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III. Amami a basso costo.

Una vita, per quanto a lungo venga concesso di viverla, è affare fuggevole: troppo breve se hai capito il meccanismo e vorresti sfruttarne le opportunità. Geniale e perverso, con il passare degli anni ti vengono pure sottratte le forze così rinunci ai tuoi progetti perché non riesci a sostenerli fisicamente.
Del resto nell’arco di un’esistenza ci è dato di entrare e uscire da più di una vita con sufficiente disinvoltura; talvolta non ne abbiamo coscienza, talaltra il passaggio va raccontato a un analista.
Capita che la vita cambi: scompare una generazione di persone conosciute, il nostro corso di studi non esiste più, la vetrina del turkish kebab pare più grande della vetrata in legno del bistrot che c’era prima, ci dicono che i dvd sono superati e noi conserviamo le copie in vhs.
Hanno sostituito il nastro perforato e la pianola suona una canzone diversa. Tocca adeguarsi ed io, alla soglia dei cinquanta, mi proclamo pronto al cambiamento. Prima covavo un rassicurante senso di conservazione che talvolta degenerava nella celebrazione di una personale memoria storica – la casa della nonna, la cartella rossa, il biglietto della Royal Albert Hall la notte della Vigilia.
Era tutto prevedibile, tutto conformabile; alla fine tutto molto noioso.

Ho sempre letto molto e quindi ho vissuto l’esistenza dei personaggi di carta.  Inoltre presto attenzione alla vita degli altri e assistere è un po’ come partecipare: come assaggiare il sugo in cottura sapendo che non sarò in tavola quando sarà servito.
Guardarsi attorno è un’operazione divertente e utile: basta un po’ di esercizio e l’interesse antropologico si alimenta da sé. Certamente la mia collocazione è privilegiata; stare in un chiosco di giornali a mezzo tra il passaggio della gente e quello delle macchine è come nascondersi in un casotto di palude per osservare una dendrocygna viduata che spolvera le penne del gregario.
La gente sa di essere raggiungibile dallo sguardo altrui ma in strada allenta il controllo sul proprio comportamento. In coda alla cassa o nello studio del dentista le persone sono più attente al proprio contegno; fuori meno.
Stamane ad esempio ho notato una bambina peruviana – gli occhi piccoli e gli zigomi alti e larghi -alla fermata del 72. Stava seduta sulle ginocchia di quello che probabilmente era il padre e gli pettinava la frangia. Passava e ripassava la piccola mano olivastra sui capelli neri appiattendoli sulla fronte e lo faceva restando concentrata sulla testa di colui che, reggendola in vita, fissava immobile le auto in strada . Malgrado l’indifferenza apparente era evidente che lui gradiva il tocco di quella mano, carezzevole e soporifero.
Più avanti ho seguito i passi di una donna bellissima nell’erba dello spartitraffico. Aveva la pelle marrone scuro – il marrone delle castagne – e indossava un abito nei colori del bianco e dell’arancione, coperto in parte dal cardigan di lana marrone, stretto alla vita sottile. Camminava in un paio di francesine basse – nere e marrone scuro – e io ho pensato che le persone eleganti non si sporcano mai. Io ne sarei uscito quasi certamente con la terra appiccicata alla suola e i tacchi infangati ma lei era perfetta prima e dopo la traversata.
Mentre ritiro nell’imballaggio i quotidiani non venduti mi accorgo di una signora sulla sessantina ferma a fianco del palo semaforico. Suo malgrado diffonde un chiaro messaggio al resto del mondo: alla tracolla pende una borsa di stoffa fucsia su cui leggo “love me” a caratteri argentati mentre dal suo pugno spunta il volantino del supermercato, arrotolato distrattamente, su cui è visibile il monito “a basso costo”, nero su giallo. Sarà l’automobilista che si è appena fermato a cogliere la sua modica richiesta di affetto? Ma la signora ubbidisce al segnale semaforico e attraversa la strada.

Capita che lo sguardo si avvilisca sulla panchina su cui rimane la lattina di birra e il contenitore delle crostate all’albicocca scartate lì attorno. E se ripassi più tardi ci trovi seduta la vecchia Madame Roüan che fa tappa con la borsa della spesa prima di affrontare l’ultimo tratto verso casa.
Capita che volti le spalle a un’altra panchina mentre cerchi di liberare il cane dal guinzaglio legato a una zampa e quando ti giri intravedi Madame Vincent – ottant’anni e le pantofole di pile chiuse col velcro – che sostiene una donna che non credevi avesse un qualsiasi legame con lei.
Eri abituato al passo rigido di quella donna sulla quarantina, i capelli corti e gli occhiali e un gusto squisito per l’abbigliamento, sempre roba di buon taglio in british style. Eravamo abituati tutti nel quartiere a vederla fermarsi per riassestare l’equilibrio e spingere gli occhiali sul naso con il polso perché la mano accartocciata non poteva più farlo. Chi ancora indugiava a osservarla non era del quartiere.
La rivedo al braccio di Madame Vincent che raggiunge la panchina e la spinge cautamente incontro allo schienale perché lei possa ancorarvi le mani e ruotare lentamente il busto per sedersi, ancor più lentamente.
Questa volta il sugo che assaggio è acido, rivolta lo stomaco, ma è necessario inghiottirlo.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

XXXIII. Annuso, ergo sum.

Sto poco bene e rimango a letto. Mi accade assai di rado di fare il malato, a letto per giunta. Ho passato la notte a escogitare un modo per separare la testa – pesante, pesantissima – dal resto del corpo e riporla momentaneamente sul ripiano della cucina, giusto il tempo di riprendere fiato. Riflettevo tenendo il fazzoletto sotto il getto dell’acqua fredda per distenderlo sulla fronte e spegnere l’incendio. Credo di aver anche fantasticato sulla possibilità di addormentarmi con il capo sul ripiano nel frigorifero.

Victor è stato dolcissimo: mi ha sentito scendere dal letto e si è informato sulla mia salute, offrendomi il suo aiuto. Poi, mentre cercavo di formulare una risposta, si è girato su un fianco e ha ricominciato a dormire profondamente. Dunque sarei morto in solitudine.

All’alba ho preso sonno e solo al risveglio ho potuto constatare che ero riuscito a raggiungere il letto. Sul comodino ho trovato un biglietto di Victor, che nel frattempo era tornato lucido e aveva avvertito Miguel della mia prossima fine: che ereditasse pure il chiosco. Il biglietto condensava in uno stile efficace benché primitivo tutto quanto era necessario sapessi: Algernon aveva già fatto una breve uscita, la colazione era pronta, in caso di febbre un primo soccorso era già sul tavolo ma per provare se di febbre si trattasse avrei dovuto scovare io il termometro perché Victor non lo aveva trovato. Conservo quel biglietto: mi ricorda che sono parte di una famiglia e inoltre che rimarrà improduttivo sperare in uno slancio sentimentale verboso da parte di Victor. Baci  stava a margine del foglio e poi ancora non ti disturbo, telefona quando stai meglio.

Volevo prendere una boccata d’aria e provare se ero ancora in grado di mantenermi in equilibrio su due gambe. Sono uscito con Algernon in tarda mattinata e ho ritrovato la joie de vivre qualche isolato più in là, tanto da poter assicurare il cambio di guardia al lavoro nel pomeriggio.
Rientrando ho sentito una voce conosciuta, roca e vibrante, che si rivolgeva al cane; era Madame Roüan, che stava tornando dal mercato trascinando il carrellino della spesa e ansimando un poco. Madame non ha mai fatto mistero della sua debolezza: persevera con il vizio del fumo malgrado il suo cuore abbia già lanciato inconfutabili segni di non gradire affatto.
Ultimamente la sua condotta indisciplinata le è costata un ricovero in ospedale. Ne è uscita ammaccata, affaticata nel corpo e ferita nell’animo: proprio lei che ha sempre tratto gratificazione dall’arte culinaria si accorge ora di non riconoscere i sapori che erano familiari. Lo confessa abbassando lo sguardo e scuotendo la testa.
Poi con una mano liscia i corti capelli grigi e sorride: ho comprato l’aglio. E mentre lo dice solleva la patta che tiene chiuso il carrellino e un intenso profumo sprigiona da uno dei sacchetti di carta che lei ha riposto con ordine. D’improvviso io e lei – Algernon prosegue lento verso casa – siamo in una nuvola aromatica; un ventre materno perché l’odore dell’aglio sta alla base degli odori in cucina, come la cipolla. Madame Roüan mi dice che lo voleva fresco ed è sodo e rosato come desiderava, e lo voleva grosso perché è più facile da pulire.

Ricordo che l’estate scorsa, una mattina, tornando da una consegna alla galleria d’arte di Monsieur Alain ho indugiato sulla figura di donna che mi precedeva sul marciapiede. L’avevo incrociata all’andata e adesso la ritrovavo e mi dava le spalle, procedendo lentamente.
Sessant’anni circa, curati ma non nascosti, capelli bruni con riflessi ramati, lisci, lunghi quasi a poggiare sulle spalle. Indossava una maglia con maniche corte e collo di camicia, bianca, un foulard ecru e beige con venature scure marroni appena percettibili, che lievemente le cingeva il collo e ricadeva libero e una gonna di lino, color juta, un tubino poco oltre le ginocchia.
La prima cosa che avevo notato al vederla erano state le sue scarpe: chic, irresistibilmente chic. Un mocassino scamosciato, crema e cipria, la nappina sulla linguetta alta, trafori su punta e tomaia.
Solo al momento di superarla, però, le narici hanno colto il suo profumo, un balsamo che ho cercato di inalare ancora. Il tempo di superarla e il tentativo di trattenere la percezione di dolcezza e di eleganza, delicatezza e misura.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

XIII. Spirito di osservazione.

Incontrando un suo simile impari a dedurne a prima vista la storia e il mestiere o la professione che esercita. Questo esercizio acuisce lo spirito di osservazione e insegna dove si deve guardare e che cosa si deve cercare.

[Arthur Conan Doyle, Sherlock Holmes. Uno studio in rosso]

Al supermercato ci andiamo di tanto in tanto, fuori Parigi. Il più delle volte è anche divertente: niente rapporti personali come nel negozio vicino casa, ma una serie di corridoi stipati di mercanzia e di perfetti sconosciuti che si accaparrano il necessario e gran parte del superfluo. Io leggo le etichette e faccio i conti, Victor lamenta l’andatura del carrello e si interessa ad articoli spesso inutili.

Anche se è in coda alla cassa che si è costretti a fermarsi e posare lo sguardo su chi sta intorno, è possibile fare incontri interessanti anche durante il percorso di ricerca della spesa. In un’occasione ricordo che attrasse la mia attenzione un giovane che si sistemava i capelli davanti allo specchio montato su una delle colonne dell’atrio. Dava l’idea di una persona curata e ne ebbi la conferma quando, incamminatosi verso l’uscita, gettò qualcosa nella spazzatura e proseguì, per ritornare subito dopo sui suoi passi e assicurarsi di aver centrato il cestino della carta.

Non c’è indizio migliore sulla personalità di chi ci precede del criterio con cui dispone i prodotti sul rullo della cassa e poi li impila in borsa e anche se quest’ultima è richiesta in cassa o è una borsa di stoffa portata da casa, riutilizzabile con buona pace degli ambientalisti. Mi indispone gettare alla rinfusa la merce, ma nella disposizione scrupolosa con cui Victor provvede a svuotare il carrello riconosco i segni di disturbi ossessivi che farebbero la fortuna di un analista. Non c’è verso di sostituirsi a lui nemmeno nel riordino in borsa, ma tanto zelo si esaurisce nel cofano della macchina, la sua macchina, l’unica che abbiamo.

Stipare gli acquisti in dispensa deve essere probabilmente un lavoro considerato di basso profilo perché Victor non trova in esso alcuna attrattiva: lo lascia fare a me e lui pensa a consolare Algernon del tempo che ha dovuto trascorrere solo in casa. A quel punto l’analista troverebbe interessante vedere cosa faccio io che ripongo ogni cosa nei ripiani del mobile con metodicità scientifica. La suddivisione è frutto di un mio personale riordino a tema e il risultato è certamente d’effetto. È anche utile… appena si comprende la logica della suddivisione e la si memorizza.

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Intanto che il rullo in cassa compie il suo tragitto io osservo cosa scorre verso il lettore e penso alle abitudini di chi sente il bisogno di quei prodotti: la preferenza accordata ai marchi delle multinazionali, l’indifferenza o meno agli ingredienti, i cibi sani e quelli golosi, la birra o il vino, la cosmesi. Oppure penso a cosa si possa cucinare con quanto sfila e quando è una donna adulta a fare la spesa mi domando se preparerà la cena al figlio o al nipote, come fa Madame Roüan che incontro con i suoi pinscher agguerriti, uno per fianco, e che una volta su tre è in procinto di ricevere la visita del figlio della sorella e va progettando menu appetitosi. Di bassa statura e grassa, sorride sempre sorniona e aspetta che le chieda cosa ha in mente di preparare. Mi piace sentirglielo raccontare, forse perché mi ricorda quando la mamma o la nonna lo facevano per me.

Negli ipermercati la fauna umana è anonima – famiglia con bambini che cercano di afferrare uno snack esposto in cassa, coppia che amoreggia davanti al carrello con patatine e bibita da consumare sul divano, amici che fanno la spesa per un party – ma in coda in un piccolo alimentari di quartiere si può compiere un altro genere di osservazione: i soggetti sono sempre gli stessi. Dopo un po’ ci si riconosce tutti ed è nel quartiere che si possono ricucire delle vere e proprie storie. Quando si sta a pochi centimetri l’uno dall’altro non si può fare a meno di notare i particolari, di sentire gli odori, anche. Penso ad esempio a una signora di mezza età che veste abiti degli anni Settanta, recuperati in tempi probabilmente non floridi, e lo fa con dignità. All’epoca erano capi eleganti e lei si atteggia come una signora elegante, ma la foggia fuori moda del cappotto stretto in vita dalla cintura, il collo di pelliccia sovrapposto e la lunghezza della gonna denunciano impietosamente il suo stato.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.