15. Delle belle scarpette.

Chiunque varchi la soglia della bottega di Monsieur Marcel per la seconda volta sa che un altro calzolaio lo servirebbe chiedendogli molto meno. Perché la prima volta si sarà certamente accorto che i prezzi che pratica Monsieur Marcel sono cari. Non più cari ma cari oltre ogni paragone.
Alla sua bottega si torna comunque: perché certe riparazioni si possono affidare solo alla sua esperienza, per abitudine e per certa maniera di ghermire il cliente che Monsieur Marcel esercita impunemente. Ecco: si ritorna nel suo negozio per non deluderlo.
Oggi io e una signora eravamo diretti al suo negozio. L’ho vista arrivare dalla direzione opposta alla mia e le ho ceduto il passo; lei ha ringraziato spingendo la porta e trattenendola perché la seguissi.
Monsieur Malcel stava seduto in una poltroncina davanti al bancone a leggere il giornale spiegato sul suo grembiule di cuoio. Ha salutato emergendo appena dal quotidiano ma ha continuato la lettura. Intanto il figlio tralasciava lo stivale che stava mettendo in forma per avvicinarsi e domandare alla cliente in cosa potesse servirla.
Lei è parsa un poco delusa; ha cavato dalla borsa che teneva con entrambe le mani una cintura maschile logora e stinta da cui si era sfilata la fibbia:
– secondo lei ne vale la pena? – ha chiesto al giovane che l’ha presa per osservarla con scarsa attenzione. Come se fingesse di esaminarla avendo già deciso che l’avrebbe riparata per non rinunciare a un incasso:
– ma sì, sì. La può ancora usare.
La signora che aveva sperato in un’analisi più argomentata e uno scambio più loquace è passata al secondo articolo della lista, quello a cui teneva davvero: un paio di scarpe in pelle décolleté, blu e beige, da risuolare.
Il ragazzo non ha alzato la testa. Piuttosto ha allungato il braccio per recuperare la biro con cui ha tracciato una croce sulla suola e sul tacco.
– Se si potesse rimediare qui… c’è un taglio vede? – ha aggiunto lei mostrandogli la punta della scarpa.
– Poi gliela lucido. Com’è il nome?
– Picard.
– Va bene. Sono pronte per la fine della prossima settimana.
La signora è rimasta a fissarlo trattenendo ancora con entrambe le mani la borsa vuota stropicciata. Poi ha sorriso come a dire va bene arrivederci e voltandosi ha infilato il sacchetto nella tasca della giacca.
Solo allora Monsieur Marcel si è alzato dalla poltroncina lasciando che il giornale scivolasse al suo posto:
– fammi un po’ vedere – ha ordinato al figlio che è andato a riprendere le scarpe dallo scaffale in cui le aveva già riposte.
La signora che non ci sperava più era se possibile più soddisfatta che se a servirla fosse stato Monsieur Marcel. Perché a intervenire così, quando l’ordinazione era già stata presa, Monsieur Marcel pareva voler dire che a quella cliente teneva tanto da voler controllare personalmente che le sue scarpe ricevessero la cura necessaria.
E tuttavia ciò che distingue Monsieur Marcel è la finezza con cui lusinga la vanità di ciascuno di noi.
– Proprio delle belle scarpette – gli abbiamo sentito dire mentre alzava controluce il paio di décolleté reggendole appaiate con la mano destra e calzando gli occhiali con la sinistra. Si trattava in effetti di un paio di scarpe da non meno di 100 euro; di pelle morbida.
Allora la signora è uscita contenta: felice di avere un gusto squisito e felice che un estimatore competente come Monsieur Marcel sapesse di quel suo gusto squisito.

Boot Café. 19, rue du Pont aux Choux.

– Prego – la voce del figlio mi ha sorpreso mentre ero intento a fare qualche considerazione sulle maniere di suo padre e sulla scelta conveniente del momento in cui intervenire.
– Ah sì: Chevalier; devo ritirare un paio di mocassini.
– Guardo subito – ed è andato a cercarli. Intanto Monsieur Marcel aveva ripiegato il giornale e passava dietro il bancone per andare a mettere in forma lo stivale. Passando mi diceva qualcosa sul tempo di questi giorni.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi 30 juin.

 

25. Sì va bene, sì però.

Di base evito di arrabbiarmi. Non esterno. Per lavoro coltivo una cortesia salda, infrangibile e spesso ipocrita. Clienti spicci, clienti sgarbati, clienti saccenti: la pazienza varia ma non può mai abbassarsi sotto il livello di guardia. E comunque ci sono i clienti modello che servono a far dimenticare gli altri.
Sfogare la rabbia non appartiene al mio modo di essere e poi non sono molti i casi che giustificano il dispendio di energia necessario a una discussione. Quindi discuto di rado, non raccolgo le provocazioni e sdegno l’arroganza altrui.
Questo non significa che rinunci sempre a reagire e nemmeno che la prepotenza o la stupidità mi siano indifferenti. Se covano un pregiudizio mi ripugnano, ma è soprattutto di fronte all’ottusità dei giovani che ho paura: li vorrei liberi. Li vorrei felici.
Ci sono sfide che in ogni caso vanno raccolte. Da che sono solo nel tragitto da casa all’edicola, ho pensato di riprendere una vecchia abitudine: correre una mezz’ora ogni mattina. Indosso le mie scarperunningbenessereuomo e scendo in strada. Non credevo di avere fiato e voglia di perseverare nell’impresa e invece ho scoperto che mi piace. Saltello spostando il peso da un piede all’altro e comunque avanzo.
Ho constatato che il movimento fisico mi rende costruttivo e che, al contrario, è sufficiente un quarto d’ora di televisione per scivolare nell’apatia. Torno, mi infilo sotto la doccia e prendo un caffè con il video acceso; il meccanismo è perverso: la televisione racconta la vita altrui e tu rimandi i progetti sulla tua.
Con la neve Parigi è più bella del solito, ma ho dovuto rinunciare alla mia corsa. Ieri mattina stavo arrivando davanti al nostro portone quando ho intravisto un tale davanti al citofono. Divisa arancione e borsa a tracolla; teneva delle buste bianche in mano.
Mi avvicino: buongiorno, è la posta?
No è pubblicità risponde sarcastico. Io intendevo sapere se quella divisa, diversa da quella dei dipendenti della Poste de France, avesse a che fare con un servizio della posta ordinaria. Aspetto un libro da mesi e mi domandavo se fosse la volta buona.
Capisco che interpellare la gente al citofono riservi esperienze di vita mortificanti e che deve aver frainteso il mio interessamento con l’ennesima dimostrazione di diffidenza verso chi distribuisce messaggi pubblicitari nelle buche di chi non desidera accumularne.
Ho mostrato la chiave ma non ho aperto il portone; lo tenevo in ostaggio:
ho capito che non è materiale pubblicitario quello che ha in mano, ma aspetto un pacco e mi domandavo se lei lavorasse per la Posta.
Ci sono molte poste private adesso. È tutto cambiato.
Uno storico: pare un corriere e invece ho davanti uno studioso dell’evoluzione dei comportamenti nella società contemporanea. Ho incassato la lezione e gli ho aperto la porta.
Lui allora ha assunto il ruolo della vittima: non c’è bisogno di arrabbiarsi.
Sento che mi ha esasperato: ma io non sono affatto arrabbiato. Sono deluso, perché avrei gradito maggiore educazione.
L’interlocutore teme molto meno l’offesa grossolana; il rimprovero fatto con garbo è spiazzante, la reazione quasi mai immediata. È divertente.
Un’ora più tardi sono al lavoro.
Sono stato a fare la spesa mi dice Monsieur Marcel, il calzolaio, mostrandomi la borsa della Farmacia dei Dottori Fabri che tiene con la mano inguantata: con la neve è arrivata l’influenza in casa. Ho moglie e figli a letto.
Poi senza accorgersene guarda in direzione dell’angolo dove stava accucciato Algernon. Monsieur Marcel era tra quanti non mancavano mai di salutarlo. Rialzando lo sguardo incrocia il mio ma non dice nulla; infila sotto braccio il suo giornale ripiegato e si dirige al caffè di fronte.
Lo osservo mentre si pulisce gli scarponcini prima di entrare e vedo una signora con una giacca di montone, di quelle in voga negli anni Ottanta, che esce dal caffè e tiene aperta la porta a Monsieur Marcel. Poi attraversa il marciapiede in direzione dell’edicola:
Ha per Caso il NUmero Passato di Bild Der Wissenschaft?
Ricordo di averlo ancora e lo trovo alle mie spalle. Mentre cerca il denaro nel borsellino sopraggiunge un uomo dall’andatura affaticata. Si sporge per assicurarsi di averla riconosciuta e la saluta. Lui ha con sé il carrellino della spesa e si appoggia ad esso per rispondere alla signora che si sta informando sulla sua salute.
Mi accorgo di essere stato colpito dalla sistematicità con cui ha programmato le sue commissioni: è stato ad acquistare il formaggio ed è diretto dal macellaio – mi tiene il tacchino per il mio Fifi – ma farà un salto al discount nel cortile del n.110 perché hanno un detersivo non caro: non mi screpola le mani e così dicendo si accarezza il dorso con il palmo dell’altra mano.
Un uomo solo e il suo animale di compagnia. Un uomo ordinato, attento.
Io lo sono molto meno. Trovo rilassante indossare magliette vecchie oppure quelle di Victor per la mia corsa la mattina. Maniche corte sulle maniche lunghe di cotone.
Ammetto che alcuni abbinamenti abbiano bisogno di tempo per essere capiti; li mostro a Victor:
Voilà. Sportivo. Fino a esaurimento scorte!
Mi osserva contrariato: Piuttosto fino all’esaurimento.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

VII. Sipario.

Oggi al chiosco è passato Monsieur Marcel. Ho sentito la sua voce alle mie spalle commentare la locandina che ero intento ad attaccare e sono stato felice di rivederlo. In effetti è passato molto tempo dall’ultima volta che ho potuto parlare con lui; lo conosco da quando ho iniziato a lavorare nel M., e sono ormai alcuni anni, e non ricordo che Monsieur Marcel abbia mai acquistato nulla da me.
Tuttavia fu lui a presentarsi allora; mi disse che riparava scarpe nella bottega in cui il padre svolgeva già lo stesso mestiere, svoltato l’angolo, e credeva fosse necessario che ci si conoscesse tutti, noi negozianti della zona. Stimai anch’io fosse buona cosa, ma di fatto la maggior parte degli altri commercianti rimangono tuttora degli sconosciuti o al più delle fisionomie che identifico se incontro per strada.
Ho scoperto poi che Monsieur Marcel non si limita affatto a sostituire tacchi ed è uno straordinario artigiano della calzatura che confeziona le scarpe su misura per una clientela elitaria che se lo contende. Esce di rado dal suo laboratorio e se capita lo fa con indosso il suo camice carta da zucchero e il grembiule in pelle su cui pendono gli occhiali che mette in punta di naso quando lavora.
Nel suo negozio ha esposti vari modelli di calzature realizzati a mano e sono bellissimi: legno e pelle lucidissimi, cuciture perfette e forme sinuose di solida eleganza. Se il tempo glielo consente Monsieur Marcel mi mostra l’ultima creazione e, rigirandosela tra le mani, racconta come gli è venuta l’idea di un dettaglio apparentemente insignificante e intanto io imparo a notare particolari che ignoravo e a stimare la complessità dell’opera finita. Sui suoi clienti invece tace con signorile finezza; non vanta conoscenze e assicura a chi calza i suoi pezzi unici la dovuta discrezione. calzolaioi
Io l’ho udito molte volte parlare di tomaia, mascherina, fiosso, linguetta e ho goduto di questi termini a me sconosciuti come quando rileggo in Virginia Woolf l’elenco dei fiori che la signora Dalloway osserva dal fioraio: “delfinii, piselli odorosi, lillà a fasci e garofani, garofani a profusione”. (L’unico libro di cui ricordo l’inizio, che adoro: “la signora Dalloway disse che i fiori li avrebbe comperati lei”).

Non mi potrò mai permettere un paio delle sue scarpe, ma le guardo attentamente ogni volta che porto le mie per un consulto, perché Monsieur Marcel studia con attenzione ogni caso e rifiuta di accomodare qualcosa se non ritiene che ne valga la pena.
scarpaDa sempre la mia preferenza va alla classica Full Brogue tinta cuoio che lui tiene in una vetrinetta accanto alla cassa e poi non dimentico mai di trattenermi qualche minuto ad ammirare un polacchino color moka di un morbidissimo camoscio che sta nel ripiano sotto i modelli in vernice.

Monsieur Marcel ama il teatro di prosa come me e quindi si sofferma a guardare il manifesto di uno spettacolo quando ne vede affisso uno. Io e Victor li abbiamo collezionati nei primi anni in cui andavamo a teatro insieme e io accolgo sempre volentieri una locandina al chiosco quando mi viene chiesto di esibirla; in qualche modo mi sento un ingranaggio dell’incantevole meccanismo del palcoscenico.
Con Monsieur Marcel scambiamo impressioni sugli spettacoli della stagione e su quelli che ricordiamo più volentieri, aneddoti sugli artisti e sui teatri che frequentiamo. Poi si rende conto che è bene rientrare e immancabilmente si accomiata con un “si va in scena, sipario!”

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.