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XV. Profumo di burro fuso. Puzza di guai.

Domenica mattina. Presto. Vado al chiosco e passo davanti al discount che ha tutte le luci accese; sui due registratori di cassa sono stati issati due tondi Papà Natale dall’espressione bonaria. Paiono ben disposti a distribuire doni e inoltre da lassù possono controllare i movimenti dei clienti.

I commessi hanno fatto gli straordinari la notte per montare tutto il baraccone natalizio come sintetizzerebbe Victor, che del resto fa altrettanto in gastronomia per la sua clientela. Si da il caso che sia piacevole ritrovare il proprio negozio addobbato come d’uopo. Guardo attraverso i vetri e vedo le decorazioni dorate che pendono dal banco salumi e formaggi e quelle rimaste nello scatolone che finiranno sull’abete bianco che per ora rimane appoggiato all’espositore delle spezie. Non sembra grande, forse non lo metteranno all’entrata.


portacoccarda

Nora ha sfornato tutto il pomeriggio biscotti danesi e dolci delle feste e ha chiesto a due amici generosi di raggiungerla per gli assaggi. Io e Victor non potevamo rifiutare di tenderle la mano; non era passata un’ora dalla sua telefonata che eravamo sulla soglia del suo appartamento, investiti da un penetrante profumo di burro fuso.

I dolci dovevano essere perfetti perché erano destinati alla famiglia di Jean-Louis riunita per la Vigilia. Non lo abbiamo ancora conosciuto ma ho il presentimento che presto rivedremo un film di Woody Allen, uno qualsiasi di quelli preferiti da Nora quando cerca consolazione alle sue pene d’amore.

È stato un incontro in biblioteca, quella dei bambini che Nora frequenta saltuariamente per confrontare la sua vena inventiva con quella di altri scrittori di fiabe. Jean-Louis era seduto con il figlio in un angolo e guardavano insieme un libro illustrato sugli animali; il bambino faceva molte domande e il padre cercava di dare qualche risposta. Nora racconta di essere stata trasportata verso di loro da una infinita tenerezza e di aver scambiato qualche battuta con il piccolo lettore. Poi il resoconto riguarda interamente il padre, la sua altezza, la marca della maglia e quella delle scarpe, il fatto che avesse glutei sodi e mani grandi.

Non so che livello occupasse la tenerezza nella graduatoria dei sentimenti di Nora a questo punto. Fatto sta che è riuscita a ottenere un appuntamento. Ho ascoltato con attenzione il racconto, la mente offuscata dal burro fuso che ha permeato di sé ogni cosa, e intanto Victor ha continuato a mangiare. Pare indifferente, insensibile quasi, ma poi è lui a esprimere più francamente ciò che pensa, cercando di aiutare veramente un amico.

Forse avrei dovuto continuare anch’io a servirmi di dolciumi, tanto Nora non badava a noi. Era sufficiente che fossimo in casa e porgessimo orecchio alla romantica storia che andava narrando. Sembrava davvero commossa. Solo lei.

Jean-Louis ha tre figli e sta divorziando; lei gli ha proposto di accompagnarla a trovare la famiglia in Danimarca e lui ha ricambiato con l’invito della Vigilia, ma le ha detto che la presenterà per adesso come una collega – lui è un promotore finanziario ed è spesso fuori Parigi – per non creare aspettative fra i parenti o sconvolgere i ragazzi. Lei si è detta comprensiva e ha iniziato a cucinare.

Le auguro tanta felicità per Natale e per l’anno nuovo maggior giudizio nella valutazione critica di cose e persone.

Tornati a casa Victor è andato a salutare Algernon, addormentato in poltrona. Si è inginocchiato vicino e ha iniziato ad accarezzargli piano il collo. Io ho posato giacca, sciarpa e la borsa con i biscotti che Nora aveva fatto per noi e poi ho ricordato di aver preparato una piccola coccarda con un rametto di agrifoglio e due di vischio portati al chiosco da Honoré, il fioraio.

Ho riaperto la porta di entrata e ho appeso fuori il mio addobbo con un nastrino di stoffa rosso. Ho richiuso e sono andato a prendermi ancora un biscotto, con la cannella.

Saremmo lieti se voi accettaste un piccolo pensiero.

Joyeux Noël. Sébastien et Victor

regalo

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

XIV. Hai bisogno di uscire?

uscire-seraOrmai ha definitivamente rinunciato alle sue uscite la sera. Algernon non si attarda più vicino la porta suggerendo una passeggiata dopo cena. Sino a qualche tempo fa però era consuetudine, prima di ritirarsi sulla poltrona per la notte. E raramente mi è pesato accompagnarlo, anzi. Certo dover assecondare i bisogni di Algernon in piena notte non è agevole, ma si tratta di un amico che non sta bene e chiede aiuto e compagnia: non si discute e si scende ai giardini.

È diversa la strada la sera, diversa la gente che si attarda o che vive la notte, sono differenti i rumori e anche i pensieri cambiano: a fine giornata confido nel domani, divento costruttivo, faccio progetti.

Anche Algernon si accorge che è tutto diverso e sa che il giro sarà breve. Qualche volta ci prova ancora a proporre un percorso; se si rientra tardi da uno spettacolo e lui ha già dormito qualche ora, elemosina qualcosa di appetitoso, un boccone, e poi va alla porta. Una volta in strada è facile comprendere cosa intende fare: la necessità urgente gli fa raggiungere prima possibile un angolo di intimità, ma se mostra di gradire due passi è certo che è disposto a farne più di quattro. Non fa altro che fermarsi e guardare nella direzione che intende prendere; sta a me capire: lui è stato esplicito. E noi ormai ci capiamo perfettamente. Lo seguo.

Magari incontriamo un cane che non conosciamo ancora: una novità, un diversivo prima di tornare a dormire. L’importante è essere insieme, affiancati oppure in coda, l’uno ripercorre i passi dell’altro e ogni tanto cerca di incrociarne lo sguardo.

Se c’è anche Victor e parliamo, Algernon si sente più indipendente. Non dico che ci perda di vista – mai – ma si allontana un po’ di più e fiuta i dintorni.

È capitato che sentisse il bisogno di uscire la domenica mattina molto presto. Era autunno, una delle prime giornate davvero fredde e durante la notte il vento aveva accumulato le foglie lungo il marciapiede. Raggiunse l’erba mentre si spegnevano i lampioni tutto intorno. Accennai il giro dell’isolato e Algernon acconsentì. Eravamo di ritorno, quasi alla porta del nostro palazzo, quando vidi la prima persona della giornata: una signora in vestaglia rosa che puliva il balcone e aveva messo il cuscino sul davanzale della finestra spalancata. È bellissimo la mattina lasciare entrare l’aria fredda in camera mentre si rifà il letto e la voce del quartiere lentamente si infila in casa.


In mattinata Victor si è detto ispirato e ha predisposto la scenografia del piccolo presepe che ogni anno ospitiamo sulla scrivania per godere lo spettacolo delle statuine di gesso dal profilo scalfito, il colore sempre più incerto e la posa gentile. L’ispirazione può coglierlo intento a vestirsi e allora inizia a creare in pantaloni di velluto, polacchini e giacca da camera ed è inutile credere che l’intervento di un’altra persona possa essere gradito, preferisce creare in solitudine.

Me ne prendo gioco ogni anno facendo dondolare su di lui, chino a modellare il paesaggio, un angelo intento ad annunciare alle genti quanto di lì a breve andrà a succedere. Victor se lo aspetta e mi insulta in modo fiorito. Questa volta ho appeso l’angelo al sostegno di un quadro e ho espresso ad alta voce il timore che l’ambasciatore alato cadesse e si frantumasse a terra perché mal ancorato al chiodo. Victor si è augurato che succedesse davvero e ha aggiunto che allora sarebbe davvero Natale.

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Supplemento.

Cette semaine on se revoit Samedi.

 

 

XII. Ci siamo. È Natale.

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Il formicolio è cominciato; lo fiuto nell’aria. Sono naturalmente portato per tutto quanto concerne il corredo natalizio: addobbi, canzoni, luci e spirito di bontà collettiva – che non deve per forza protrarsi sino a San Silvestro. Da che ricordi ho sempre atteso il mese di dicembre con tutto il suo bagaglio di tradizione, di convenzioni e una spessa patina di sentimentalismo; io mi calo perfettamente nella parte e riesco a vivere con leggerezza sino all’inizio del nuovo anno.
Si tratta di un istintivo rimbambimento che a Victor provoca il voltastomaco. È difficile vivere in una fiaba quando si condivide lo spazio con una creatura infastidita dagli aspetti più infelici del periodo: traffico, leggi di mercato, scambio di auguri sgraditi e dovuti con persone sgradite a cui gli auguri sono dovuti. Victor fiuta ipocrisia ovunque e si lamenta e io lo ignoro: non vedo proprio perché lui debba rovinarmi la parentesi.
Poi la sera della vigilia anche lui si accorge che abbiamo una casa addobbata e non vi è nulla di pericoloso, abbiamo pochi cari amici, fuori fa freddo e dentro si sta al caldo, e non è solo una questione di riscaldamento. Ho sempre desiderato una fottuta stalla con la mangiatoia e il calore di qualcuno che alitasse con me per farne un rifugio accogliente; per me sta tutto lì.

Ho iniziato a vedere le prime tracce di natalizio fermento per terra, calpestandole ai giardini. È stupefacente quanto si riesca ad apprendere da cosa viene gettato a terra e seguendo Algernon ho scorto frammenti di ghirlande argentate – quelle con cui si orna l’albero di Natale – e  nastri da pacco dimenticati in strada.
Pochi giorni più tardi ho trovato in ascensore gli auguri dell’impresa di pulizie del palazzo appesi a fianco della pulsantiera e una settimana dopo i netturbini hanno fatto altrettanto appiccicando il loro messaggio sul vetro esterno della porta in cortile.
Quando, passando accanto allo stretto negozio di un rivenditore di libri e di fumetti dietro casa, ho casualmente osservato la base della vetrinetta sgombra di mercanzia e ricoperta con il tappetino rosso che puntualmente appare in questo periodo, ho capito che a breve sarebbero comparsi i personaggi del presepe, disposti secondo le leggi della prospettiva: le più grandi davanti, le piccole sullo sfondo. anatale
Attraversando piazza L. e sbucando nel corso ho cercato il presepe che il portinaio allestisce al numero 23 e che si può ammirare dalla vetrata a lato del portone di ingresso. Qui la prospettiva non è mai stata omaggiata e nemmeno ci si domanda a cosa serva; pastori di pochi centimetri si intrattengono con statuine di proporzioni doppie come se fosse del tutto normale, in uno scenario che ricorda più la Champagne che Betlemme.

Naturalmente l’umore grigio di Victor non scoraggia il mio entusiasmo nemmeno quando sono in sua compagnia; il mio trasporto rischia anzi di contagiarlo, tanto che talvolta lo vedo sorridere. So che è felice di vedermi felice e non dimentica mai di farmi trovare una sorpresa sotto l’albero e nemmeno di prendersi gioco di me quando cerco di sapere in anticipo di che si tratta.
Sere fa siamo stati insieme al supermercato, al solito. Scesi al parcheggio esterno ho ottenuto di indugiare un poco per osservare le proiezioni di luce sul muro del cubo di cemento in cui dovevamo entrare. In successione: fiocchi di neve, una colonia di Babbo Natale – ciascuno con la propria renna – pacchi regalo sparati in aria e libri che rotolavano giù dagli scaffali di una libreria. Il tutto condito da una colonna sonora molto allegra, festosa; abbastanza festosa da spingere agli acquisti.
In effetti, a Natale, le melodie commoventi hanno lasciato spazio ai motivi più spensierati, allo swing d’oltreoceano. Io non oppongo resistenza: ho danzato lieto tra il settore C e il settore B nel parcheggio, piroettando attorno alla figura immobile di Victor che scuoteva la testa, sorridendo.
Poi non ricordo più nulla. Credo di essere stato trascinato via.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.