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XXXVI. Lancette ferme.

Il fondo delle tende si muove in modo quasi impercettibile ma fuori sul terrazzino le foglie ovate dell’ortensia bianca si agitano inequivocabilmente. L’aria inquieta che prelude al temporale attraversa la porta aperta sul cielo grigio e muove la balza della bergère su cui dorme Ernest.
Gwendolen ha già fiutato nell’aria che odora di umido la minaccia di un rovescio, di un acquazzone come quelli di cui abbiamo udito l’eco tutto il giorno. Sta sull’avviso da quando siamo rientrati a casa; diffida di ogni mio gesto abituale perché è imprudente di fronte al pericolo e mi gira intorno a passi furtivi per attirarmi dove ha scelto di aspettare che tutto passi.
Chiudo una finestra per evitare correnti d’aria e mi tolgo le scarpe in bagno. Compare sulla soglia e corre a sedersi tra la mia gamba e la vasca.
– Andiamo in cucina? – la guardo negli occhi, rimpiccioliti a due punte di spillo dall’intensità dello sguardo. Le accarezzo il cranio indugiando sull’osso marcato in cima all’attaccatura delle lunghe orecchie: di solito le piace ma ora non serve a nulla.
In cucina viene a racimolarsi sotto il lavello e allora arriva anche il maschio che riesce ad occupare lo spazio rimasto tra il lavello e il gas. Io faccio scivolare nella vasca i pomodorini acquistati per Victor ma riesco a fatica a ruotare il rubinetto dell’acqua con loro tra i piedi.
È tardi ma non ha più importanza: a questo punto della giornata le lancette rallentano la loro marcia, rompono le righe.
A quest’ora Madame Poulain ha già rassettato la cucina e scelto cosa guardare in televisione prima di andare a dormire. “Adesso che sono sola non voglio andare a letto senza prima aver sistemato tutto. Se dovesse capitarmi qualcosa devono trovare la casa in ordine” mi ha detto qualche giorno fa sul pianerottolo dove era uscita per salutare i cani.

– È tornato lo scaldaletto! L’ho visto che posteggiava qui sotto…
Victor entra in casa e i cani si distraggono per andargli incontro.
– Sei pettegolo e moralista- mi avvicino anch’io.
– È Leval che lo chiama così. Io mi adeguo.
Victor si beffa del puritanesimo posticcio su cui si erge Leval per puntare il dito contro il compagno di Madame Bonnet – che è divorziata e ha figli – un rappresentante di commercio che capita di incrociare per le scale con una certa discontinuità.
Lo guardo mentre sta accovacciato nell’entrata e lascia che Ernest gli lecchi l’orecchio. Mi allunga la posta che io ho scordato di ritirare in buca e mi chiede cosa voglio nella crêpe salata:
– dobbiamo mangiare in fretta perché poi voglio fare i pomodorini confit.
– Te li ho messi di là ma non li ho ancora sciacquati.
Nessuno sa portare dei capi vecchi con l’eleganza di Victor. Anche adesso che si alza a fatica da terra e si asciuga la guancia con il fazzoletto.

Il temporale è durato pochi minuti. Qualche goccia di pioggia è arrivata sul vetro e il buio ha tinto di scuro le foglie dell’ortensia che di giorno appaiono ingiallite tra le nervature malgrado il trattamento che Honoré mi ha detto di ripetere ogni settimana.
Finalmente Gwendolen si è abbandonata al sonno nella piega del corpo più lungo di Ernest. Solo domani al risveglio si offrirà completamente alle carezze, supina, a bocca socchiusa, aspettando di essere toccata lungo la schiena per distendere le gambe.
Prendo un libro con l’intenzione di finirlo ma scivola lungo il fianco della poltrona mentre scopro un documentario sulla Tate in tv. I quadri di Alfred Wallis: uno sconosciuto fino a stasera.
I muretti bianchi e il mare di Wallis mi ricordano la Bretagna, di cui ho sempre un disperato bisogno. Mi pare di essere ancora sulla spiaggia, una sera d’estate, quando l’imbrunire si allunga oltre l’ora di cena. Dietro il muro basso a cinta di una casa di pietra una donna e i suoi ragazzi pescavano da una pentola nera i gusci schiusi delle cozze bollenti.
In seguito ho immaginato tante volte di sedere a quella tavola, a pochi passi dal mare.
Lo dico a Victor credendo che abbia dimenticato ma la sua voce è chiara:
– Locquirec. Eravamo a Locquirec.
Non lo ha dimenticato.

– Cazzo! Perché le cose vengono messe in frigo senza il coperchio?
Non lo vedo ma so ugualmente come sta lavorando, tenendo in punta di dita gli ingredienti, chino sulla teglia, con i barattoli delle spezie disposti in fila e gli avanzi dell’aglio raccolti in un piatto.
Ovviamente lo ignoro.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

XXXIV. Cosa dovrei fare.

Ho impiegato qualche secondo di troppo per ricordare chi fosse. Ho ricambiato subito il saluto ma temo sia stato evidente l’imbarazzo: il mio sorriso cordiale ma interrogativo in cambio del sorriso cordiale e un poco ostentato della signora che stava uscendo dal salone di bellezza di Titi e Marcel.
In verità la signora non esibiva il sorriso ma l’acconciatura, come se fosse consapevole dell’approvazione di quanti, avvezzi a incontrarla tutti i giorni con la spesa agganciata al passeggino della nipote, la tuta da casa e i capelli appiattiti sotto la fascia elastica, fossero sbalorditi dal manifestarsi di tale potenziale silente.
Così mentre lei indugiava davanti alla vetrina godendo della mia approvazione, io proseguivo oltre e finalmente riconoscevo in lei la vicina di Madame Verrall con la quale avevo scambiato qualche parola per via del cane e che aveva creduto che io e Victor dopo la morte di Algernon avremmo sollevato suo figlio dall’ingombro di un bulldog inglese che l’arrivo della neonata aveva retrocesso al rango di seccatura.
A ripensarci furono in molti allora a proporci un cane in adozione; lo interpretammo come un incoraggiante attestato di stima ma preferimmo rivolgerci al canile.
E a ripensarci la fascia elastica dona di più alla signora di quanto faccia la sua patinata messa in piega.
Oggi genero pensieri infelici perché mi sento infelice: mi disturba sapere che quel tale ha ancora telefonato a Victor. È Victor a dirmelo – è negli accordi: preferisco saperlo – e pare proprio che non subisca la lusinga di quell’uomo, ormai sulla settantina, che di tanto in tanto si fa vivo per fare due chiacchiere.
Lui e Victor sono stati insieme per quasi un anno prima che io lo conoscessi, ma non sono sicuro che lui sia a conoscenza del fatto che io so della sua presenza lontana ma mai eclissata definitivamente.
Victor accoglie ogni nuovo avvicinamento come un aggiornamento sul tempo che passa per entrambi – due commilitoni nostalgici che fanno il punto – e io intanto mi rovino la giornata percependo le fusa di quell’altro che sta a 1000 km da Parigi e di là si insinua nella nostra vita come un capello nei nostri piatti. A quella distanza potrebbe scomparire più agevolmente se avesse recepito le più elementari norme di educazione.
E Victor, che sembra davvero non capire, si limita a erigere un muro di razionalità davanti al mio malumore: sto con te, non con lui. Ho scelto te. Ma secondo te cosa dovrei fare?
Penso che ragionevolmente la colpa non sia di Victor ma di quell’altro. Non posso chiedere a Victor di comportarsi come non vuole ma posso sperare che capisca come mi sento io. Io che vorrei infliggergli la stessa pena.
Io che vorrei telefonare al tale di cui non ho mai voluto vedere la fotografia – per non avercelo poi sempre davanti o forse per timore di giudicarlo molto meglio di me – per dirgli che dovrebbe impiegare meglio il suo tempo e invece infilo la chiave nel portone del palazzo e mi trovo davanti la faccia inebetita di Monsieur Leval che stava per impugnare lo stesso portone dal di dentro per uscire.
Mi costringe a dire qualcosa sul tempo e ad ascoltare l’incresciosa vicenda della sua bronchite:
– come se avessi bevuto dell’acqua fresca, capisce. Venti iniezioni e non mi avevano fatto nulla. Così ha detto il dottore: dobbiamo ricominciare con qualcosa di più efficace Monsieur Leval.
Improvviso un’espressione solidale e lui appoggia il carico maggiore:
– e la pressione di mia moglie non accenna a stabilizzarsi.
Come un attore d’esperienza ha lasciato il posto alla battuta finale e io mi dispiaccio per la loro salute. Intravedo nel frattempo il giovane Aumont che sguscia verso le cantine riuscendo a evitare Leval.
Quando risale sono davanti alla cassetta delle lettere e ci scambiamo uno sguardo di intesa. Poggia un comodino davanti all’ascensore e poi aspetta che arrivi, con la maglietta infilata a mezzo nei pantaloni e la solita energia traboccante:
– Lo lascia qui? Può tornar utile per appoggiare la spesa in attesa dell’ascensore – ironizzo sfogliando la posta.
– Sì pensavo di metterlo proprio qui – e sorride, complice della mia idiozia.
Il portone si riapre e arriva Madame Mercier, chiaramente soddisfatta. Ci saluta:
– sono andata a confessarmi. A piedi fino a Sant’Anna.

Di sera, a letto, sto leggendo Julian Barnes e le dissertazioni di un circolo surrealista parigino sull’orgasmo femminile; come accorgersene: vecchia questione. Il tutto narrato da un inglese.
Chiedo a Victor:
– tu che hai avuto una donna: lo capivi?
– No. Glielo chiedevo.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

XXX. Esequie di campagna, esequie di città.

Sempre affabile, modesto. Io lo trovo supponente e certamente lo è sua moglie che sorride sempre ma non risponde perché finge di non aver udito la domanda. È Albert, il cugino medico di Victor che si è fatto un nome nella cardiochirurgia pediatrica a Parigi e mi pare tenga molto più a quello che al nome della sua famiglia di origine: la numerosa parentela dei Laurent, allevatori di vacche di razza normanna in Seine-Maritime. Sempre affabile, modesto. Victor lo dice con affetto e io glielo lascio credere.
Preferisco di gran lunga il sorriso largo di David, il terzogenito di suo cugino Adrien. È diventato un uomo conservando i riccioli biondi e lievita nei suoi occhi chiari la stessa pasta di bontà, la stessa mescola di ingenuità e scaltrezza che ho conosciuto quando era un ragazzo e il padre scopriva che a centrare il palo della luce a margine del campo era stato suo figlio con la mietitrebbia dopo aver trascorso la serata al pub.
Con le mani giunte scuotendo le braccia racconta di avere un bambino di pochi mesi a casa: dovete vederlo, è bellissimo. Scuote le braccia possenti come a dire che non gli pare vero di aver meritato tanto. E ci invita a casa sua per una tazza di sidro: sempre accogliente.
C’è tutta la parentela nel giardino della casa del vecchio Emilien che lunedì sera ha dato da mangiare per l’ultima volta al suo cane Gusta, l’epagneul breton che aveva voluto per la caccia ma con cui faceva solo lunghe passeggiate nei boschi di querce e faggi. Ma questa volta la vicina lo ha sentito abbaiare più a lungo del solito, tanto da credere che Emilien si fosse dimenticato di riempirgli la ciotola; invece Gusta aveva fiutato nell’aria il cambiamento e non gli andava più di mangiare.

Al funerale nella chiesa di Nointot oggi c’è ancora più gente. La gran parte dei presenti accompagna la bara in chiesa e poi aspetta fuori che esca per scortarla al cimitero. Stanno fuori e discutono della vita e della morte che ne fa parte. Rimango fuori anch’io a parlare perché non ho molte occasioni per farlo e li rivedo volentieri; loro che sono sempre affettuosi con me che quasi per tutti sono l’amico di Victor.
Tra i più vecchi c’è Gustave che non capisce perché suo figlio e Margot gli impediscano di urinare dietro la canonica dove nessuno lo vede. Margot è rimasta fuori della chiesa per controllarlo e lui ha un bel dire che alla sua età non si può trattenere. Resiste a lungo e finalmente, quando il parroco passa dall’aspersione all’incensazione, Gustave ripara dietro un cespuglio di biancospino dietro cui il suo soprabito leggero è chiaramente visibile a tutti. Lo portava al suo matrimonio nel 1966 e lo porta ancora nelle occasioni di riguardo.
Margot che lo aveva perso di vista lo ritrova a braccia conserte mentre domanda a un cugino come stessero andando gli affari di Emilien. Gustave non ha mai posseduto un’azienda grande quanto quella di Emilien ma si compiace del successo come se fosse il suo. Più che altro è il figlio di Emilien ad aver introdotto migliorie sostanziali negli ultimi dieci anni: grandi numeri, larga scala, ecosostenibilità e benessere animale. Un vecchio contadino come Gustave non comprende proprio tutto ma capisce che è la direzione giusta e approva.
– Sentito che belle parole ha letto il figlio in chiesa?
Quello che è riuscito a sentire gli è piaciuto e sembra voler dire che anche lui vorrebbe qualcosa di simile al suo funerale.

L’anno scorso a Parigi, quando è morto Monsieur Poulain, in chiesa eravamo meno di dieci. Non era un uomo molto amato nel palazzo e il figlio non ha mai dimostrato un attaccamento sincero quando era in vita e non lo ha improvvisato quando il padre è morto.
La bara non era ancora scivolata nel carro funebre che il responsabile dell’impresa di Onoranze Durand – di Durand e figli – già sparecchiava il tavolino a lato del portone principale: via la fotografia, via il libro delle firme, via il lume e un energico scossone per scrollare la tovaglietta viola bordata a lutto.  Poi libera la giacca di due taglie più piccola che ha tenuto abbottonata durante la funzione e scivola al posto di guida.
Monsieur Leval sulla soglia avvicinava Victor per dirgli che forse non è l’occasione migliore ma bisognerebbe parlare dell’autoclave condominiale e nel tragitto di ritorno a casa le signore del numero civico 31 e quelle del numero precedente facevano l’inventario delle vedove sopravvissute ai loro mariti.
E io ricordo come un incubo di essere caduto nella tentazione di dimostrare di sapere più di quanto sapessi; ricordo di aver detto a Madame Mercier e alle sue amiche che Monsieur Poulain era cardiopatico. Di averlo detto per averlo udito dire da qualcuno che probabilmente stava parlando di un’altra persona; ma ormai era troppo tardi e ancora oggi sono in molti a compatire la debolezza di cuore di Monsieur Poulain.

Stasera, durante il viaggio di rientro a Parigi, ho lasciato che Victor ordinasse i pensieri che lo rendevano silenzioso. Non lo è mai alla guida e non tiene mai entrambe le mani sul volante; se lo fa è perché sta riflettendo a molte cose.
Deve aver fatto le sue constatazioni perché alla fine mi ha detto:
– mi raccomando, quando toccherà a me diffondi la notizia solo a esequie avvenute.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

XXVI. Si prega di.

Alla fine Monsieur Leval il biglietto sul portone l’ha messo davvero. A lui piace avere pretesti per seminare avvisi di questo tipo nel palazzo: ricordare di spegnere la luce nel corridoio delle cantine, di portare in strada il sacco dell’umido il martedì sera, di assicurarsi che la porta d’entrata sia ben chiusa.
Redige personalmente i suoi memento, in bella grafia, parte in corsivo e parte in stampatello senza una ragione precisa: il nocciolo della questione, la parola chiave non è quella che evidenzia in maiuscolo. Non in un primo momento almeno, perché Leval torna sui suoi avvisi in tempi differenti per sottolineare con biro di altro colore i passaggi determinanti o integrare il messaggio per chiarire meglio la necessità.
Faccio avanti e indietro dalla cantina con alcuni oggetti trovati in fondo all’armadio dove stanno pentole e piatti di uso quotidiano. Trovarli come si rintraccia qualcosa che non si credeva di avere, su cui ormai non si contava più, è già di per sé una buona giustificazione per disfarsene definitivamente.
Ci sono oggetti che terremo per tutta la vita e altri che a un certo punto ci appaiono estranei. Precipitano nell’anonimato da cui li aveva tratti un episodio che credevamo diventasse un ricordo. Tuttavia non tutti gli episodi della nostra vita hanno la prestanza per diventare un ricordo.
Ho riportato alla luce una zuccheriera di famiglia: un recipiente di peltro dal coperchio a imbuto; in punta una pigna semischiusa e ai lati due manici sottili terminanti in due teste equine piegate in avanti.
Obiettivamente credo che non ce ne serviremo più. Proviene da un servizio da caffè con ambizioni liberty degli anni Settanta: il che sigla la sua condanna al repertorio kitsch più che un’entrata nel territorio del vintage. Le cose vecchie che mettiamo in tavola sono altre: di porcellana sbeccata e un poco scolorita ma quietamente ordinaria.
Prendo l’ultimo scatolone e apro la porta:
– aspetta qui Ernest. Noi usciamo dopo.
Il cane si convince senza mostrare di aver capito veramente le ragioni del mio rifiuto. Arriva anche Gwendolen e insieme stanno a guardare mentre sguscio fuori e mi tiro la porta alle spalle.
Al piano terreno incrocio Madame Poulain che mi chiede se ho già visto l’avviso di Leval. Sorride ma ammette la prudenza di chiudere il portone:
– è importante per tutti e ci vuole davvero poco: basta spingerlo – poi non regge al pettegolezzo e abbassa la voce:
– dovrebbe fare più attenzione a sua moglie: quando esce lei lascia spesso il portone spalancato!
La sera tocca a Victor fare dell’ironia sulla burocratica coscienza del nostro consigliere di scala:
– hai visto? Io sono esonerato.
– ?
– Ha scritto: gli inquilini del palazzo sono pregati di assicurarsi che il portone sia chiuso. Io sono proprietario.

Monsieur Leval fa di tutto per attirarsi l’ironia di molti dei suoi vicini ma ho riflettuto su una cosa: Leval è un vecchio e i vecchi hanno cura del senso civico di cui gli altri si disinteressano. Hanno il tempo per farlo, ma non è solo questo. Ricordo che l’unico abitante del palazzo che si preoccupava di cancellare i segni sul muro nell’androne e lungo la scala che conduce al cortile era l’anziano Monsieur Picard, operaio meccanico e sarto a domicilio per le piccole riparazioni.
Dopo di lui nessuno ha pensato di mantenere pulite le pareti: alla fine della prima rampa di scale c’è ancora il segno del passaggio della bara di Monsieur Picard, lo scarabocchio di un angolo della cassa mentre quelli delle Pompe funebri Bon repos manovravano in curva.

F.Quint, In(di)visibles.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.