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29. In principio era una melanzana.

Sembra più vecchio.
Forse Victor non avrebbe preso in considerazione l’idea di accogliere in casa un altro cane. Non ora. Comunque gli ho detto di aver trovato un segugio simile ad Algernon e il giorno dopo mi ha chiesto di vedere la fotografia.
Ha detto: Sembra più vecchio.
Scrivono che probabilmente non ha ancora compiuto un anno, ma nella foto in cui avanza verso l’obiettivo – la testa abbandonata in avanti, il corpo magro – nulla in lui mostra il vigore e la vivacità di un cucciolo.
Va detto che le labbra di un segugio ricadono molli anche sull’animo più lieto. Algernon è stato spesso giudicato triste a causa delle labbra pesanti che nascondevano l’espressione della bocca e il contorno scuro che infossava gli occhi, languidi.
In canile lo hanno chiamato Paul: recuperato in strada con una zampa fratturata e curato a spese del canile. Spera di trovare una famiglia che ricambi il suo amore: queste le parole che dovrebbero commuovere i visitatori.

Ho parlato di Paul anche a Jerome e lui ha continuato a sorridere mentre raccontavo ciò che ho letto sul suo conto. Evidentemente l’idea che ci siano novità in arrivo è una ventata d’aria fresca nella sua camera di ospedale.
Nel pomeriggio di sabato ha ricevuto la visita di Madame Colette che gli ha mostrato le fotografie scattate a Nureyev con lo smartphone di Zaza, il ragazzino che abita sul loro stesso pianerottolo:non sono venute molto bene, ma…
Articolando lentamente le parole Jerome ha detto che in una foto c’era il divano di Madame – a fuoco, in primo piano – e lei assicurava che sotto c’era il coniglio. Ha mostrato di crederle.
Solo al momento dei saluti lo sguardo interrogativo del mio vecchio amico mi mette in difficoltà; ogni volta mi indica il braccio ritorto, un ramo secco, e si aspetta che gli spieghi come è potuto accadere e quando tutto tornerà come prima.

Nora ha raccolto la mia inquietudine durante una telefonata diretta a Victor. Ho risposto io e alla fine Nora non ricordava il motivo della chiamata. Mi ha strappato la promessa di accompagnarla ai giardini del Luxembourg la domenica mattina: non c’è niente di meglio. Se ho troppi punti interrogativi in testa cammino fino al lago e ce li butto dentro.
La passeggiata è stata piacevole ma Nora aveva in mente di portarmi in un punto preciso del lago. La domenica mattina arrivano prima delle 9; si riconoscono e si salutano. Appoggiano alle sedie le loro borse e ai bordi del lago il basamento a cui è ancorato lo scafo: sono gli appassionati di modellismo; sono anziani per la maggior parte e costruiscono essi stessi le loro barche a vela.
Parliamo con uno di loro dopo avergli fatto i complimenti. Ci dà le spalle e monta la vela, passando la mano sulle stecche e controllando di averla fissata a dovere all’albero:
un pretesto per ritrovarsi la domenica minimizza, ma poi racconta di essere appassionato di modellismo da sempre: costruisco le mie barche a partire dal disegno.
Nora si avvicina all’acqua e io mi siedo accanto al vecchio. Non gli chiedo nulla a parte qualche informazione sul tipo di legno che lavora – la balsa, per la leggerezza – ma lui decide di parlare ancora e mi dice che è iniziato tutto durante la guerra. I nonni abitavano vicino ai canali e lui ricavava barchette dalle melanzane: le scavavo e ci fissavo un bastoncino. La vela la facevo con la carta dello zucchero.
Quando ho detto a Victor dove eravamo ha risposto che ci avrebbe raggiunto. Ho una sorpresa ha aggiunto.
Tuttavia arrivato al lago non ha menzionato nessuna sorpresa e ha scambiato qualche impressione con un tale che aveva portato diverse imbarcazioni. Doveva avere la nostra età; ha moglie e un figlio e non ha più un lavoro da qualche mese. Sta cercando di inventarsi un mestiere sfruttando le sue competenze sui motori – la maggior parte dei miei modellini sono a motore e li ho costruiti io – e la domenica la moglie lo forza a uscire di casa per andare al Luxembourg: l’ho sempre fatto. Se non esco e rimango a pensare impazzisco.

La sera, a casa, Victor mi ha sorpreso: ho parlato a Monsieur Abraham, sai l’emporio di fronte,… insomma gli ho detto che cercavamo un cane… forse. Il figlio è volontario in un rifugio per cani e gli ho detto che ci andiamo.
Io stavo sistemando delle scatole nell’ultimo ripiano dell’armadio in corridoio e sono sceso dalla scala. Gli era rimasto appeso il sorriso compiaciuto che nasce da un gesto compiuto per rendere felice una persona cui teniamo. Il più delle volte ignoriamo di tenerlo sulla faccia – ci conferisce un’aria appagata e inebetita – ma il sorriso persiste perché si nutre del sorriso che germoglia sulle labbra dell’altro.
Li abbiamo spenti entrambi in un bacio. Allegro. Poi Victor ha sentenziato: spaghetti, zucchine e curcuma ed è sparito in cucina.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

17. San Silvestro in bianco e nero.

Nora è sul pianerottolo: si sistema a tracolla la bretella della sacca da sci di Victor. Infila le scale e scompare alla vista ma l’estremità della gloriosa ski bag blu cobalto di Victor – consegnata alla cantina una trentina di chili fa – ne segnala la presenza come una boa indica quella di un sub in immersione. Chiudo la porta e sorrido: Nora non ha mai nutrito alcun interesse per la montagna.
Ora è in partenza per l’Alta Savoia  perché l’uomo che le ha rapito il cuore negli ultimi mesi è un insegnante di arrampicata, alpinista, misantropo e fanatico. Passeranno un romantico capodanno isolati dal resto del mondo ma al mondo torneranno al primo trauma distorsivo di Nora che non allena i suoi muscoli da che ha lasciato Bert, un atletico cittadino britannico di mezza età che ha tentato di diventare parigino ma ha scoperto di non poter rinunciare al pragmatismo di educazione anglosassone e soprattutto alla proprietà nel Somerset ereditata dallo zio.
Perfettamente nella parte, soffocata in una giacca termica in cui pativa una temperatura tropicale, ci ha portato una generosissima porzione dei biscotti alla cannella che cucina sotto le feste, ha massaggiato a lungo la groppa di Algernon ottenendone larghi consensi, e se ne è andata augurandoci buon anno.

Marché couvert des Enfants Rouges. Paris.

Noi nel tardo pomeriggio andiamo a una mostra fotografica, la collezione dei ritratti scattati negli anni Cinquanta e Sessanta nei corridoi di Les Halles. Finisco l’anno interrogando il bianco e il nero delle fotografie. E naturalmente i grigi, soprattutto i grigi. Mi interessano i suoni, gli odori e il movimento che l’immobilità dello scatto restituiscono; nella rigidità di un gesto o di un’espressione posso infilarci tutte le azioni non compiute o gli atteggiamenti mai assunti. Posso cambiare il corso delle cose o indovinarne il seguito.

Intanto inizio a celebrare la fine dell’anno saldando i conti in sospeso: vado a ritirare un pacco ordinato per Natale. È edificante sapere che un armadietto del supermercato custodisce qualcosa che abbiamo guardato solo in una vetrina on line senza poter entrare per tenerlo in mano. D’un tratto si materializza dietro uno sportello metallico disassato e solo a noi è dato forzarlo per prelevarne il contenuto. Eccitante.
Il mio pacco contiene due libri e decido di andare da André e ordinare uno dei suoi panini caldi. Il mio pacco lo apro da lui.
Il suo furgoncino è un’istituzione nel 13° e nel 14°. André è di Pau e dice di aver sempre saputo di voler diventare un cuoco. Pure ha sempre saputo di non disporre del denaro necessario per aprire un ristorante e quindi il suo locale sta su quattro ruote: una cucina, il bancone e un dehors: tre tavoli e sei panche. André confeziona solo panini di sua invenzione; è un omone taglia comoda con la leggerezza di un fenicottero rosa.
Monsieur Sébastien oggi è da solo?Cosa le preparo con questo freddo?
Arrostisce la mia salsiccia e salta in pentola un’abbondante porzione di friarielli. Io sto un po’ a osservarlo – come tiene la paletta e come la paletta governa il cibo – e poi mi siedo e mi godo l’apertura del pacco.
Quando il mio panino è pronto me lo serve al tavolo, cosa che fa di rado perché c’è sempre un altro cliente da servire. Apprezzo il gesto e lo invito a sedersi. Mi dice che stasera cucina per gli amici e si è svegliato di buonora per preparare la marinatura della carne. Ama cucinare con i grandi rossi della regione di Bordeaux ma non beve vino.
Scopro che ha una figlia, la ragazza che la sera è con lui e prende le ordinazioni, che ama dormine nelle lenzuola di flanella e che divide il letto con tre gatti, Cloppete, Mimi e Mimi (stessa cucciolata, cresciute insieme, impossibile distinguerle).
La sua sagoma mi sovrasta e toglie ogni altra visuale. È rassicurante e io finisco il mio panino fumante, tenendolo stretto con entrambe le mani per farle stare al caldo. Intanto arrivano una signora in pelliccia e un uomo più giovane di lei che la tiene a braccetto. André si alza per servirli e mi saluta.
È una giornata fredda e lui indossa solo un maglione e una sciarpa di pile. Io tiro su il bavero della giacca, butto il tovagliolo e vado a casa con i miei libri sotto braccio.

Vorrei che il prossimo anno Algernon continuasse a camminare al mio fianco.
Vorrei per Victor tutto il bene del mondo.
Vorrei continuare a farne parte.
Permettete che vi sottragga 3’16” del vostro tempo. Buon anno: https://www.youtube.com/watch?v=ydtryV65UGk

11. Il pullover nuovo di Algernon.

Stamane alla fermata del bus ho visto piovere le foglie. Le larghe foglie dei platani seguivano il loro destino e finivano a terra. Ma non una alla volta, volteggiando piano. No, il vento le alzava in volo, le radunava in stormo e le trascinava oltre. Presagio di un cambiamento. Io e Algernon fiutiamo nell’aria il momento in cui il vento e la pioggia porgono il cappotto a Parigi e l’aiutano a indossarlo; un confortevole paltò di panno, bianco come bianco diventa il cielo sopra Parigi. Oggi ho sentito il freddo scendere in città: preceduto dalla sua corte, il padrone è finalmente arrivato.
La città cambia d’abito, pensa al prossimo Natale, la gente va di fretta sui marciapiedi, attraversa i ponti, si incontra nelle piazze, entra nei negozi, si rinchiude negli uffici, si iscrive in palestra e frequenta i corsi di cucina, prenota i ristoranti e va a teatro. Parigi rimarrà uguale nei prossimi mesi ed è in questa veste che l’amo più follemente. Non ci sono odori nell’aria invernale di Parigi che io non conosca, filtrati dalla sciarpa fatta a maglia in cui affondo il mento e alito caldo, inumidendo la lana.

Io e il cane abbiamo percorso il consueto tratto, dalla fermata del 90 al chiosco di giornali. Algernon era un po’ rallentato ma procedeva disinvolto. L’aria di intesa che sta negli occhi umidi di un vecchio cane che ti cammina al fianco senza perderti di vista mai – anche quando sembra preferirti una macchia scura alla base di un’inferriata arrugginita – è una quotidiana iniezione di benessere, la percezione chiara di un equilibrio perfetto. È terapeutico, una sorta di profilassi contro l’imbruttimento e l’invecchiamento precoci.
Ho notato un uomo in abito scuro e impermeabile Burberry che correva in direzione di un parcheggio privato, nel sotterraneo di un piccolo giardino in cui Algernon solitamente si ferma a fiutare il cestino dell’immondizia. Correva impugnando la sua valigetta di cuoio nera, chiaramente in ritardo e chiaramente in confusione.
Vicino la tettoia del mercato degli ortaggi, ho visto arrivare il giovane di pelle nera che da più di un anno vedo seduto sul muretto che divide l’area coperta del mercato dal cancello del cortile in cui sta un ambulatorio medico. Raccoglie l’elemosina di quanti vanno e vengono dall’ambulatorio, scambia qualche frase con i malati, i loro parenti, i dottori e gli infermieri: a ciascuno una frase di convenienza. Si adegua.
In una mano teneva un sacchetto di carta bianca di panetteria e nell’altra il giornalino del supermercato di fronte con le offerte del giorno. A tracolla un borsello bianco Adidas, sgualcito agli angoli. Arrivato a destinazione ha steso il giornaletto sul muretto e ci si è accomodato sopra. Poi ha iniziato la colazione con il croissant.
Ho constatato: due persone che raggiungono il loro posto di lavoro.

PIù tardi, per il pranzo io e il cane siamo stati da Marius, il caffè all’angolo, e ci ha serviti, al solito, Sophie, la studentessa in medicina. Avvicinatasi al nostro tavolo si è chinata sul cane per vezzeggiarlo. Io ho ordinato e sono stato a guardarla mentre prendeva nota: la frangia morbida e lucida sbrigativamente fermata dietro all’orecchio e due seni perfetti sotto una maglietta con il profilo di Audrey Hepburn.
Sono quasi certo che Sophie ignori la sua bellezza e forse proprio per questo esercita un fascino palpabile. Si tratta di un tipo di seduzione che va ben oltre il sesso; non attrae a sé un uomo o una donna, non solo. Attrae per il senso del bello, il senso dell’armonia che il suo fisico dalle linee morbide trasmette.
Poi capita che il mio sguardo incroci un terrazzo all’ultimo piano del palazzo di fronte e cozzi contro un pergolato di legno sorretto da quattro colonne corinzie, tentativo disarmonico di fingere buon gusto.
Con il caffè mi concedo la lettura di qualche pagina. Il libro in una mano e l’altra dietro la lunga orecchia vellutata di Algernon, seduto contro di me. Sta immobile, teso al godimento del massaggio: inequivocabile il suo apprezzamento. Con la coda dell’occhio riconosco la curiosità di un vicino di tavolo che cerca di capire in quale libro io sia immerso. Capita anche in autobus. Talvolta faccio di tutto per nascondere il titolo, talaltra – è questo il caso – giro la copertina in modo tale che la curiosità venga appagata.

Torno al lavoro e con me Algernon torna alla sua cuccia nel chiosco. Non gli tolgo subito il pullover di lana, potrebbe avere freddo.
Ha il pullover nuovo. Nora  ha lavorato per confezionarne uno a tinte allegre, mescolando un filo viola con uno azzurro e quello grigio perla del pullover dell’anno scorso:
Adesso che è vecchio non deve essere troppo serioso. Ci vuole qualcosa di divertente. E si è messa a sferruzzare per due settimane.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

8. Rinnovo l’abbonamento.

Tutto perfetto. Per me è stato tutto perfetto. Ho compiuto gli anni; non me ne importa nulla di compiere gli anni, anagraficamente intendo. Tanto un giorno all’anno scade comunque l’abbonamento. Ne avevo una trentina quando ho iniziato a riflettere sul fatto che compiere gli anni significa che l’anno è compiuto, cioè passato. Non se ne compiono 32: in realtà inizia il 33simo.
Io comunque ho ciò che mi sento. Mi sento un corpo acciaccato e potrei inserire nella carta di identità la parola artrosi perché ormai mi connota: avrò gli occhi grigioverdi sino alla fine dei miei giorni e sino allora avrò l’artrosi. Mi sento però su per giù lo stesso Sébastien di dieci anni fa: stesse intenzioni, stessa curiosità nella vita, stessi gusti, stesse malinconie anche. Coerente o molto noioso, dipende dai punti di vista.

Diverso però il modo di trascorrere il giorno del compleanno. Da quando vivo con Victor è diventato un pretesto per dedicarmi un’intera giornata senza sentirmi in colpa per averlo fatto. È necessario non programmare nulla – così da evitare la delusione quando si constata che non è andata come avevamo desiderato andasse – ed è fondamentale ignorare che ora sia  per l’intero arco della giornata. Terzo requisito: dedicarsi ad attività banali.

Banalmente ho fatto colazione mentre il resto della famiglia ancora dormiva e poi ne ho fatta una seconda con Victor e mi sono versato altro caffè mentre lui imburrava una fetta di pane tiepido e l’adagiava a fianco della mia tazza. Con la voce ancora impastata di sonno, Victor ha intonato gli auguri e poi ha ribadito che voleva ordinare per me i libri che ho individuato da mesi nel catalogo di una libreria online. È stato divertente compilare l’ordine, come scrivere a Babbo Natale. Poi rimane il piacere dell’attesa o come dice Victor la magra speranza che il pacco non si perda per strada.

Ho coricato accanto a me Algernon nel letto, accarezzandolo mentre tornavo al capitolo V del romanzo che continua a non piacermi e che finirò per riportare in biblioteca senza averlo terminato.
Ho ascoltato due messaggi sonori: uno di Nora – che stonava gli auguri in versione swing – e uno di Coco che leggeva dei versi. Ad entrambe ho inviato un filmato per testimoniare la mia pigrizia in compagnia del vecchio Algernon – che loro adorano – e perché mi era venuta voglia di cantare. Cantando ho ringraziato le mie amiche.

Sabato grigio a Parigi: già di per sé un regalo squisitissimo. Cielo grigio sul parabrezza della nostra automobile che infila il périph. Victor mi ha regalato il suo pomeriggio e ho potuto scegliere di spenderlo in un ipermercato dell’arredo dove le famiglie corrono a frotte nei pomeriggi umidi e dove non avevo nulla da acquistare.

Mi diverte immaginare l’interno di una casa: quando ero poco più di un bambino ritagliavo mobili di cartone con cui arredare case di cartone ricavate dalle scatole di scarpe di cui mia madre si disfaceva. Ricordo come uno dei momenti più eccitanti della vita il giorno in cui mia madre acquistò un paio di stivali: stavano in una scatola da cui si poteva ricavare un intero palazzo. Mia madre non comprese cosa significasse per me quella scatola e pretese di conservarla per riporre gli stivali a fine stagione.
Mi rifeci solo anni dopo con le tavole di polistirolo che Monsieur

Corbet, maestro elementare in pensione, intendeva buttar via. Su richiesta me le diede e mi regalò pure un archetto per taglio funzionante a bassa tensione e con batteria 4,5V, strumento di precisione con cui creai un modellino di cottage che riscosse non poca ammirazione.
Adesso nelle scatole delle scarpe conservo le scarpe, ma in autunno, quando nel tardo pomeriggio gli interni degli appartamenti iniziano a essere illuminati dalla luce elettrica, ancora mi ritrovo a indovinare la distribuzione delle stanze. Lo faccio perché l’interno di una casa mi trasmette un senso di intima rilassatezza, di conforto. Come bere una tazza di cioccolata calda ma senza prendere peso.
Nel negozio ce la siamo presa comoda. Sono riuscito a far sedere Victor per qualche minuto su una poltrona bergère. Abbiamo collaudato la seduta mentre altra gente ci passava sui piedi e non faceva caso a noi. Io mi isolo facilmente nella folla, ma Victor detesta trovarcisi in mezzo; si è prestato perché sapeva di rendermi felice e io lo so bene.
La coda al caffè interno era lunga e non gli ho chiesto di pazientare tanto; piuttosto gli ho offerto uno spuntino al bistrot dopo le casse. La filosofia è quella del cibo sano in contenitori riciclabili: il risultato sta in un triste dolcetto poco zuccherato servito su un piattino incolore di carta biologica. Victor ha detto che non ricordava di aver mai mangiato un dolce più insignificante.
Ma lo ha detto ridendo.

Curiosità. La vigilia del mio compleanno ho incontrato al chiosco mentre sistemavo gli espositori una persona che non vedevo da anni. Il saluto è stato molto cordiale da entrambe le parti e ci siamo scambiati brevi resoconti delle rispettive esistenze, qualcosa sul loro sviluppo durante il periodo in cui ci eravamo persi di vista. Ho riflettuto poi quanto fosse curioso che un incontro del tutto inaspettato mi portasse a fare un bilancio degli ultimi decenni. Proprio quando sto per iniziare un altro anno di vita.

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On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.