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XXXIII. Peonia bianca.

Benché fossero solo pochi passi ho temuto di sciupare la fragilità perfetta della peonia bianca che Honoré aveva tagliato per Nora. Le avevo promesso di passare a ritirare il mazzo di fiori che Honoré confeziona per il suo negozio due volte la settimana; questa volta aveva preparato dei tulipani bianchi coi petali sfrangiati: io non sapevo nemmeno esistessero.
– Sono bellissimi Honoré – non ho potuto fare a meno di toccare quel bordo ritagliato.
– se vuoi vedere qualcosa di bello vieni qui – la voce veniva dal retro e ho raggiunto Honoré sulla soglia della veranda che affaccia su un cortiletto interno. Appena fuori la porta con l’intelaiatura di legno scrostata un cespuglio di peonia piantato in un’aiuola stretta poggiava i suoi turgidi frutti alla vetrata e scolava da quelli più appesantiti la pioggia caduta durante la notte.
Honoré ha diretto i bracci divaricati delle sue cesoie con la sicurezza del gesto che gli invidio e ha reciso uno stelo. Ha scosso appena il fiore e qualche schizzo è finito piacevolmente sulla mia mano:
– tieni, portalo a Nora. Che lo metta subito in acqua, sfiorirà presto.

Sono riuscito a reggere i fiori con una mano e tenere nell’altra i guinzagli. Si trattava di percorrere pochi metri ma soprattutto scorrevamo lungo il solito passaggio: so con certezza dove si fermerà Ernest; su quale tombino indugerà lui e davanti a quali portoni accellererà Gwendolen. Procedo dietro di loro, allungando il guinzaglio o racimolandolo secondo la loro andatura. Le altre persone non si accorgono di nulla; non sospettano l’intreccio regolato dei miei passi con i passi dei miei cani, come in una coreografia già provata.

 

 

Nora sta per chiudere il negozio. Accoglie la peonia bianca come si accoglie una sorpresa delicata; va a prendere un vaso e lo sistema sul bancone vicino alla cesta con i barattoli delle tisane.
Gli altri fiori li porta a casa:
– voglio metterli in tavola. Stasera arriva mia madre.
– cucini per lei?
– ho prenotato fuori e lei mi ha chiesto se per caso pensavo di portarla dove eravamo andate per il suo compleanno perché allora avrebbe preferito di no. A distanza di mesi mi dice che non le era piaciuto nulla di quel posto.
La madre di Nora continua a vivere in Danimarca e Nora continua a pensare che sia meglio per lei non tornare ad abitare dove è cresciuta.
Ha fatto il caffè e me lo offre. Però prima di sedersi va a chiudere la porta e abbassare a metà la serranda. Quando torna si serve lo zucchero e poi maneggia il cucchiaino con energia, versando un poco di caffè sul piattino come fa sempre.
– Quando sono con lei ritorno a essere quello che ero vent’anni fa. Non riesco a essere adulta; passo il tempo a immaginare cosa dirà – lo sguardo fisso alla sua ansia come se fosse seduta con noi.
– Sei cambiata molto? – le chiedo accarezzando il cranio di Gwendolen che si è seduta e lascia che la mia gamba regga il peso del suo corpo tiepido.
– Non sono come lei. Tutti quei soldi spesi perché un analista mi dicesse che potevo rimanere un’indecisa senza sentirmi in colpa per esserlo.
– Cosa ti rimprovera tua madre?
– Principalmente di essere più parigina che danese. Di non fare delle scelte. Lei è minimalista e io sono superficiale come un ricciolo rococò.
Finisco il caffè e rifletto a voce alta mentre Ernest si fa massaggiare la groppa e mi guarda a bocca aperta per assicurarsi che non smetta ancora:
– io sono istintivamente attratto da tutto ciò che sta a nord della Manica. Ma ho sbagliato a leggere i libri che vengono di là.
Nora si distrae per un attimo dal suo malumore e mi interroga per capire. Allora spiego:
– va tutto bene quando ti immagini un luogo: grigio il mare, grigio il cielo, verde l’erba. Sembra perfetto. Ma scopri che nell’ombra cova il risentimento, che nell’isolamento monta il rancore, la diffidenza, degenera l’introspezione.
– Allora stai meglio dove stai.
– Il punto è proprio questo: devi concedere a un luogo solo il tempo di un viaggio per continuare a crederlo ideale. Ogni luogo è imperfetto come lo è ogni persona.
– Tu sei nato a Parigi?
– Sono parigino da almeno tre generazioni. Ma Parigi è soprattutto uno stato d’animo. Devi essere un poco malinconico o sentirti leggero per accorgerti di essere a Parigi.
Nora infila la borsetta a tracolla e abbraccia i suoi tulipani affondando il volto tra le frange:
– andiamo?

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

 

XXI. Inventario.

31, Rue Simonet – Paris 13

Il giovane Aumont abita nell’appartamento che è stato del nonno. Lo si vede rientrare tardi la sera e il sabato pomeriggio salire le scale con la sua ragazza per mano. Vanno a chiudersi in casa e a Sébastien piace incrociarli e sentire le loro risa salire di piano in piano: sono loro adesso la coppia più giovane nel palazzo.

Madame Poulain. Vedova di Monsieur Poulain, Madame conserva due cose della vita coniugale: il figlio e il gatto. Monsieur Poulain era orologiaio, cantava in un coro e ha continuato a credere per anni nell’amicizia maschile tra i suoi vicini piuttosto che rassegnarsi a condividere il pianerottolo con una coppia gay.  Madame Poulain spolvera la foto del marito accanto alla bomboniera di Limoges e finalmente sorride. Adesso si perde volentieri in chiacchiere e compare sulla soglia quando sente i cani di Sébastien di ritorno dalla passeggiata.

I Bonnet. La giovane Madame Bonnet e i suoi tre figli. Ultima ad essere entrata nella citofoniera di palazzo, la vita da divorziata di Madame Bonnet è monitorata con disapprovazione da Monsieur Leval che la sospetta di relazioni immorali di cui probabilmente sente egli stesso la mancanza.

Madame Mercier. Arriva in punta di piedi allo spioncino da cui sorveglia il resto dell’umanità di cui diffida. È ancora molto bella; di poche parole ma gentile. Tiene la televisione spenta e ascolta la musica lirica alla radio.

Monsieur Leval. Impiegato della Société Générale in pensione, consigliere di palazzo auto eletto. Maschera la sua propensione al pettegolezzo fingendo un responsabile interesse per tutto quando possa pregiudicare una quieta vita condominiale. Pedante ma fondamentalmente per bene.

Gli amici di Sébastien e Victor.

 

Coco.

All’anagrafe César, Coco veste da donna da quando aveva tredici anni e sognava di diventare una bluebelle. Commessa in un’esclusiva pelletteria di rue Marceau, veste Chanel  fripe  e nessuno conosce la sua età esatta.
È incapace di cucinare, incline a trasporti passeggeri e ha una risata imbarazzante. Tuttavia è  autenticamente impossibile fare a meno della sua rara umanità una volta conosciuta.

 

 

Jerome.

Una vecchia checca di squisita gentilezza, riservatezza garbata e fine gusto sartoriale. Vive con un coniglio, Nureyev, e con le conseguenze di un attacco ischemico.

 

 

 

 

Sara e Daniel  sopravvivono con alterna fortuna alle numerose attività in cui sono coinvolti i loro quattro figli: Marie, Louis, Amandine e il piccolo Gilbert.
Rose, la mamma di Daniel, abita in Alvernia e non ha nessuna intenzione di trasferirsi a Parigi – non posso: qui ho il mio giardino. Una sua visita significa un invito a cena per mangiare il suo aligot.

  Nora. Deve il suo nome alla madre, danese e lettrice di Ibsen. Ha un’erboristeria, due bassotti e cucina i biscotti con la cannella ogni Natale. Riprende a fare la maglia ogni volta che una delle sue imprudenti storie d’amore finisce.

XIV. Presepe scomposto.

Nora trascorrerà il Natale in Italia, a Firenze. Parte questa notte.
– Al telefono la signora del B&B mi ha detto che adora Parigi. Tutti adorano Parigi ma io non ne ho voglia sotto le feste. Ti pare logico? Quelli sognano Parigi e io sogno di andarmene.
– La logica sta nella fuga. È necessario esercitare la fuga; regolarmente. Meglio dove parlano una lingua diversa: tornerai rigenerata – sto controllando la data in copertina dei resi e ogni volta che Nora dice qualcosa devo ricominciare da capo.
– Speriamo. Questa storia con François mi ha svuotata. Ci ho creduto davvero.
– Tu ci credi sempre.
– Non vado in Italia da più di dieci anni.
– Ti raccomando la Pensione Bertolini: pretendi la camera con vista.
– Come nel film.
– Veramente io pensavo al libro – e mi sfilo i guanti perché non riesco a lavorare con quelli.
– Farò una foto sotto la statua del Davide nudo perché tu possa invidiarmi.
– Non passi a vedere se sotto il nostro albero c’è qualcosa per te?
– Certo che passo! Devo baciare Victor e dargli il paraorecchie che ho fatto per lui: lana Shetland viola e petrolio. Credi che lo metterà?
– No. Non lo indosserà mai – ridiamo insieme.
Nora solleva da terra il suo bassotto e lo bacia sulla fronte:
– sei gelato chéri – fa per andarsene ma si ferma a qualche passo dal mio chiosco di giornali:
– lo so che pensi ai miei biscotti al burro.
– e cannella. Non è Vigilia senza i tuoi biscotti – le lancio un bacio e lei fa cenno di serrarlo nel palmo della mano.

Ho dimenticato di dirle che ho trovato al mercatino una zuppiera da regalare a Victor. Di quelle che lui colleziona: in gres, un’austera zuppiera color terra del Pays de Caux.
Ogni seconda domenica del mese mercanzia di genere vario viene scaricata sotto la tettoia del mercato di rue T. da auto stipate sino all’orlo. Ci siamo andati insieme io e Victor e poi io ci sono tornato con Ernest.
In vista del Natale su ogni banco c’era qualche oggetto in tema: addobbi in uso negli anni Settanta, decorazioni sbiadite, luci a intermittenza comoda. E poi statuine del presepe: pastori coricati sul loro gregge, angeli schiacciati sotto l’incudine del fabbro, il fruttivendolo, la lavandaia, gli uni più alti degli altri da collocare secondo la prospettiva. Qualcuno in gesso.
Anche un pezzo di pregevole interesse storico: lo specchio sbeccato con cui si fingeva il lago. Riconoscerlo in fondo a una scatola è stato confortante: un motivo per cui credere che le buone cose covano rassicuranti.
A Victor piace osservare la finezza esecutiva negli animali in miniatura: dice che gli ricordano gli animali della fattoria con cui giocava da piccolo. Mentre lui esaminava una scrofa scolorita coricata su un lato per allattare – è fatta bene, guarda le mammelle mi diceva tenendola sottosopra tra indice e pollice- io ho avuto l’impressione di trovarmi in mezzo a un solo presepe esteso sull’intera area coperta dalla tettoia.
Un presepe scomposto, secondo la moda. Se può dirsi elegante presentare un dolce della tradizione scomposto nei suoi elementi non vedo perché non possa esserlo altrettanto il presepe che ho creduto di vedere io, disseminato tra i banchi.
Poi mi sono sentito chiamare e seguendo la voce per capire da dove provenisse ho trovato il volto rubicondo di Monsieur Alliaume:
– e i cani dove sono?
Conosco da tempo Monsieur Alliaume e la sua Fifì, un vecchio volpino che non ha mai mancato occasione di vomitare il suo biasimo addosso ad Algernon. Lo individuava a distanza e attaccava a insultarlo, intimandogli di non avvicinarsi troppo al padrone.
Monsieur Alliaume, grasso e stanco per colpa del cuore malato, non si trascinava oltre la panchina;  da lì controllava le brevi escursioni di Fifì nel giardino sotto casa. Quando lei cominciava a ringhiare la richiamava a sé dandole della vecchia puttanella; lei allora tornava brontolando verso di lui che si chinava ansimando per sollevarla sulle sue ginocchia.
Sotto un berretto di pile stropicciato, alto oltre la sommità della  testa, stava con le mani in tasca ai piedi di due teli stesi a terra. Ci aveva scolato sopra qualche libro, fumetti, guanti smessi, foulards stinti, scarpe. Ho pensato che la pensione non gli bastasse più.
Quando sono tornato con Ernest l’ho trovato che chiacchierava con il vicino che intanto ritirava i suoi arnesi in macchina:
– se si accontenta di uno, qui c’è Ernest – gli ho detto da lontano.
Lui ha sorriso e si è avvicinato per accarezzarlo.
Mi ha detto che Fifì patisce il freddo e quindi era rimasta a casa.
– Buon Natale Monsieur Alliaume.
– Buon Natale anche a lei. Auguri.

Sébastien e Victor augurano Buon Natale

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit lundi 31.

X. Bioorgoglio e biopregiudizio.

La boutique jaune. Paris. Gastronomie yiddish.

Forse l’ho appeso storto ma tanto in settimana lo sposto perché sul vetro ci piazzo le renne: la consueta mandria di renne di panno rosso in transumanza tra Natale e Capodanno.
Nora si è raccomandata che lo rendessi visibile alla clientela e comunque è rimasta all’edicola finché non mi ha visto uscire con il nastro adesivo.
– lo metti sull’espositore?
– perché? Non ti va? In alto: si legge bene.
– ma si confonde con le copertine delle riviste.
Allora lo sposto. Ha l’aria di un trafiletto commemorativo: questa volta Nora celebra pubblicamente il lutto per l’ultimo amore finito.
Quando è triste fa la maglia e adesso organizza sei pomeriggi nella sua erboristeria: un salotto di signore sferruzzanti a cui lei dispenserà consigli e decotti. Sul volantino su fondo verdemela un gomitolo rosso è alloggiato nel filtro di una tisaniera. I ferri sono sul piattino:
– bello, lo hai pensato tu?
– davvero ti piace? Ne ho fatto tre versioni. Nelle altre due i ferri erano infilati nella lana ma così sono più composti.
– sembrano posate. Mi piace – e guardo ancora l’insieme prima di fissare un angolo con il nastro adesivo.
Nora sembra soddisfatta; prende gli altri volantini e continua con la distribuzione nei negozi del quartiere. Ringrazia e dice qualcosa a testa bassa abbottonandosi il cappotto, trequarti verde mela come il volantino.
– Non ho capito niente.
– Ho detto che dovresti venirci anche tu. Così te lo faresti da solo il maglione di Charlie Brown.
In effetti è da qualche tempo che penso quanto farebbe piacere a Victor trovare sotto l’albero la maglia del bambino che non riesce a calciare il suo pallone da football. È stato lui a insegnarmi a fare affidamento sulla poesia di Charles Schulz.
– Quel cappotto ti sta benissimo – è vero, le sta molto bene.
– Sei il mio angelo. Ciao chèri.
Forse questa volta le passerà prima. Lei stessa ha ammesso di essersi annoiata con quel tale.
Bene! Finalmente è finita. Avevo esaurito i buoni propositi e faticavo a sopportarne la compagnia. Fisicamente non era il genere di uomo che lei trova attraente e ricordo che quando glielo dissi mi rispose che probabilmente stava traghettando verso una maturità più consapevole.
Inizialmente pareva simpatico e molto ospitale. Victor è riuscito a svicolare in un paio di occasioni in cui io sono stato invitato a casa sua per una cena e per un tè. Sembrava ansioso di conquistarsi gli amici di Nora ma l’impressione che ho avuto più tardi è stata di una persona che voleva ottenere il consenso di lei per diventare il suo interlocutore esclusivo.
Un aspetto del suo comportamento in particolare mi ha permesso di riflettere sulla piega che stanno prendendo i consumi alimentari, giungendo alla necessità di operare una scelta: disorientamento o divertimento.
Ho optato per la seconda soluzione e quindi sto a guardare divertito coloro che fanno la spesabio solo dove sono certi di spendere di più e poi te la offrono non per dovere/piacere di ospitalità ma unicamente per mostrarti la loro abilità di acquisto.
Non credo che Nora se ne rendesse conto, ma io dopo meno di un’ora avevo deciso che non avrei ricambiato l’invito. Tanto non sarei stato all’altezza: motivo per cui mi sentivo autorizzato a non darmi pena per lui.
Ricordo che sedendo al tavolo apparecchiato dalla nonna di Victor provavo a indovinare cosa avrebbero afferrato nel forno le mani che avevo visto impugnare le presine. Non avevo altri pensieri. Pregustavo il piacere di mangiare qualcosa che era stato cucinato per me: io sapevo che lei aveva fatto del suo meglio e dal canto suo lei non aveva conservato la lista della spesa per provarmi quanto le era costato.
Sono felice di non dover più fingere cortesia di fronte alla vanità del bioamante di Nora che prima di servirmi la porzione si compiaceva di illustrare la materia prima e documentarla. Potevo dimostrarmi impreparato ed era gradita la mia ammirazione; ogni opinione contraria invece veniva accolta con ironia.
Mentre il cibo si raffreddava pensavo che se mi avesse dato un questionario da compilare non avrei avuto la penna.

In ogni caso le informazioni sulla qualità del cibo ciascuno le attinge dove crede e si nutre di conseguenza. Proprio l’altro ieri Monsieur Leval mi ha trattenuto davanti all’ascensore per illuminarmi sulle proprietà dei semi di zucca.
– Lei deve far seccare il seme e poi utilizza il contenuto.
Credo avrebbe portato con sé qualche slide se avesse saputo di incontrarmi. Comunque ha ovviato mimando l’operazione:
– lo mette in un cucchiaio e lo prende con l’acqua. Fanno benissimo.
Mi ha dato dosaggio e tempi di somministrazione – anche tre volte il dì – e poi ha rivelato la fonte:
– me lo ha detto il taxista – e ha ammiccato – quelli sanno tutto.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.