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9. Atto unico.

Interno del palazzo.
Personaggi: i condomini (e un cane).

Rincasavo in compagnia di Algernon e lui ha deciso di salire le scale. Non lo faceva da tempo immemorabile e comunque non ha mai amato salire gli scalini di marmo, fidarsi di una superficie lucida e scivolosa, un cimento di cui non credo abbia mai giustificato la necessità. Ho sentito che Madame Poulain – che le scale le stava scendendo – si rivolgeva a lui come si sarebbe rivolta a un altro abitante del palazzo; Algernon è un inquilino storico dello stabile, conosciuto dal piano terra agli interni 13 e 14, le mansarde.
Buongiorno cagnone. Come va? Di  ritorno dalla passeggiata?
Ho sorriso compiaciuto e mentre prelevavo la posta e mi accingevo a seguirlo, Madame Mercier ha attirato la mia attenzione:
Monsieur Sébastien posso parlarle un momento?
Madame stava richiudendo la porta che conduce al cortile. Tempo di recuperare il secchio della spazzatura e salire cinque scomodi scalini, mi è stata accanto:
Non so fino a quando riuscirò a scendere di qui. Gli scalini sono alti e se non mi tengo al corrimano rischio di cadere. Poi ha ripreso fiato e ha accennato un sorriso. Voleva informarmi che un giovane alto e magro che stava davanti all’entrata le aveva chiesto di Victor. Le aveva detto di chiamarsi Honor no Hugo, ecco Hugo e di essere un amico di Victor cui doveva restituire i libri che teneva in borsa.
Non ho creduto per un attimo che Madame lo avesse invitato a entrare o che si fosse offerta in nostra assenza di ritirare i volumi:
I libri li aveva, me li ha mostrati. Ma io non me la sono sentita di prenderli.
Ha fatto benissimo, Madame. E poi non ricordo nessun amico di nome Hugo. Se necessario si farà sentire.
Quando le ho chiesto quando era capitato l’episodio mi ha detto che l’incontro risaliva a circa due settimane prima. Ho trovato talmente imprevista la sua risposta che non ho saputo cosa ribattere. Naturalmente Madame Mercier si aspettava il mio ringraziamento per tanta premura e io ho ringraziato. Mi sono avviato mentre lei non sprecava l’occasione per ribadire quanto poco prudente sia lasciare il portone di ingresso aperto o comunque permettere a chiunque di entrare nel palazzo.
Quando ho raccontato a Victor il nostro scambio di battute – ti rendi conto? Più di quindici giorni per dirmelo! – Victor non si è mostrato per nulla sorpreso: per una che vive in un bunker non ci trovo nulla di strano.
Certamente lo scambio di battute con lo sconosciuto deve aver turbato non poco Madame Mercier, che ho descritto altrove come una donnina di innato fascino e innata paura, o forse ha movimentato un poco le sue giornate, legittimando peraltro i suoi timori in merito ai delinquenti in libera circolazione.
Quanto a Madame Bonnet, ultima arrivata nel palazzo, devo trovare il modo di spiegarle che duro fatica a darle del tu. Uso il lei perché mi è stato insegnato che era educato fare così, perché è giusto mantenere un rispettosissimo cordiale distacco – specie tra condomini che prima o poi si azzufferanno sul colore dello zerbino nell’entrata – e infine perché mi pare ridicolo fingere una familiarità informale con qualcuno che conosciamo appena e vediamo in media quattro volte al mese. I nostri orari sono molto diversi e le occasioni di incontro poche ma sono davvero in imbarazzo quando mi devo rivolgere a lei. Forse è anche più giovane di me. Anzi, lo è certamente.
Ricorro al salve che ho sempre creduto fosse un saluto insignificante. Sto sul neutro e spero capisca.             

A proposito. Ho rubato una frase per strada durante l’uscita per l’acquisto del sale della lavastoviglie. Giuro di farne regolare uso solo per quietare la pedanteria di Victor, ma stavolta ne ha personalmente constatato l’assenza ed è andato su tutte le furie: dillo che manca e lo compro io ma dillo. La manutenzione è importante, con l’acqua dura che ci ritroviamo.
Passando davanti al salone di parrucchiera per signora al 28 di rue Gérard ho udito la proprietaria – appoggiata alla soglia a fumarsi una sigaretta – salutare un’amica che veniva dalla direzione opposta alla mia. Una volta vicine hanno soffocato il reciproco giubilo in un abbraccio che non le ha avvicinate veramente perché entrambe hanno cercato di mantenere comunque le distanze.
Come stai?
Stanca.
Si vede dal nasino, cara.
Trionfo di ipocrisia femminile: ne ho goduto sino all’arrivo a casa, circa cinquanta metri più in là. Avevo sempre creduto che il naso potesse essere vittima solo di un brutto raffreddore e reggesse bene alla stanchezza. La signora ha trovato il modo di ammettere e semmai evidenziare lo sfacelo fisico dell’altra fingendo che fosse appena intuibile da un dettaglio trascurabile. Maligna ai limiti della perversione. La perfidia umana non cessa di stupirmi raggiungendo vette sublimi. Dovevo scriverne.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

III 31, rue Simonet.

Ormai lo faccio abitualmente. Ogni volta che sosto davanti l’ascensore tenendo la porta aperta perché Algernon si decida a entrare, cerco di assumere un aspetto dignitoso e raccomandabile e accenno un sorriso, appena un abbozzo. Algernon impiega un paio di minuti ogni volta perché lo intimorisce la superficie lucida del pavimento dell’entrata e delle scale e ripiega sull’ascensore solo quando constata, per l’ennesima volta, di non avere alternativa.

Nel frattemascensorepo io sono certo di essere scrutato dall’occhio esigente di Madame Mercier, che mi figuro in punta di piedi nelle sue pantofole di lana, allungata lungo la porta per arrivare allo spioncino. La sua non è curiosità ma l’eccessiva cautela di una vecchia signora che teme sempre il peggio e che lascio delusa ogni volta che accenno a qualcosa di rasserenante perché credo che apprezzerebbe molto di più sapermi costantemente terrorizzato quanto lei. Madame Mercier vive da tanti anni al piano terra del palazzo, è minuta e un po’ ricurva, ma ancora molto bella e soprattutto aggraziata, nei tratti e nei movimenti. È vedova e ha due nipoti, una delle quali ormai sedicenne, a cui rivolgevo sempre qualche considerazione infantile e una battuta giocosa e a cui l’altro giorno mi sono sorpreso a dare del lei, ricambiando il saluto. Si sarà sentita grande. Non ho mai intravisto l’appartamento di Madame Mercier, nemmeno quando la porta rimane socchiusa e lei esce con il sacco della spazzatura per gettarlo in cortile, ma quando rientro, specie la mattina tardi, verso l’ora del pranzo, sento la sua radio accesa e ricordo che lei mi disse una volta di preferire l’ascolto della radio alla televisione. È sempre molto gentile con Algernon, che lei chiama il Principino e quando non lo vede in mia compagnia si informa sulla sua salute.

Al quinto piano, due rampe lontano da noi, abita Monsieur Leval, impiegato della Société Générale in pensione, che fornisce sia a me che a Victor informazioni non richieste sul resto del palazzo. In verità Victor è molto più abile di me a scansarne i servigi, ma lui sa che la nostra reputazione onorata è maturata grazie alla mia buona educazione e così sono io che mi intrattengo con Monsieur Leval ogni volta che non posso farne a meno e, mentre lui disquisisce sui problemi dello stabile o su quelli privati di quanti lo abitano, io penso a una formula di congedo per sottrarmi a un interrogatorio.

Ricordo che un giorno lo incontrai mentre ritiravo la posta e che mi ragguagliò con molta serietà sulla salute del nostro netturbino, quello addetto al ritiro dei rifiuti organici. Sarebbe presto tornato: l’assenza era dovuta a un’operazione che però era già stata superata. Io non sapevo neanche che avessimo un netturbino tutto nostro e mentre salivo le scale riflettendo sull’utilità della notizia appena ricevuta, mi raggiunse la voce di Leval che aggiungeva ancora: “é il migliore”.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.