décembre.

XXXVI. Lancette ferme.

Il fondo delle tende si muove in modo quasi impercettibile ma fuori sul terrazzino le foglie ovate dell’ortensia bianca si agitano inequivocabilmente. L’aria inquieta che prelude al temporale attraversa la porta aperta sul cielo grigio e muove la balza della bergère su cui dorme Ernest.
Gwendolen ha già fiutato nell’aria che odora di umido la minaccia di un rovescio, di un acquazzone come quelli di cui abbiamo udito l’eco tutto il giorno. Sta sull’avviso da quando siamo rientrati a casa; diffida di ogni mio gesto abituale perché è imprudente di fronte al pericolo e mi gira intorno a passi furtivi per attirarmi dove ha scelto di aspettare che tutto passi.
Chiudo una finestra per evitare correnti d’aria e mi tolgo le scarpe in bagno. Compare sulla soglia e corre a sedersi tra la mia gamba e la vasca.
– Andiamo in cucina? – la guardo negli occhi, rimpiccioliti a due punte di spillo dall’intensità dello sguardo. Le accarezzo il cranio indugiando sull’osso marcato in cima all’attaccatura delle lunghe orecchie: di solito le piace ma ora non serve a nulla.
In cucina viene a racimolarsi sotto il lavello e allora arriva anche il maschio che riesce ad occupare lo spazio rimasto tra il lavello e il gas. Io faccio scivolare nella vasca i pomodorini acquistati per Victor ma riesco a fatica a ruotare il rubinetto dell’acqua con loro tra i piedi.
È tardi ma non ha più importanza: a questo punto della giornata le lancette rallentano la loro marcia, rompono le righe.
A quest’ora Madame Poulain ha già rassettato la cucina e scelto cosa guardare in televisione prima di andare a dormire. “Adesso che sono sola non voglio andare a letto senza prima aver sistemato tutto. Se dovesse capitarmi qualcosa devono trovare la casa in ordine” mi ha detto qualche giorno fa sul pianerottolo dove era uscita per salutare i cani.

– È tornato lo scaldaletto! L’ho visto che posteggiava qui sotto…
Victor entra in casa e i cani si distraggono per andargli incontro.
– Sei pettegolo e moralista- mi avvicino anch’io.
– È Leval che lo chiama così. Io mi adeguo.
Victor si beffa del puritanesimo posticcio su cui si erge Leval per puntare il dito contro il compagno di Madame Bonnet – che è divorziata e ha figli – un rappresentante di commercio che capita di incrociare per le scale con una certa discontinuità.
Lo guardo mentre sta accovacciato nell’entrata e lascia che Ernest gli lecchi l’orecchio. Mi allunga la posta che io ho scordato di ritirare in buca e mi chiede cosa voglio nella crêpe salata:
– dobbiamo mangiare in fretta perché poi voglio fare i pomodorini confit.
– Te li ho messi di là ma non li ho ancora sciacquati.
Nessuno sa portare dei capi vecchi con l’eleganza di Victor. Anche adesso che si alza a fatica da terra e si asciuga la guancia con il fazzoletto.

Il temporale è durato pochi minuti. Qualche goccia di pioggia è arrivata sul vetro e il buio ha tinto di scuro le foglie dell’ortensia che di giorno appaiono ingiallite tra le nervature malgrado il trattamento che Honoré mi ha detto di ripetere ogni settimana.
Finalmente Gwendolen si è abbandonata al sonno nella piega del corpo più lungo di Ernest. Solo domani al risveglio si offrirà completamente alle carezze, supina, a bocca socchiusa, aspettando di essere toccata lungo la schiena per distendere le gambe.
Prendo un libro con l’intenzione di finirlo ma scivola lungo il fianco della poltrona mentre scopro un documentario sulla Tate in tv. I quadri di Alfred Wallis: uno sconosciuto fino a stasera.
I muretti bianchi e il mare di Wallis mi ricordano la Bretagna, di cui ho sempre un disperato bisogno. Mi pare di essere ancora sulla spiaggia, una sera d’estate, quando l’imbrunire si allunga oltre l’ora di cena. Dietro il muro basso a cinta di una casa di pietra una donna e i suoi ragazzi pescavano da una pentola nera i gusci schiusi delle cozze bollenti.
In seguito ho immaginato tante volte di sedere a quella tavola, a pochi passi dal mare.
Lo dico a Victor credendo che abbia dimenticato ma la sua voce è chiara:
– Locquirec. Eravamo a Locquirec.
Non lo ha dimenticato.

– Cazzo! Perché le cose vengono messe in frigo senza il coperchio?
Non lo vedo ma so ugualmente come sta lavorando, tenendo in punta di dita gli ingredienti, chino sulla teglia, con i barattoli delle spezie disposti in fila e gli avanzi dell’aglio raccolti in un piatto.
Ovviamente lo ignoro.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

XXXIV. Cosa dovrei fare.

Ho impiegato qualche secondo di troppo per ricordare chi fosse. Ho ricambiato subito il saluto ma temo sia stato evidente l’imbarazzo: il mio sorriso cordiale ma interrogativo in cambio del sorriso cordiale e un poco ostentato della signora che stava uscendo dal salone di bellezza di Titi e Marcel.
In verità la signora non esibiva il sorriso ma l’acconciatura, come se fosse consapevole dell’approvazione di quanti, avvezzi a incontrarla tutti i giorni con la spesa agganciata al passeggino della nipote, la tuta da casa e i capelli appiattiti sotto la fascia elastica, fossero sbalorditi dal manifestarsi di tale potenziale silente.
Così mentre lei indugiava davanti alla vetrina godendo della mia approvazione, io proseguivo oltre e finalmente riconoscevo in lei la vicina di Madame Verrall con la quale avevo scambiato qualche parola per via del cane e che aveva creduto che io e Victor dopo la morte di Algernon avremmo sollevato suo figlio dall’ingombro di un bulldog inglese che l’arrivo della neonata aveva retrocesso al rango di seccatura.
A ripensarci furono in molti allora a proporci un cane in adozione; lo interpretammo come un incoraggiante attestato di stima ma preferimmo rivolgerci al canile.
E a ripensarci la fascia elastica dona di più alla signora di quanto faccia la sua patinata messa in piega.
Oggi genero pensieri infelici perché mi sento infelice: mi disturba sapere che quel tale ha ancora telefonato a Victor. È Victor a dirmelo – è negli accordi: preferisco saperlo – e pare proprio che non subisca la lusinga di quell’uomo, ormai sulla settantina, che di tanto in tanto si fa vivo per fare due chiacchiere.
Lui e Victor sono stati insieme per quasi un anno prima che io lo conoscessi, ma non sono sicuro che lui sia a conoscenza del fatto che io so della sua presenza lontana ma mai eclissata definitivamente.
Victor accoglie ogni nuovo avvicinamento come un aggiornamento sul tempo che passa per entrambi – due commilitoni nostalgici che fanno il punto – e io intanto mi rovino la giornata percependo le fusa di quell’altro che sta a 1000 km da Parigi e di là si insinua nella nostra vita come un capello nei nostri piatti. A quella distanza potrebbe scomparire più agevolmente se avesse recepito le più elementari norme di educazione.
E Victor, che sembra davvero non capire, si limita a erigere un muro di razionalità davanti al mio malumore: sto con te, non con lui. Ho scelto te. Ma secondo te cosa dovrei fare?
Penso che ragionevolmente la colpa non sia di Victor ma di quell’altro. Non posso chiedere a Victor di comportarsi come non vuole ma posso sperare che capisca come mi sento io. Io che vorrei infliggergli la stessa pena.
Io che vorrei telefonare al tale di cui non ho mai voluto vedere la fotografia – per non avercelo poi sempre davanti o forse per timore di giudicarlo molto meglio di me – per dirgli che dovrebbe impiegare meglio il suo tempo e invece infilo la chiave nel portone del palazzo e mi trovo davanti la faccia inebetita di Monsieur Leval che stava per impugnare lo stesso portone dal di dentro per uscire.
Mi costringe a dire qualcosa sul tempo e ad ascoltare l’incresciosa vicenda della sua bronchite:
– come se avessi bevuto dell’acqua fresca, capisce. Venti iniezioni e non mi avevano fatto nulla. Così ha detto il dottore: dobbiamo ricominciare con qualcosa di più efficace Monsieur Leval.
Improvviso un’espressione solidale e lui appoggia il carico maggiore:
– e la pressione di mia moglie non accenna a stabilizzarsi.
Come un attore d’esperienza ha lasciato il posto alla battuta finale e io mi dispiaccio per la loro salute. Intravedo nel frattempo il giovane Aumont che sguscia verso le cantine riuscendo a evitare Leval.
Quando risale sono davanti alla cassetta delle lettere e ci scambiamo uno sguardo di intesa. Poggia un comodino davanti all’ascensore e poi aspetta che arrivi, con la maglietta infilata a mezzo nei pantaloni e la solita energia traboccante:
– Lo lascia qui? Può tornar utile per appoggiare la spesa in attesa dell’ascensore – ironizzo sfogliando la posta.
– Sì pensavo di metterlo proprio qui – e sorride, complice della mia idiozia.
Il portone si riapre e arriva Madame Mercier, chiaramente soddisfatta. Ci saluta:
– sono andata a confessarmi. A piedi fino a Sant’Anna.

Di sera, a letto, sto leggendo Julian Barnes e le dissertazioni di un circolo surrealista parigino sull’orgasmo femminile; come accorgersene: vecchia questione. Il tutto narrato da un inglese.
Chiedo a Victor:
– tu che hai avuto una donna: lo capivi?
– No. Glielo chiedevo.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.