1. Risvegli.

Per quanto presto mi possa svegliare non riuscirò mai a sorprendere Gustave a mezzo della sua colazione. Intanto perché prima di mettere sul fuoco il pentolino del latte lui scende nella rimessa dove alleva i conigli e scoperchia le gabbie per infilare una manciata di fieno accanto alla ciotola dell’acqua, un vecchio pentolino senza manico, ammaccato, in cui probabilmente scaldava il latte nel secolo scorso. Poi scosta il cancelletto scardinato fissato al muro della rimessa, respinge le galline che si infilano tra le sue gambe lente e si china a raccogliere le uova.
Solo una tazzina di caffè – una mezza tazzina – prima di scendere in cortile. Quando risale invece si siede a tavola e fa colazione: una scodella di latte caldo con il resto del caffè intiepidito e pane. Con le uova posate sulla tovaglia cerata, ancora sporche di sterco, di un brandello di paglia o di peluria leggera.
Io credo di aver interrotto la sua colazione una sola volta in tanti anni, mentre tagliava a bocconi il pane. Piuttosto lui entra nella cucina della nuora quando io indugio a imburrare il pane o verso ancora un po’ di caffè nella tazza.
Ora è tempo di zucche ed è il periodo in cui le sue galline depongono una gran quantità di uova; così ogni giorno Gustave porta a Margot pezzi di zucca gialla – quelli che ricava tagliando via il marcio – e dozzine di uova. Ogni giorno. Tiene per sé le zucche integre che potrà conservare durante l’inverno e magari vendere ai vicini:
– con questa ci fai la minestra e con queste una frittata – dice cavando il raccolto dalla cesta e la sua proposta di menu non cambia mai.
Margot si scusa e cerca ogni giorno di cucinare la zucca in modo diverso perché non ci venga a noia. A me non importa affatto e la cosa semmai stimola la creatività di Victor, ma Gustave disapprova la caparbietà con cui tutti si ingegnano a scansare la sua ricetta.

Stamane Gustave ha fatto il suo ingresso in cucina reggendo la cesta in una mano e tenendo nell’altra tre mele.
– Stanno cadendo – commenta soddisfatto, lui che parla con le piante più di quanto abbia mai fatto con suo figlio.
Le ha colte nell’erba bagnata e prendendone una sento tra le dita l’umidità di questa mattina d’autunno e ricordo l’odore agro nel granaio dove Margot e suo marito allargano le mele – giallo-verdi un poco arrugginite – perché completino la maturazione.
– Lo fate ancora il sidro Gustave? – gli domando.
– Bernard lo fa con i Duclos. Lavora per loro durante la raccolta – mi risponde andando di fretta. Si spenderebbe molto di più su un argomento come la preparazione del sidro e avrebbe certamente qualcosa da dire sul fatto che suo figlio Bernard stia alle dipendenze dei Duclos seppur per pochi mesi all’anno; tuttavia Gustave deve avere un impegno pressante.
In effetti rimanda la chiacchierata – adesso devo andare se no rischio di trovare chiuso. Ci vediamo dopo – e se ne va con la cesta vuota in mano, soffiandosi il naso in un largo fazzoletto rosso scuro.
– Va dal barbiere in paese – mi dice Margot che torna in cucina con il vassoio della colazione che ha servito alla coppia di tedeschi ospiti del suo B&B. Vede la zucca e le uova, mi guarda e ride.
– Il suo vecchio barbiere è in pensione ma apre ancora la bottega due o tre volte la settimana e solo per un’ora. Dalle otto alle nove. Così, per passatempo.
Le chiedo se è contenta di aver ricavato un B&B nelle stanze delle ragazze e lei mi dice che è divertente ricevere gente che viene da lontano. Poi aggiunge:
– giorni fa Gustave è venuto da me ma non riusciva a parlare perché gli scappava da ridere. Voleva raccontarmi di aver visto marito e moglie di Amburgo fare colazione con cappuccino e brioche e che gli erano sembrati due pulcini. Beccavano un po’ di brioche e si bagnavano il becco nel caffè  e poi di nuovo continuava a dirmi e rideva. Lui che inzuppa tutto nel latte trovava la faccenda molto ridicola – Margot imita Gustave che faceva il verso ai due, ignari di essere stati osservati da un vecchio contadino normanno che non ha mai consumato una colazione fuori casa.

 

 

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi 22 octobre.

XXX. Esequie di campagna, esequie di città.

Sempre affabile, modesto. Io lo trovo supponente e certamente lo è sua moglie che sorride sempre ma non risponde perché finge di non aver udito la domanda. È Albert, il cugino medico di Victor che si è fatto un nome nella cardiochirurgia pediatrica a Parigi e mi pare tenga molto più a quello che al nome della sua famiglia di origine: la numerosa parentela dei Laurent, allevatori di vacche di razza normanna in Seine-Maritime. Sempre affabile, modesto. Victor lo dice con affetto e io glielo lascio credere.
Preferisco di gran lunga il sorriso largo di David, il terzogenito di suo cugino Adrien. È diventato un uomo conservando i riccioli biondi e lievita nei suoi occhi chiari la stessa pasta di bontà, la stessa mescola di ingenuità e scaltrezza che ho conosciuto quando era un ragazzo e il padre scopriva che a centrare il palo della luce a margine del campo era stato suo figlio con la mietitrebbia dopo aver trascorso la serata al pub.
Con le mani giunte scuotendo le braccia racconta di avere un bambino di pochi mesi a casa: dovete vederlo, è bellissimo. Scuote le braccia possenti come a dire che non gli pare vero di aver meritato tanto. E ci invita a casa sua per una tazza di sidro: sempre accogliente.
C’è tutta la parentela nel giardino della casa del vecchio Emilien che lunedì sera ha dato da mangiare per l’ultima volta al suo cane Gusta, l’epagneul breton che aveva voluto per la caccia ma con cui faceva solo lunghe passeggiate nei boschi di querce e faggi. Ma questa volta la vicina lo ha sentito abbaiare più a lungo del solito, tanto da credere che Emilien si fosse dimenticato di riempirgli la ciotola; invece Gusta aveva fiutato nell’aria il cambiamento e non gli andava più di mangiare.

Al funerale nella chiesa di Nointot oggi c’è ancora più gente. La gran parte dei presenti accompagna la bara in chiesa e poi aspetta fuori che esca per scortarla al cimitero. Stanno fuori e discutono della vita e della morte che ne fa parte. Rimango fuori anch’io a parlare perché non ho molte occasioni per farlo e li rivedo volentieri; loro che sono sempre affettuosi con me che quasi per tutti sono l’amico di Victor.
Tra i più vecchi c’è Gustave che non capisce perché suo figlio e Margot gli impediscano di urinare dietro la canonica dove nessuno lo vede. Margot è rimasta fuori della chiesa per controllarlo e lui ha un bel dire che alla sua età non si può trattenere. Resiste a lungo e finalmente, quando il parroco passa dall’aspersione all’incensazione, Gustave ripara dietro un cespuglio di biancospino dietro cui il suo soprabito leggero è chiaramente visibile a tutti. Lo portava al suo matrimonio nel 1966 e lo porta ancora nelle occasioni di riguardo.
Margot che lo aveva perso di vista lo ritrova a braccia conserte mentre domanda a un cugino come stessero andando gli affari di Emilien. Gustave non ha mai posseduto un’azienda grande quanto quella di Emilien ma si compiace del successo come se fosse il suo. Più che altro è il figlio di Emilien ad aver introdotto migliorie sostanziali negli ultimi dieci anni: grandi numeri, larga scala, ecosostenibilità e benessere animale. Un vecchio contadino come Gustave non comprende proprio tutto ma capisce che è la direzione giusta e approva.
– Sentito che belle parole ha letto il figlio in chiesa?
Quello che è riuscito a sentire gli è piaciuto e sembra voler dire che anche lui vorrebbe qualcosa di simile al suo funerale.

L’anno scorso a Parigi, quando è morto Monsieur Poulain, in chiesa eravamo meno di dieci. Non era un uomo molto amato nel palazzo e il figlio non ha mai dimostrato un attaccamento sincero quando era in vita e non lo ha improvvisato quando il padre è morto.
La bara non era ancora scivolata nel carro funebre che il responsabile dell’impresa di Onoranze Durand – di Durand e figli – già sparecchiava il tavolino a lato del portone principale: via la fotografia, via il libro delle firme, via il lume e un energico scossone per scrollare la tovaglietta viola bordata a lutto.  Poi libera la giacca di due taglie più piccola che ha tenuto abbottonata durante la funzione e scivola al posto di guida.
Monsieur Leval sulla soglia avvicinava Victor per dirgli che forse non è l’occasione migliore ma bisognerebbe parlare dell’autoclave condominiale e nel tragitto di ritorno a casa le signore del numero civico 31 e quelle del numero precedente facevano l’inventario delle vedove sopravvissute ai loro mariti.
E io ricordo come un incubo di essere caduto nella tentazione di dimostrare di sapere più di quanto sapessi; ricordo di aver detto a Madame Mercier e alle sue amiche che Monsieur Poulain era cardiopatico. Di averlo detto per averlo udito dire da qualcuno che probabilmente stava parlando di un’altra persona; ma ormai era troppo tardi e ancora oggi sono in molti a compatire la debolezza di cuore di Monsieur Poulain.

Stasera, durante il viaggio di rientro a Parigi, ho lasciato che Victor ordinasse i pensieri che lo rendevano silenzioso. Non lo è mai alla guida e non tiene mai entrambe le mani sul volante; se lo fa è perché sta riflettendo a molte cose.
Deve aver fatto le sue constatazioni perché alla fine mi ha detto:
– mi raccomando, quando toccherà a me diffondi la notizia solo a esequie avvenute.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

XXII. A Parigi con un uovo.

Lo teneva in mano, sulla punta delle dita: un uovo. Lo teneva all’altezza del naso e quando ho aperto la porta ho visto prima l’uovo e poi Georges.
In viaggio verso Tolosa per un concerto al Théâtre du Capitole, Georges si è fermato per una sera da noi a Parigi. Quando è arrivato Victor non era ancora a casa:
– ci rimarrà male. Voleva essere lui ad accoglierti. Dammi la valigia.
– Grazie. Ti meriti l’uovo.
– Da dove salta fuori?
– Me lo ha dato nonno prima che partissi.
Georges torna appena possibile alla sua zolla di Normandia, alla fattoria di La Haye-Aubrée. Ci trova le sorelle, i genitori e Gustave, il vecchio Gustave.
Mi chiede se può poggiare la custodia con il suo oboe sulla poltrona:
– quando smetterai di sentirti un ospite in casa tua?
Victor ed io amiamo Georges con la tenerezza e con l’orgoglio con cui si ama un figlio. Un figlio cresciuto da altri ma pur sempre un figlio: in affido qualche volta quando era un ragazzino e poi su prenotazione ogni volta che lo sappiamo a Parigi.
Ha voglia di mischiarsi alle dimostrazioni di affetto dei cani e quindi si libera di cappello e giacca e si china a terra per essere all’altezza del muso di Gwendolen che fiuta qualche informazione per essere certa di potersi fidare. Intanto Ernest si struscia contro il suo braccio e cerca di far breccia tra lui e Gwendolen per ottenere maggiore attenzione.
Georges lo accoglie nelle sue braccia:
– è cambiata Gwendolen.
– trovi?
– stavolta si è avvicinata e si lascia accarezzare.
Rimango in piedi a guardarli.
– Non sarebbe meglio mettere lo strumento di là? Ho paura che lo possano urtare.
Lo porto via e lui mi dice che mi preoccupo troppo per l’oboe. Come sempre.
Gli domando in cosa sarà impegnato l’oboe nei prossimi giorni e mi risponde Debussy. Aggiunge qualcosa sul fatto di aver avuto poco tempo per prepararlo e intanto mi segue in cucina dove io metto sul fuoco il bollitore per il tè.
Rimane comunque la storia dell’uovo da raccontare. L’uovo che nel frattempo ha trovato una sistemazione più sicura in un portauovo di legno verde.
– Victor deve trovarlo così – e scegliamo una collocazione al centro del tavolo.
– anzi no: meglio questo – e tiro fuori un portauovo di latta, ammaccato sul fianco, vecchio di almeno tre generazioni. Mi pare più adeguato all’uovo di Gustave, il vecchio contadino normanno un po’ ammaccato sul fianco anche lui.
– Sono stato qualche giorno a casa e oggi ho portato io il nonno in ospedale per una visita. Usa la macchina per andare in paese e in genere non gli va di essere accompagnato; però gli dà fastidio dover cercare un parcheggio vicino all’ospedale e poi dover chiedere come trovare il dottore: è meglio che fai tu mi dice e lascia fare.
Ridiamo perché entrambi sappiamo bene quanto sia cocciuto Gustave nelle sue contraddizioni.
– Quando siamo tornati voleva darmi qualcosa per ringraziarmi. Cerca sempre di darmi dei soldi ma finalmente ha capito che non li voglio.
Verso un poco di tè nella tazza per controllarne il colore e Georges mi sporge la sua tazza: per me va bene così.
Georges racconta di averlo visto scendere dalla macchina dirigersi verso il pollaio prima di andare in casa a cambiarsi. Margot, la madre di Georges, si lamenta spesso dell’abitudine del padre di andare nell’orto quando è pronto per uscire, di insudiciare le scarpe di fango prima di salire in macchina per partire.
– È tornato con un uovo. Non ne fanno in questi giorni. Tieni. E me lo ha dato senza nemmeno avvolgerlo in un foglio di giornale.
Eppure Gustave sapeva che il nipote sarebbe partito subito per Parigi. Sapeva che aveva già i bagagli in macchina. Sembrava sollevato di aver trovato qualcosa di sostanzioso da dare al nipote.
– gli ho detto grazie nonno e ho aperto il cofano per metterci l’uovo. Ho un tappetino che stendo quando porto il cane con me; è di gomma piuma e allora ci ho fatto un nido per il mio trofeo – ride Georges nel ricordare: imperturbabile lui, imperturbabile Gustave.

Ha riso anche Victor quando è toccato a lui sentire la storia. Abbiamo cenato; una lunga cena che Victor aveva pensato per il piccolo Georges. Una cena lunga di parole che avevamo tutti voglia di scambiarci.
Quando siamo tornati a parlare del nonno, Georges si è fatto serio per qualche minuto:
– si è comprato un loculo al cimitero. Ha fatto le pratiche, si è preso i soldi in banca e poi ha dato a mamma i documenti perché li conservasse.
La cosa ha reso seri anche noi. Nel nostro silenzio si sentiva Ernest russare sul pavimento, vicino a un boccone di pane intinto nella salsa con senape e vino bianco che ha assaggiato e poi ha lasciato a terra.
– Ha detto che vuole tenerlo sfitto ancora per un po’ – ha aggiunto Georges per farci sorridere e poi ha precisato:
– non è il primo che si compra. Ne aveva uno, credo lo avesse comprato quando ha seppellito la nonna. Comunque non gli andava bene: era troppo in alto e quindi se qualcuno lo avesse cercato non lo avrebbe visto.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

I. Coq au vin.

– È amaro.
– …?
– l’ho assaggiato tempo fa. Ma non l’ho mangiato. Hanno la carne scura. E amara.
Stavamo guardando un gruppetto di cornacchie grigie, io e Gustave. Stavamo appoggiati alla staccionata che ha costruito più di dieci anni fa con il legno dei suoi abeti e che suo figlio Bernard ha riparato in questi giorni; io pensavo fossimo entrambi interessati alla strategia con cui le cornacchie avrebbero dissuaso il vecchio Filù dall’avvicinarsi alla carogna che intendevano contendersi tra simili. Invece la curiosità di Gustave non riguardava l’etologia.
Filù batteva la ritirata mostrandosi fieramente superiore alla disputa per quei pochi resti di carne maleodorante. Quelle, non paghe, gli gracchiavano contro gli ultimi insulti mentre il vecchio bobtail passava sotto lo steccato e tornava a casa.

Victor non ha mostrato alcuno stupore per l’episodio:
– quando ero bambino mi portava con sé nel fienile. Piazzava delle cassette di legno fra trave e tegola – e mi mostra come venivano sospese mimando il gesto di tenere il filo tra pollice e indice – e quando i colombi ci facevano il nido tornavamo a prendere i piccoli. È una carne prelibata – e cala pollice e indice pinzati sulle labbra chiuse per rafforzare l’idea della bontà del boccone – una vera squisitezza.
Siamo nella campagna normanna, punteggiata di torri colombaie – vi sono più piccionaie che villaggi che danno il nome a un formaggio e il dato mi pare significativo – e tuttavia la modalità con cui Gustave compiace i suoi appetiti e sperimenta pietanze inedite mi procura una certa tristezza.
Probabilmente lo sbaglio è mio: devo abbandonarmi alla rilassatezza della campagna e ai suoi istinti. Victor è pienamente a suo agio – torna alle origini – e i nostri cani sono diventati dei selvaggi. Persino la Senna da queste parti ha l’aria di prendersi meno sul serio: è lo stesso fiume su cui si riflette Parigi ma qui rallenta, si allarga tra le rive su cui vegliano fila di salici carichi di vischio e sbatte flemmatica sul molo dei piccoli villaggi raggruppati attorno a un campanile di pietra. Come il ventre libero dal corsetto si rilascia, molle e disteso, così fa la Senna, affrancata dagli argini in muratura che la contengono in città.

L’unica costrizione a cui Gustave si sottopone senza disagio è la cintura dei pantaloni stretta a metà ventre. A ottantaquattro anni Gustave indossa il pantalone della festa di quando pesava una taglia in più; lo racimola sopra l’ombelico e lo assicura alla cintura in pelle a cui ha fatto aggiungere due buchi. Il risultato è atipico ma molto personale.
In verità, tutto quanto in lui può apparire ingenuo costituisce un aspetto della granitica filosofia di Gustave: sopravvivere ai cambiamenti del mondo perseverando nel proprio stile di vita.
La scorsa estate ci aveva mostrato i nomi che i dottori davano alle macchie che ha in  volto – cheratosi attiniche, epiteliomi, granulomi – e adesso ci ha chiesto se ci sembravano credibili le ragioni che intendeva accampare per evitare i rimbrotti del medico.
La nuora, Margot, ha pensato che io o Victor potessimo indurlo alla ragione – magari non osa contraddirvi – e noi abbiamo parlato molto seriamente della necessità di sottoporsi alle cure. Gustave si è fatto grave e si è detto d’accordo – sono loro i medici e bisogna seguire i loro consigli, loro sanno ciò che è meglio – e ho il sospetto che si sia molto divertito prendendosi gioco di noi tutti.Insomma Gustave è un contadino normanno d’altri tempi. Rispetta i suoi animali e a modo suo prova dell’affetto per loro. Ciò nonostante pensa che un animale debba cavarsela da sé e, malgrado non ne faccia una questione di soldi, rifiuta di portare il cane o il gatto dal veterinario.
Una vacca è un’altra cosa: è un investimento e quindi il veterinario può essere convocato in cascina per preservarne il buon andamento. Altra faccenda se il malato non produce reddito e pur rendendosi utile non è indispensabile: il gatto che caccia i topi è utile ma agevolmente rimpiazzabile. In questo caso Gustave conta sulla buona volontà dell’interessato e su una sorta di auto rigenerazione che dovrebbe essere in grado di sviluppare.
Sabato l’ho visto chino sotto la siepe che circonda la sua rimessa.
– Sto cercando la gatta. L’altra era sparita da giorni e poi l’avevo trovata morta qui sotto.
Posto che tutti i suoi animali vadano a morire sotto la stessa siepe, mi è parso scoraggiante pensare al peggio senza concedere alla gatta un’alternativa.
In effetti Gigi, la micia che in casa di Margot ha un nome e un posto sul divano, è stata avvistata accanto alla legnaia, macilenta e con un rigonfiamento sospetto dietro l’orecchio.

Victor ha accompagnato Anne, una delle figlie di Margot, alla clinica dei dottori Moreau. Più tardi li ho raggiunti anch’io, in bicicletta. Abbiamo trascorso quasi tutto il pomeriggio tra la sala d’aspetto e il cortile dell’ospedale, un basso edificio ecosostenibile. Un sabato pomeriggio trafficato con due urgenze: due cani finiti sotto una macchina, l’uno perché investito e non soccorso e l’altro perché ha attaccato una jeep sulla strada a margine del campo di barbabietole che ha creduto di difendere.
Un uomo che faceva visita a un jack russell, un uomo alto e tarchiato, lo chiamava il mio piccolo coglione. Lo guardava dall’alto mentre la moglie si era seduta a terra accanto al cane immobilizzato da un’armatura di fasce. Era chiaro l’imbarazzo con cui il padrone cercava di gestire la tenerezza che provava per quel coso di pelo. Quando l’ha sollevato piano per restituirlo all’infermiera aveva gli occhi lucidi; li ha seguiti con lo sguardo sino a che non sono scomparsi alla vista.
Ero da solo quando una macchina è stata avviata nel parcheggio, vicino a me: un bambino inginocchiato sul sedile posteriore stava piegato sul vano del bagagliaio per consolare il suo cane, disteso inerme. Quando il bimbo si è girato per sedersi, probabilmente per ubbidire a chi stava alla guida, l’ho visto piangere. Ho pensato che tutti gli animali dovrebbero avere un compagno pronto a piangere per loro.

Scusandosi per il tempo di attesa la dottoressa ha preso Gigi in braccio e l’ha accarezzata un poco. L’ha visitata a lungo per approfondire una prima diagnosi: otite. Gigi aveva la febbre alta e necessitava di una cura antibiotica. Con l’occasione è stato fatto sfogare un ascesso che covava dietro l’orecchio ed è stato notificato lo sfratto a una numerosa colonia di parassiti alloggiati nel suo lungo pelo.
Lo spirito con cui siamo tornati a casa era uno spirito lieto. Il nonno non ne avrebbe saputo nulla – evitando discussioni sterili – e gli avremmo raccomandato semmai di vigilare sui pasti di Gigi. Avevamo salvato il diritto dell’animale alla vita dignitosa.
Victor stava facendo manovra davanti casa e io svoltavo in cortile quando Margot ci è venuta incontro. Tempo di raccontarle sommariamente com’era andata e ci ha raggiunti la voce di Gustave:
– questo ve lo portate a Parigi e ve lo fate al vino.
Teneva il braccio sollevato e portava in trionfo quello che considerava un bel regalo: aveva ucciso il gallo e aveva lavorato per più di un’ora per spennarlo scrupolosamente. Sorrideva.
– Oh ecco dov’eri, la mia gatta. Vieni che ti do da mangiare.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.