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XXII. A Parigi con un uovo.

Lo teneva in mano, sulla punta delle dita: un uovo. Lo teneva all’altezza del naso e quando ho aperto la porta ho visto prima l’uovo e poi Georges.
In viaggio verso Tolosa per un concerto al Théâtre du Capitole, Georges si è fermato per una sera da noi a Parigi. Quando è arrivato Victor non era ancora a casa:
– ci rimarrà male. Voleva essere lui ad accoglierti. Dammi la valigia.
– Grazie. Ti meriti l’uovo.
– Da dove salta fuori?
– Me lo ha dato nonno prima che partissi.
Georges torna appena possibile alla sua zolla di Normandia, alla fattoria di La Haye-Aubrée. Ci trova le sorelle, i genitori e Gustave, il vecchio Gustave.
Mi chiede se può poggiare la custodia con il suo oboe sulla poltrona:
– quando smetterai di sentirti un ospite in casa tua?
Victor ed io amiamo Georges con la tenerezza e con l’orgoglio con cui si ama un figlio. Un figlio cresciuto da altri ma pur sempre un figlio: in affido qualche volta quando era un ragazzino e poi su prenotazione ogni volta che lo sappiamo a Parigi.
Ha voglia di mischiarsi alle dimostrazioni di affetto dei cani e quindi si libera di cappello e giacca e si china a terra per essere all’altezza del muso di Gwendolen che fiuta qualche informazione per essere certa di potersi fidare. Intanto Ernest si struscia contro il suo braccio e cerca di far breccia tra lui e Gwendolen per ottenere maggiore attenzione.
Georges lo accoglie nelle sue braccia:
– è cambiata Gwendolen.
– trovi?
– stavolta si è avvicinata e si lascia accarezzare.
Rimango in piedi a guardarli.
– Non sarebbe meglio mettere lo strumento di là? Ho paura che lo possano urtare.
Lo porto via e lui mi dice che mi preoccupo troppo per l’oboe. Come sempre.
Gli domando in cosa sarà impegnato l’oboe nei prossimi giorni e mi risponde Debussy. Aggiunge qualcosa sul fatto di aver avuto poco tempo per prepararlo e intanto mi segue in cucina dove io metto sul fuoco il bollitore per il tè.
Rimane comunque la storia dell’uovo da raccontare. L’uovo che nel frattempo ha trovato una sistemazione più sicura in un portauovo di legno verde.
– Victor deve trovarlo così – e scegliamo una collocazione al centro del tavolo.
– anzi no: meglio questo – e tiro fuori un portauovo di latta, ammaccato sul fianco, vecchio di almeno tre generazioni. Mi pare più adeguato all’uovo di Gustave, il vecchio contadino normanno un po’ ammaccato sul fianco anche lui.
– Sono stato qualche giorno a casa e oggi ho portato io il nonno in ospedale per una visita. Usa la macchina per andare in paese e in genere non gli va di essere accompagnato; però gli dà fastidio dover cercare un parcheggio vicino all’ospedale e poi dover chiedere come trovare il dottore: è meglio che fai tu mi dice e lascia fare.
Ridiamo perché entrambi sappiamo bene quanto sia cocciuto Gustave nelle sue contraddizioni.
– Quando siamo tornati voleva darmi qualcosa per ringraziarmi. Cerca sempre di darmi dei soldi ma finalmente ha capito che non li voglio.
Verso un poco di tè nella tazza per controllarne il colore e Georges mi sporge la sua tazza: per me va bene così.
Georges racconta di averlo visto scendere dalla macchina dirigersi verso il pollaio prima di andare in casa a cambiarsi. Margot, la madre di Georges, si lamenta spesso dell’abitudine del padre di andare nell’orto quando è pronto per uscire, di insudiciare le scarpe di fango prima di salire in macchina per partire.
– È tornato con un uovo. Non ne fanno in questi giorni. Tieni. E me lo ha dato senza nemmeno avvolgerlo in un foglio di giornale.
Eppure Gustave sapeva che il nipote sarebbe partito subito per Parigi. Sapeva che aveva già i bagagli in macchina. Sembrava sollevato di aver trovato qualcosa di sostanzioso da dare al nipote.
– gli ho detto grazie nonno e ho aperto il cofano per metterci l’uovo. Ho un tappetino che stendo quando porto il cane con me; è di gomma piuma e allora ci ho fatto un nido per il mio trofeo – ride Georges nel ricordare: imperturbabile lui, imperturbabile Gustave.

Ha riso anche Victor quando è toccato a lui sentire la storia. Abbiamo cenato; una lunga cena che Victor aveva pensato per il piccolo Georges. Una cena lunga di parole che avevamo tutti voglia di scambiarci.
Quando siamo tornati a parlare del nonno, Georges si è fatto serio per qualche minuto:
– si è comprato un loculo al cimitero. Ha fatto le pratiche, si è preso i soldi in banca e poi ha dato a mamma i documenti perché li conservasse.
La cosa ha reso seri anche noi. Nel nostro silenzio si sentiva Ernest russare sul pavimento, vicino a un boccone di pane intinto nella salsa con senape e vino bianco che ha assaggiato e poi ha lasciato a terra.
– Ha detto che vuole tenerlo sfitto ancora per un po’ – ha aggiunto Georges per farci sorridere e poi ha precisato:
– non è il primo che si compra. Ne aveva uno, credo lo avesse comprato quando ha seppellito la nonna. Comunque non gli andava bene: era troppo in alto e quindi se qualcuno lo avesse cercato non lo avrebbe visto.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

XIII. Revisionismo.

Uscito dal palazzo sono rimasto qualche istante a guardare la neve nel cono di luce del lampione; ho sentito qualche granello di sabbia ghiacciata cadere sull’arco delle sopracciglia e ho chiuso gli occhi perché qualche altro grano toccasse le palpebre abbassate a conservare il ricordo di quel momento.
Ernest cammina al mio fianco e si ferma ad annusare le foglie secche accumulate contro i cassonetti al n.18 di rue Simonet; lo lascio fare, gli concedo il tempo che vuole tanto la giornata è finita. Mi piace pensarlo e mi piace scendere con lui anche se capita di non aver voglia di uscire. E sono certo che anche Victor aspetta questo momento della giornata: rimane solo in casa con Gwendolen che si stringe contro il suo fianco, calda.

Come quasi ogni sera passiamo davanti alle vetrine dell’agenzia di viaggio. Me la ricordo sempre uguale da quindici anni, da quando sono venuto a vivere nel quartiere. Ecco: hanno aggiunto uno schermo al centro della vetrina centrale; per il resto le pareti continuano a essere giallo maionese e le offerte di viaggio rimangono appese in bacheca su fogli A4 illeggibili a distanza. Mi domando come possa sopravvivere l'”agenzia di servizi turistici” di Monsieur Mahdi, un egiziano di piccola statura con i capelli bianchi ricci, le camicie abbottonate sino all’ultimo bottone e formule di saluto cerimoniose come in chiusura di una lettera degli anni Cinquanta.
Non a me. Non ci siamo mai rivolti la parola e tuttavia mi è capitato molte volte di sentirlo rispondere a un saluto sulla porta del suo negozio: cortesissima signora, ricambio anche a lei. Se non è di fretta aggiunge qualcosa dal sapore sacrale: Dio la benedica.
Pure se oggi la gente prenota i biglietti tra una fermata e l’altra del metrò sul suo smartphone, l’agenzia di Monsieur Mahdi apre ogni mattina; ci lavorano almeno quattro persone durante il giorno mentre quella che la sera dovrebbe fare le pulizie si fa sorprendere seduta alla scrivania con il telefono in mano.
Non è possibile che stia aspettando che il pavimento asciughi. Non tutte le volte. Io sto sul marciapiede e la vedo come una figurina del Truman Show: lo sguardo abbassato dentro una montatura rossa e i capelli tinti con la ricrescita raccolti da una pinza di plastica sopra la nuca.
Una volta, a luci spente e marciapiede deserto, un individuo di circa quarant’anni gesticolava con ampie volute delle braccia davanti allo schermo nella vetrina sulla quale non si abbassa mai la saracinesca. Non stava lì a caso: aveva delle idee su cosa proiettare e sull’insegna da illuminare in vetrina. Biascicava a toni alti qualcosa a proposito delle Seychelles – o qualcosa di simile – e andando oltre ho pensato che forse valeva la pena di prendere in considerazione le sue proposte.
È stato tanto tempo fa. Probabilmente al mio fianco c’era il vecchio Algernon.
Questa volta la vetrina mostrava qualcosa di interessante: su una mensola, tra le offerte di Disneyland e il cenone di capodanno a Vienna, c’era Babbo Natale nella capanna. La statuina di un Papà Natale bonario e classicamente panciuto era stato alloggiato al riparo delle travi di legno di una capanna da presepe. Non vi era traccia di altra anima vivente: nessun bue, nemmeno l’ombra dell’asino, nessun segno che la sacra famiglia fosse mai passata di lì.
Qualcuno doveva aver pensato di farlo prima di farlo davvero. Voglio dire: qualcuno doveva aver collocato quel vecchio barbuto nella capanna di Betlemme con un intento. Doveva trattarsi di revisionismo. Forse un tentativo di sintesi. O più semplicemente la richiesta plateale di un chiarimento,  necessario a una società confusa.
Dovevamo aspettarcelo tutti di arrivare a questo. Già la mia generazione si divideva tra chi preferiva l’albero e quanti confezionavano il presepe. Chi ti porta i doni: Babbo Natale o Gesù Bambino? Mi ricordo che me lo chiedevano quando ero bambino.
Interessante evoluzionismo storico. Peccato sia stato costretto a proseguire perché il cane voleva fiutare l’abbondante colata del labrador sulla base del lampione all’angolo.
Ho assecondato Ernest e ho lasciato che indagasse le tracce lasciate dal labrador in impermeabile scuro che intanto vedevo scivolare nel palazzo una decina di metri fuori la luce del lampione.
Abbiamo concluso il giro dell’isolato. Al nostro ritorno non nevicava più.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit Lundi 24.

XI. Qualcosa è cambiato.

Sabato 1 dicembre, h. 04.00.

Alla fine ho aperto gli occhi. Tanto tenerli chiusi non serviva a precipitare ancora nel sonno. Erano trascorsi una decina di minuti, forse di più: emerso dai miei sogni non riuscivo a trovare interessante riafferrare le briglie di un discorso esaurito nelle prime ore di sonno.
Doveva trattarsi di insonnia. Io non so gestire l’insonnia, non so riconoscerla: non rimango mai sveglio durante la notte. Tuttavia credo si possa ragionevolmente parlare di agripnìa trascorsi trenta minuti a osservare il dorso dei volumi nella libreria al fondo del letto, senza provare alcun cedimento.
L’unico pensiero che ho maturato è stato quello di andare in cucina. Ho riempito una tazza di caffè caldo con latte e ci ho immerso i crackers salati. E ho acceso la tivù.
Intanto ho indossato sul pigiama il pile col cappuccio che uso per uscire coi cani: non ho mai modo di constatare l’abbassamento di temperatura in casa in piena notte.
Bello: un’intervista a Woody Allen per celebrare il suo compleanno. La sua New York preferita? Quella delle case a tre piani, strette, di mattoni rossi. E le fanno vedere.
Sorbito il caffè ed esaurite le proposte televisive torno a letto e mi corico nello spazio rimasto. Da quando Ernest e Gwendolen vivono con noi non si può mai contare su uno spazio certo nella grande cuccia che condividiamo. Appena uno di noi si alza gli altri ridefiniscono le proprie posizioni estendendo i confini.
Il maschio è addormentato nell’incavo delle gambe piegate di Victor, con il muso appoggiato ai suoi talloni. Gli tremano un poco le labbra molli e regolarmente interrompe con un sospiro profondo. Gwendolen è racimolata contro la schiena tiepida di Victor.
La camera non è immersa nel buio e nemmeno nel silenzio. Sento sfilare in strada i banchi del mercato trainati a motore, il formaggiaio, il pescivendolo, l’odioso macellaio che teneva il vecchio Algernon a distanza, la panettiera Carole.
– Quasi quasi vado al mercato: per fare due parole – Victor si gira e leggo negli occhi vigili lo stesso risultato di un’irritante insonnia improduttiva.
– Ma come ti sei conciato? – mi vede con il pile abbottonato fino al mento mentre avvolgo la sciarpa in testa. Mi fa ridere: rido di me stesso e di come mi vede lui:
– ho freddo e non ho coperta.
Lui prova a tirare la trapunta verso di me ma il peso del cane che ci sta sopra esclude qualsiasi risultato.
Accendo la luce sul comodino e impugno il libro. Allora Victor inizia a raccontare ciò che ha letto ieri sera prima di addormentarsi:
Non ci lascia nemmeno il tempo di litigare. La moglie di Emilio era perseguitata dall’invadenza di Stanley Kubrick.
Invece di prendere anche lui il suo libro, io poso il mio e parliamo. Di cose diverse, in ordine sparso e ritornando a caso su un argomento:
– è stupido pensare sempre allo stesso posto per un viaggiooo? – articolo in uno sbadiglio dal bozzolo in cui mi sono rinchiuso.
– Perché? Se ti piace.
– Ma piace anche a te?
– Ma certo che si. Andremo dove vuoi tu e dove voglio io.
Ho paura che lui stia invecchiando perché una volta non accadeva mai che rimanesse sveglio durante la notte, ma Victor rende tutto quietamente normale:
– mi riaddormento, stai tranquillo.
Confido di crollare sotto il peso del latte e dei crackers e in effetti, girandomi a pancia sotto,  avverto che il sonno sta tornando:
– ci siamo!!- e riattacco a ridere.
Sento che siamo una famiglia.

Lunedì 3 dicembre, h. 02.45.

Apro gli occhi sulla sagoma di Gwendolen, seduta in margine al letto. Piagnucola a volume sempre più alto: ho poco tempo per intervenire. Il suo avvertimento non lascia mai spazio a tentativi di persuasione e occorre considerare di avere a disposizione un paio di minuti per indossare qualcosa di vagamente confortevole e provvedere il cane di pettorina e guinzaglio.
Ovvio che Ernest voglia essere della partita. Ovvio che Victor ignori che intorno a lui si stia organizzando una missione.
Infilo i calzini e scivolo nelle scarpe da trekking anche se già so che presto i calzini – quei calzini, corti e con l’elastico allentato – si ammucchieranno sotto il piede, oltrepassando il tallone. Trovo estremamente scomodo camminare in inverno con il piede per metà nudo in una scarpa pesante e  ha pure piovuto.
Ernest ci ripensa a metà scala e devo trascinarlo fino al portone per assecondare la premura di Gwendolen, terrorizzato all’idea che possa liberare la vescica nell’entrata del palazzo.
Così, con un cane trainato – ventre a terra – e il guinzaglio teso a trattenere la corsa dell’altro, arriviamo ai giardini.
Solo lì ricordo di aver accondisceso alla golosità di Gwendolen concedendole il pollo. È colpa mia se adesso stiamo sotto le larghe foglie goccianti dei platani in attesa che la sua pancia sfoghi il dolore dei crampi in liquide evacuazioni itineranti. Il pollo sortisce questo effetto. Girando su sé stessa a gambe larghe riesce anche a lordare il guinzaglio prima che possa porvi rimedio.
Al rientro i cani riprendono il loro posto accanto a Victor che nel sonno mastica qualche domanda sulla nostra assenza. Non sente la risposta che comunque io non gli fornisco e allunga il braccio per accarezzare prima un cane e poi l’altro.
Mettere a mollo il corredo di Gwendolen mi toglie le ultime velleità di sonno. Vado in cucina e preparo caffè, latte e crackers salati che consumo nella solitudine, ignorato dal resto della famiglia.
Sento che siamo una famiglia e mi sento un membro non tenuto in giusta considerazione.

 

Elsa Poudou. Paperart.

 

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.

VIII. Tutti in auto appassionatamente.

La panchina è un passaggio obbligato nella vita di ognuno. Una sorta di tappa nel percorso di crescita intellettuale e ormonale. Di traguardo anche.
Stavo alla guida della mia auto, dalle parti di porte de Montrouge, e ho osservato il ragazzo – un diciassettenne credo – seduto sullo schienale della panchina, alla fermata del bus. Piedi enormi nelle sneakers slacciate che li fanno sembrare ancora più invadenti, piantati sulle assi dove chi ha appena qualche anno di più appoggia le terga e quindi decalca sul pantalone la planimetria della suola altrui.
Lo abbiamo fatto tutti almeno una volta nella vita: ci siamo seduti sullo schienale con l’aria di chi prende le distanze dal conformismo borghese, di chi intende distinguersi o semplicemente assume una posa che spera dissimuli l’imbarazzo di proporsi agli altri.
Sedersi in quel modo non è più comodo della seduta tradizionale, coi piedi a terra. Quindi ne deduco che se ci si abbarbica sul dorso stretto e duro dell’asse che serve da schienale lo si fa per gridare il proprio dissenso: calpestare platealmente la generazione precedente e con essa tutto quanto è riuscita a creare o distruggere.
Generazioni di ragazzi continuano a farlo. Pensavo fosse passato di moda. Non è facile essere degli uomini in fieri, prevedibili e ridicoli quando invece si cova un universo in eruzione.
Anche quando fanno l’amore respingendosi come animali in corteggiamento i ragazzi mi suscitano tenerezza e un’infinita nostalgia per il sentimento che provano. Il calore con cui scorre a quell’età brucia come non accadrà più, con la dolcezza dello zucchero che ammorbidisce il caffè caldo.
Quando sono in gruppo li distingui subito i due che si cercano. Hanno voglia di camminare a fianco, di toccarsi; inscenano un combattimento al rallentatore dandosi spintoni lenti, stringendosi in prese che osano l’abbraccio, provocandosi anche verbalmente. La presenza degli altri è necessaria e insopportabile.
Non ho dimenticato nulla di quei primi scambi: li guardo e spero che possano amarsi, disarmati e liberi.

Ultimamente viaggio spesso in auto. Viaggiamo insieme, io, Gwendolen ed Ernest e ogni volta ho l’impressione che la macchina sia satura di gioia e di fiducia mentre lo è solo di peli e di terra.
Nelle giornate di pioggia il fango si stipa nei corridoi di pelo tra un cuscinetto e l’altro delle loro zampe che si muovono affannose sull’argine del fiume, nell’erba alta che decolora coricandosi servile al freddo di questi ultimi giorni, sulle foglie nere, marce della pioggia pedante di novembre.
Al ritorno dalla passeggiata l’odore del loro pelo bagnato impregna l’aria: è l’odore dell’appagamento che leggo nei loro occhi calmi.
Salgono in macchina fradici e presto Gwendolen inizia a leccare il muso di Ernest che rimane immobile sui sedili posteriori abbassati, spingendo lo sguardo tra il mio sedile e quello del passeggero. Poi anche lei sporge il muso tra i sedili davanti e attacca a leccare il mio pile, umido di pioggia. Smette per appoggiare il naso al lobo del mio orecchio.
Stamane c’era la nebbia sull’argine e la rugiada aveva ripassato il profilo delle tele di ragno sospese tra un ramo e l’altro dei cespugli di rovo.
C’era anche Arsène, un bassotto anziano che non incontriamo spesso. Aveva un ingombrante impermeabile nero a pois bianchi e stava fermo ad annusare l’aria. Dietro di lui il padrone provava ogni tanto a spingerlo piano per fargli fare qualche passo:
– è un testone. Fosse per lui rimarremmo sempre a casa.
Abbiamo riso entrambi di quella pigrizia viziata. Un autentico dandy.

On se revoit. Avec plaisir.

Sébastien écrit le mardi.